Dell’Intelligenza Artificiale. E nondimeno umana.

L'AI non sempre può essere corretta, proprio perché – questo il punto focale - essa non fa altro che imitare… l’intelligenza umana! L’intenso auspicio è che ne imiti soltanto le qualità progressive e costruttive, non già le perversioni e i ritardi. Di un duplicato in negativo si sente il bisogno come di un’invasione di cavallette. Al riguardo qualche domanda ai sommi sacerdoti del tempio dell'AI sembra doverosa.

Giuseppe Panissidi

In occasione della recente inaugurazione dell’anno accademico dell’Università della Calabria, alla presenza del ministro dell’università Anna Maria Bernini, Georg Gottlob, noto scienziato dell’IA, l’Intelligenza Artificiale, ha tenuto una lectio magistralis su “Intelligenza e ignoranza artificiale”. Una replica, pacata e argomentata, e non proprio implicita, a quanti manifestano crescenti sintomi di apprensione, se non di angoscia, nella convinzione che le nuove generazioni, definite “digitali”, saranno le prime della Storia in cui i figli sono destinati a scontare un profondo degrado nel rapporto con la costellazione dei saperi, rispetto ai loro genitori, “a causa della tecnologia”.
Nonostante l’efficienza raggiunta dalle logiche di intelligenza artificiale, capaci di sviluppare ragionamenti piuttosto complessi, a giudizio di Gottlob, “non solo noi uomini ignoriamo certe cose, anche le macchine possono errare. Gli errori delle macchine che costruiamo devono essere studiati per migliorare”. Non diversamente che per gli umani. Di conseguenza, per il futuro si dovrà lavorare a una teoria di controllo per l’intelligenza artificiale, onde stabilire un insieme di regole che necessarie per risolvere alcuni errori che si generano. Le potenzialità per fare “ragionare le macchine” si coniugano inscindibilmente con le criticità di queste tecnologie già molto presenti e diffuse, come, ad esempio, lo ChatGPT, un software programmato per sostenere una conversazione scritta e rispondere a qualsiasi tipo di domanda. In soli due mesi, si sono rivolte a ChatGPT 100 milioni di persone, un milione solo nei primi cinque giorni.

Anche Meta aveva provato a lanciare il proprio chatbot AI, Galactica, due settimane prima di ChatGPT. Prometteva di essere un’enciclopedia digitale permanente, un’interfaccia affidabile per gli scienziati. Dopo due giorni è stato chiuso a causa delle risposte inventate, ancorché più o meno verosimili, e di notevoli difficoltà con le operazioni matematiche basilari come fare uno più uno (!). Palesemente, si versa in tema di hallucination, vere e proprie allucinazioni, generazione, ossia, di risposte insensate, verosimili ma false, tendenziose.
Nulla di sorprendente, in ragione delle parole che, nei testi umani, la rete algoritmica ha trovato associate più spesso alle parole della domanda, e ritenute ritiene più probabili.  Invero, le AI, letteralmente, non capiscono ciò che dicono o scrivono, in quanto che, in parte, ripetono quanto hanno imparato durante l’addestramento, perciò e non a caso vengono definite “pappagalli stocastici”, in parte elaborano un calcolo statistico.
In breve. Se è vero che la risposta è dentro l’algoritmo, è anche vero che essa non sempre è/può essere corretta, proprio perché – questo il punto focale – la AI non fa altro che imitare… l’intelligenza umana! L’intenso auspicio è che ne imiti soltanto le qualità progressive e costruttive, non già le perversioni, i ritardi e gli immancabili… scacchi! Di un duplicato in negativo si sente il bisogno come di un’invasione di cavallette. Al riguardo qualche domanda ai sommi sacerdoti del tempio, alcuni dei quali, in posizione asimmetrica rispetto al realismo responsabile e controllato di Gottlob e, forse, precocemente eccitati, sembra doverosa e pertinente.
Quale specifico contributo per l’intelligenza umana, sub specie politica, è ragionevole attendere dalla AI in alcuni ambiti tra i più dolenti del consorzio umano, che siamo soliti chiamare civile, sommersi, come siamo, dalla chiacchiera farisaica e impotente? Dal femminicidio ai morti sul lavoro, sulla strada o per patologie incurabili, dalle epocali “Völkerwanderungen” – come la storiografia tedesca definisce le “invasioni barbariche” tra Antichità e Medioevo – le attuali migrazioni di popoli, alla disoccupazione, prevista e temuta, a regime, in aumento di circa trecento milioni di persone in un quadro di IA dispiegata e, da ultimo, ma non per rilevanza, all’ignoranza?

Valore non è forse ciò che conta per noi?
Circa un secolo è trascorso dall’apparizione dei “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, il romanzo con il quale Luigi Pirandello, ponendosi di fronte alla nuova età della scienza e della tecnica, nel quadro culturale primo-novecentesco della cosiddetta “reazione idealistica contro la scienza” – un angosciato contraccolpo del ruolo determinante della “scienza in trincea”, dei fisici e chimici nella Grande Guerra, appunto, la “guerra dei chimici”: gas asfissianti, balistica, comunicazioni, ecc. – denunciava il pericolo ormai incombente dell’alienazione meccanica, aprendo così la strada al romanzo del Novecento. E tuttavia, un Giano bifronte. Se da un lato, infatti, la grande guerra fu la prima drammatica occasione in cui scienza e tecnologia diedero un contributo di primo piano, non si può non considerare anche il suo formidabile impulso allo sviluppo di tutti i settori scientifici, alla loro applicazione industriale e alla conseguente modernizzazione della società.
Altro, comunque, l’alienazione, altro la libertà/necessità dell’oggettivazione della prassi umana sovvertitrice, costruttrice del proprio mondo e, altresì, hegelianamente, dello stesso terreno… edificabile.
Ora, sarebbe insensato fare mistero del dato di realtà, indubbiamente singolare, che l’”analfabetismo strutturale”, strumentale, funzionale e ‘di ritorno ’, ovvero il livello di ignoranza effettuale e non artificiale, proprio negli ultimi decenni sia raddoppiato, raggiungendo nel nostro Paese, alla luce e a partire dalle ricerche di Tullio De Mauro, l’inquietante soglia del 76%. Epperò, è anche vero che le nuove generazioni, da tempo, beneficiano di un accesso ai saperi incredibilmente più facile, rapido e diffuso, rispetto al passato, anche più recente. Con tutta evidenza, l’informatica e il web agevolano, moltiplicano ed esaltano le possibilità e le occasioni di conoscere e, allo stesso tempo, di pensare con la propria testa, attraverso la ricerca, la scoperta, la documentazione e la libera discussione, qualora si intendano perseguire siffatte finalità, non necessariamente e non solo formative.
Non è, quindi, vero, che l’avvento in sé e per sé della AI e di Internet, “intelligenza collettiva”, renda stupidi o più stupidi, quand’anche possa suscitare, come accade, fenomeni di assuefazione, presunzione e illusione, prima molto più contenuti. Né giova ribadire che la pagina web e quella cartacea differiscono molto, poiché, mentre la prima garantisce l’istruzione attraverso una semplice connessione, più o meno automatica, la seconda, esigendo una maggiore concentrazione, alimenta l’intelligenza critica secondo le forme e le modalità attraverso le quali essa si è declinata e manifestata nella ‘forma di vita’ e nella tradizione culturale occidentale. In breve, e solo per esemplificare.

Se si vuole sapere in quale luogo degli scritti di Leopardi ricorra il termine “gazzettieri” – giornalisti pennivendoli, che “diffondono l’opinione degli incolti, alimentando l’ignoranza della comunità” (O. Wilde) – Google risponde, in modo puntuale e senza ritardo. Una operazione puramente informativa e scevra di autentico spessore culturale e filtro critico, come ha spesso sottolineato, tra gli altri, il filosofo Tullio Gregory. Un’esperienza, pertanto, inidonea a fungere quale veicolo di comunicazione, diffusione e scambio di sapere, quelle pratiche sociali che Platone considera un “dialogo vivente” tra gli uomini, in tutti gli ambiti della vita pubblica, a scuola come per la strada.
Se non che, il vantaggio, non trascurabile, della rapidità e dell’economia di tempo, e conseguente minore fatica, non può prevalere sull’esigenza di una conoscenza meditata e consapevole. Secondo Platone, per primo, “una vita priva di pensiero e riflessione non è degna di essere vissuta”. Purtuttavia, resta implausibile, oltre che indisponibile, l’opzione alternativa del rifugio/latitanza in una sottospecie di concentrazione monastica ed elitaria, nello spazio chiuso delle biblioteche e delle scuole, al riparo dai rumores del mondo. Insomma, il simil-mondo asfittico del “chiostro” di Giordano Bruno, l’odiosa prigione “angusta e nera” di quanti concepiscono il sapere alla stregua di un’esercitazione ed esibizione libresca, un surrogato della vita, malvissuta nel rapporto con la natura e la “civile conversazione”. Una posizione tanto più significativa, in virtù dell’amore costante, anche ‘tecnico’, del pensatore per l’oggetto-libro, la “libraria”, anche alla luce della sua esperienza tipografica ginevrina, prima della “scomunica” calvinista e della successiva rimozione dell’”interdetto”.
Di converso, i testi del web non possono che rimanere “muti” – ancora Platone sulla scrittura – in assenza di libri, biblioteche e scuole, fucine di idee e palestre di formazione umana più consapevole e meditata.
Il “male”, dunque, non è imputabile alla Rete, come non è colpa dell’atomo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, oppure del coltello l’omicidio. Si tratta di strumenti, il cui uso non dipende in nessun modo da essi, bensì dal ‘libero arbitrio’ dell’uomo, pur declinante, nelle condizioni date. Vero, invece, è che usarli e controllarne gli effetti in modo corretto e proficuo, richiede “cultura”, paideia, classicamente, la capacità di tradurre i contenuti acquisiti in atto di coscienza, entro una percezione del mondo assai meno legata alle griglie e agli imperativi dell’immediatezza istantanea.
Ne discende che, come, grecamente, “pepaideuménos” è l’uomo colto, in quanto sa e fa sapere, e dunque realizza la propria natura di “politikon zoon”, essere-per-la-comunità, così la cultura è essenzialmente e intrinsecamente condivisione, relazione costitutiva tra le persone. Se è vero, come è vero, che sapere autentico è sapere-insieme, solipsismo no di certo.
Al contrario, alla AI viene demandato il compito di “problem solving”, la soluzione di problemi impervi e faticosi, sia per l’”ordinario intelletto umano” (G. F. Hegel), sia per gli stessi livelli tecnologici acquisiti in precedenza. Da parte sua, il web, in caso di errori, non può che beneficiarne, mentre consente l’immediatezza della risposta, previa connessione – “connecting people”, recita una nota pubblicità telefonica – secondo un automatismo molto simile al nesso stimolo-risposta, tipico del riflesso condizionato. Purché gli individui non rimangano schiacciati, dunque alienati, nell’algoritmo, nell’illusione di essere contemporanei sol perché in possesso di un pc di ultima generazione, dal quale scaricare anche il… caffè.
Si continui pure a discutere del tablet a scuola, senza però omettere di considerare il pericolo di indebolimento dell’attività di pensiero, a causa della deconcentrazione che la scuola non può implementare e, anzi, deve evitare di istituzionalizzare. Se, in avanzato contesto di AI, la scuola si limitasse a in-formare, gli studenti (semplicemente) bene informati, benché molto più delle generazioni precedenti, ne uscirebbero – già se ne vedono i segni – mal-formati, ossia, poi, meno colti della media degli studenti precedenti, anche di quelli che hanno saputo ‘ibridare’ l’apprendimento cartaceo e meditato con i vantaggi e gli svantaggi, talora patologici e nevrotici, di Internet.
Cosicché, la Rete, tendenzialmente democratica, in virtù dell’universale libertà d’accesso, finisce/finirebbe, di fatto, per accrescere ulteriormente e drammaticamente le diseguaglianze sociali, di per sé scandalose e intollerabili. Infatti, studi autorevoli segnalano, continua a crescere il divario tra chi è vissuto in una casa con libri e chi in una casa senza libri. In tali condizioni, ad esempio, la scuola e l’università se, da un lato, per garantire la comunicazione circolare, lo scambio e la condivisione del sapere, debbono guardare con l’attenzione e l’interesse dovuti alle nuove tecnologie, dall’altro, esse non possono abdicare alla (volgare?) cultura ‘cartacea’. In tal modo, senza svuotare di senso e banalizzare il lavoro degli studenti, si possono alleggerire i costi materiali, permettere di disporre di più libri in poco spazio, velocizzare le operazioni di cancellatura, facilitare la condivisione del materiale, etc. È questo enorme guadagno di tempo che dev’essere perseguito, non la rinuncia o l’affievolimento della concentrazione in sé, perché il nemico non è tanto la sana fatica intellettuale dello studio, bensì la fatica fisica del sollevare libri e spostarli, oltre ai rilevanti costi per acquistarli.

La tecnica, insomma, contrariamente alle elucubrazioni cervellotiche di alcune parrocchie metafisiche della filosofia e della sociologia contemporanee, non è un animale selvatico, non è l’oscurità, la tenebra che propaga sé stessa. Non è una fatalità. Può somigliare al “destino”, scriveva Martin Heidegger intorno alla metà del secolo scorso, in un testo più citato che compreso, solamente nel senso che “l’uomo diventa libero solo nella misura in cui, appunto, appartiene all’ambito del destino e così diventa un ascoltante, non però un servo”. E il libero ascolto implica il riordino, nella corretta disposizione, di oggetti ed esperienze, come in uno “scaffale”, per usare la metafora speculativa del controverso pensatore tedesco. Il “destino dell’essere” e della tecnica non vanno, dunque, interpretati alla stregua di un fato inesorabile, ovvero nei termini di un delitto/castigo, nella logica sequenziale della hybris, bensì come una specie di “dono” o di “appello”. L’impresa scientifica e la tecnica possono rappresentare una preziosa risorsa, un’opportunità rivoluzionaria e vitale per tutti e per ciascuno, proprio nello spirito di quell’equazione umana che sta tanto a cuore ad Heidegger e molto meno a certi suoi sedicenti epigoni, oziosamente e pregiudizialmente ostili nei riguardi dell’impresa scientifica e delle sue applicazioni tecniche. Vero, invece, è che, intrinsecamente dinamiche e in continuo divenire, esse non vivono di vita propria, bensì in costante apprendimento, tra questioni insolute e concetti acquisiti e rielaborati, su uno sfondo ineliminabile di aspetti del reale del tutto inesplorati, in virtù dell’andamento asintotico della conoscenza umana. L’incessante processo di revisione e ripensamento delle cosiddette ‘verità acquisite’ palesa l’impossibilità di considerarle definitivamente vere, anziché, pure in costanza di validità, parziali, provvisorie e revocabili. Non occorre ricordare che, se, in ogni fase di storia e di cultura, un insieme di risultati sono stati universalmente accettati come veri, tanta parte delle verità in passato ritenute incrollabili si è sbriciolata nel fuoco del progresso della conoscenza.
Epperò, affinché la tecnica non si perverta in un’immensa “cloaca”, in un potente fattore di “distruzione della Civiltà occidentale” – perché mai solo “occidentale”? – per citare il severo giudizio di V. Andreoli, peraltro in abbondante compagnia, appare necessario contrastare le sue derive, diciamo, nichilistiche, recuperando, integrando e promuovendo l’idea, appunto, contro-nichilistica di un sapere non imbalsamato e stereotipico, ma personale e creativo, capace di coniugare il meglio della carta e il meglio del web.
Allora, la relazione tra noi, la tecnologia e i saperi si può formulare in modo piuttosto semplice, ancorché problematico. Se potessimo disporre, come in parte già disponiamo, di macchine che ci guariscono, costruiscono oggetti, vanno al supermercato in vece nostra, e così via desiderando, noi, noi che cosa faremo? Certo è che, con buona pace dei fondamentalisti dell’IA, non possiamo immaginare macchine che pensino o sentano emozionalmente e, ad esempio, facciano l’amore al posto nostro, poiché vi sono ambiti, pratiche e scelte, nelle cerchie dell’esistente, in cui non possiamo, non vogliamo essere sostituiti. Dove, ossia, a differenza di un assunto speculativo di J. P. Sartre, l’uomo non è “di troppo”. E, anche, perché l’uomo è ontologicamente altro dal puro meccanismo descritto, sono quasi tre secoli, in “L’homme machine”, l’uomo macchina perfetta, dal radicale materialismo meccanicista, felicemente anti-metafisico, di J. O. de La Mettrie, fedele discepolo di Cartesio anche nella teoria delle passioni ed emozioni dell’anima.

Per converso, non è possibile, né auspicabile che le macchine, estranee alla relazione corpo-mente-psiche, siano… umane.
“Finché l’uomo sarà siffatto”, direbbe Tucidide, rivolto anche agli intransigenti assertori di un vago e non meglio precisato “post-umanesimo”. Senza, infine, mai dimenticare il monito di I. Kant, secondo il quale l’uscita dell’uomo dalla “condizione di minorità” è possibile soltanto attraverso “la decisione e il coraggio di fare uso del proprio intelletto senza la guida di un altro. Sapere aude”. Anche la macchina è… “un altro”, immune, imprevedibili ‘errori logici’ a parte, da nostalgia e speranza, sapere e sof­ferenza, gioia e tor­mento: il sale dell’umano.
E, poiché le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” della tecnologia più temeraria e avanzata di per sé non valgono a garantire significativi guadagni evolutivi in una prospettiva etico-sociale, soltanto nella decisione e nel coraggio è possibile e necessario individuare la sfida e il viatico dell’imminente, e quanto mai incerto, domani.
Oltre l’eroismo infelice commiserato da Bertolt Brecht, continua a vibrare, intatta, la grandezza dell’immagine dell’uomo, con tenacia e fatica costruita e plasmata nella storia dell’Occidente, dunque ancora raggiungibile, fungibile e idonea ad offrire migliori possibilità di riaccendere e mobilitare il senso personale e collettivo del coraggio invocato e celebrato da Kant all’alba di quel movimento epocale di rottura, il dibattuto “progetto storico” della modernità tematizzato da J. Habermas: il weberiano “disincanto del mondo”.         
Abbonati a MicroMega

CREDITI FOTO Photo by Sanket Mishra



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Giuseppe Panissidi

"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Le parole di Primo Levi ci guidano in queste riflessioni per il Giorno della Memoria.

La sentenza della Corte di Cassazione che sancisce l’antigiuridicità del saluto fascista ignora la norma cardine della legge Scelba.

L’intenso auspicio è che l’esecutivo in carica si dissoci pubblicamente dai “gesti” incriminati.

Altri articoli di Cultura

La differenza tra grande e piccola politica in un libro dedicato allo statista piemontese.

L’opera è tra le più influenti del repertorio classico di ogni tempo, per molti la più straordinaria composizione del maestro tedesco.

In questa puntata di "Mappe del nuovo mondo": "Cultura karaoke" di Dubravka Ugrešić e "Poena Damni" di Dimitris Lyacos