Potere di un nome, un nome di potere

Il ministro Salvini propone di intitolare l’aeroporto di Linate a Berlusconi. Ma questo contribuirebbe solo a degradare l’immagine già molto corrosa della città. Milano capitale della cultura, della moda, del design? O capitale dei patrimoni di singoli individui che dovremmo ammirare per come ce l’hanno fatta? Perché dovremmo dare alla furbizia notoria degli scalatori del capitale qualcosa che è bene pubblico, immagine pubblica?

Franco La Cecla

La proposta di Salvini di intitolare l’aeroporto di Linate a Berlusconi, ripresa poi da Formigoni che rilancia (meglio Malpensa!) deve farci un po’ riflettere.
Cosa significa dare un nome ad un aeroporto? È una innocente sigla che cambia poco l’idea che dei luoghi tra cui si viaggia si fanno i milioni che si spostano nel mondo di oggi? O è un sigillo che in qualche modo marca a fuoco l’immagine di una città? Qual è la differenza tra un aeroporto intestato a Falcone e Borsellino e un aerodromo chiamato Berlusconi? Il primo ricorda una lotta durata mezzo secolo e ancora in corso contro uno dei mali dell’umanità, rammenta a ogni passeggero che qualcuno ha segnato con la propria vita e il proprio esempio una umanizzazione e un salto in avanti per un’isola e una città pesantemente gravata da un passato di mafia. Non è un caso che il forzanuovista Miccichè abbia proposto qualche anno fa di cancellare quei due nomi perché ricordavano un passato triste e deformavano l’idea che i turisti dovrebbero avere della Sicilia. Chi atterra al Berlusconi che idea si fa del territorio e della città in cui sta arrivando? Chi è stato Berlusconi e come si è parlato di lui nel mondo durante tutta la sua inarrestabile ascesa?

Qualcuno che è diventato ricco a dispetto di tutto e tutti e che da ricco ha governato un paese spingendolo verso un capitalismo sempre più selvaggio e incontrollato. Si potrebbe dire che in fin dei conti non è il solo. Ma a New York si atterra ancora al JFK, al John Fitzgerald Kennedy, un presidente che ha lasciato una eredità complessa ma anche un’immagine dell’America come luogo di progresso e avanzamento sociale. Non esiste un Rockfeller Airport, non esiste un Hearst Airport, non esiste un Morga Airport. Questi grandi capitalisti hanno però lasciato istituzioni, centri, musei, fondazioni, collezioni d’arte, hanno finanziato il Metropolitan Museum, istituito le borse della Rockfeller Foundation, hanno riempito le città di cui avevano spremuto le sostanze di qualcosa per cui essere ricordati – che non fosse solo un nome. Cercate per Milano una Fondazione Berlusconi come ente munifico e mecenatico e non lo troverete: troverete Prada, Vuitton, Pirelli, Cartier. E comunque nessuno di questi magnati locali pensa di meritare il nome di un aeroporto. Non voglio dire che tutti gli aeroporti del mondo hanno nomi meritevoli. Chi atterra a Istambul non sa che il secondo aerodromo della città è dedicato a una donna pilota, Sabiha Gökçen. Figlioccia e protetta da Ataturk è anche colei che ha bombardato massacrandoli migliaia di Curdi a Dersim nel 1937 e 38. Chi atterra a Parigi si becca Charles de Gaulle, un uomo di stato sicuramente discutibile dal punto di vista dei massacri degli Algerini e del colonialismo francese in Vietnam, ma anche il liberatore di Parigi dai Nazisti. Il ministro argentino Pistarini ha dato il nome all’aeroporto di Buenos Aires, addetto alle infrastrutture del primo governo Peron, e grande innovatore della rete dei trasporti del paese. L’aeroporto di Rio è stato da poco dedicato a uno dei più grandi musicisti dei nostri tempi, Antonio Carlos Jobim (quello della ragazza di Ipanema). A Catania abbiamo Bellini. Insomma per quanto cerchiamo e per quello che riguarda il caso italiano nessuno ha pensato di intitolare un aeroporto ad Andreotti o a Craxi o a Fanfani. Perché? Perché la storia fa a fette per prima cosa proprio i politici che cadono in disgrazia come i monumenti che oggi è molto di moda abbattere. È poco furbo, e soprattutto non è che migliori l’immagine di una città. In un paese di santi, di poeti e di artisti rimane poco spazio per quel gioco provinciale che si chiama politica e che somiglia sempre di più a un campionato di calcio (nemmeno Pelè o Maradona sono riusciti ad avere un aeroporto, per quanto sicuramente Capodichino suona meno internazionale di Diego).

Allora cosa può succedere se a Milano si atterra al Berlusconi, uno o due? Semplicemente che l’immagine già molto corrosa della città riceve una ulteriore conferma di deterioramento. Milano capitale della cultura, della moda, del design? O capitale dei patrimoni di singoli individui che dovremmo ammirare per come ce l’hanno fatta? Perché dovremmo dare alla furbizia notoria degli scalatori del capitale qualcosa che è bene pubblico, immagine pubblica? Già Milano soccombe sotto le logiche asfittiche di una città che perfino dopo il Covid non è cambiata, dona gli spazi pubblici ai privati, consente il traffico dei Suv, impedisce una fruizione climaticamente onesta – invece di nascondere i dati paurosi dell’inquinamento. Milano come capitale della fregatura che il capitalismo nostrano significa per tutti, per i nostri polmoni, per la nostra salute mentale, per la speranza delle nuove generazioni. Una città in cui l’unica innovazione è arrivata per punizione: via Paolo Sarpi “pedonalizzata” per dare una lezione ai cinesi, e trasformata dagli stessi in una grande asse di svago e civiltà, laddove il simbolo cittadino auspicherebbe essere quel “Bosco verticale” che è l’ennesimo inno ai ricchi che ce la possono fare, spacciandosi per green. Certo se è questa la Milano che vogliamo rappresentare allora diamo il nome giusto all’aeroporto, chiamiamolo “Il Cavaliere”! Almeno così qualcuno scambierà l’attributo per qualcosa di epico.

Foto Flickr | Alfonzo Marchan



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