Modus operandi consolidato: la brutalità della polizia a Verona non è un caso isolato

Mettendo in fila lo stillicidio di casi degli abusi più efferati e sganciati dalla violenza “normale” nei teatri di ordine pubblico o di lotta alla criminalità organizzata, emerge sicuramente un tema di formazione del personale che indossa una divisa. I fascicoli sugli omicidi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi potrebbero essere materia per un vero e proprio master delle Accademie ma alcune grandi e piccole sigle sindacali del comparto hanno preferito la via del revisionismo storico e della solidarietà a priori con chi ha commesso quei crimini.

Checchino Antonini

La formula chiave per questa storia potrebbe essere «modus operandi consolidato» come messo nero su bianco dal gip di Verona che il 6 giugno scorso ha fatto arrestare 5 agenti, che indaga su 17 poliziotti mentre un totale di 23 è stato trasferito ad altro incarico. I reati ipotizzati per sette episodi accertati dalle indagini, che riguardano fatti dal luglio 2022 al marzo 2023, vanno da tortura a lesioni, da falso a omissioni di atti d’ufficio, da peculato ad abuso d’ufficio per cui sono indagati quattro agenti e un ispettore: Alessandro Migliore, Loris Colpini, Federico Tommaselli, Roberto Da Rold e Filippo Failla Rifici, accusati dei reati di tortura, lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio.

Modus operandi consolidato che ricalca altri episodi registrati dalle cronache in questi ultimi due decenni in varie città d’Italia. Solo nelle ultimissime settimane ci sono le violenze di squadre della polizia municipale ai danni di una donna transessuale a Milano e contro una persona migrante a Livorno. Così come è fin troppo frequente che, in storie come questa, gli operatori di ps siano spesso forti coi deboli e deboli coi forti. Se le loro vittime, infatti, sono persone poverissime, senza dimora, con problemi di dipendenza e quasi sempre senza passaporto italiano, in altri casi le stesse persone in divisa dimostrano un’accondiscendenza anomala in altre modalità di perquisizione e con altre tipologie di persone. Come quella da cui è iniziata – per caso – l’indagine di Verona, nata su impulso di una questora e proseguita dal suo successore. Uno degli agenti arrestati, Alessandro Migliore, 25 anni, avrebbe compiuto un’operazione a dir poco frettolosa e superficiale in casa del fratello di un buttafuori che stava minacciando la sua fidanzata con una pistola. La squadretta si sarebbe “dimenticata” di sequestrare un fucile mitragliatore perché agenti e perquisiti condividono la passione per la musica da discoteca. Era l’agosto 22. Durante una intercettazione che voleva far luce su questa relazione tra “ballerini” con e senza, è spuntata la confidenza di uno degli agenti alla sua fidanzata con la quale si vantava di averle suonate a un uomo in stato di fermo: «… ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là… È svenuto…Minchia che pigna che gli ho dato». È solo un assaggio del «sadico godimento», sottolineato dalle carte e riportato da cronache per nulla avare di dettagli ancora più raccapriccianti sui trattamenti inumani e degradanti (torture, appunto) a cui sono stati sottoposti, secondo le indagini, le persone in custodia.

“Modus operandi consolidato” è senz’altro anche il contegno dei sindacati di polizia che, per la quasi totalità, dopo aver staccato i telefoni per un giorno, hanno rispolverato tutte le varianti delle formule sulla «fiducia nell’operato della Procura», sulla presenza di «anticorpi sani» fino a sciorinare i luoghi comuni già sentiti: «carenze di personale, logistica, un quadro normativo complesso e contorto che, certamente, non aiuta e contribuisce ad alimentare i noti livelli di stress della categoria». La blandissima legge sulla tortura, varata nel 2017 dal governo Gentiloni (sulla quale MicroMega nel 2019 ha espresso tutti i dubbi di magistrati come Enrico Zucca, pm della mattanza alla Diaz) contribuisce probabilmente a far emergere un po’ di più la punta dell’iceberg delle violenze nelle questure, nelle prigioni e nelle caserme. Per questo rientra certamente fra i crucci degli addetti ai lavori che se ne lamentano a tal punto da aver ricevuto le cortesi attenzioni di Lega e Fratelli d’Italia che, dopo i fatti di Verona, dovranno attendere che si calmino le acque per provare a manometterla, i loro progetti di legge revisionisti resteranno per un po’ nei cassetti di Montecitorio. Per ora possono solo dettare alle agenzie proclami e frasi fatte per non fare la figura dei reticenti.

Mettendo in fila lo stillicidio di casi di “malapolizia”, ovvero degli abusi più efferati e sganciati dalla violenza “normale” nei teatri di ordine pubblico o di lotta alla criminalità organizzata, emerge sicuramente un tema di formazione del personale che indossa una divisa. I fascicoli sugli omicidi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi potrebbero essere materia per un vero e proprio master delle Accademie ma – anche questo è un modus operandi consolidato – alcune grandi e piccole sigle sindacali del comparto hanno preferito la via del revisionismo storico e della solidarietà a priori con chi ha commesso quei crimini (anche su questo MicroMega ha prodotto una importante riflessione 2011).

Ricevono i “nostri ragazzi” una formazione adeguata e coerente con i valori costituzionali? Ne sappiamo poco visti i livelli di “riservatezza” del Viminale e di Viale Siracusa, rispettivamente sedi di Polizia e Carabinieri, però sappiamo che quasi tutti, da vent’anni vengono pescati dal mondo delle forze armate reduci dai teatri della guerra permanente. Addestrati a fare il lavoro sporco in nome e per conto dei “borghesi”, come si sente a volte dai discorsi dei veterani, e per i quali il lavoro di polizia non sarebbe altro che il fronte interno di quella guerra per la quale sono stati formati. Che siano manifestanti a Genova, studenti antimafia a Palermo, attivisti di Ultima Generazione o picchettattori di fabbriche nel modenese, sempre nemici sono, con buona pace di un dibattito sulla democratizzazione e la smilitarizzazione dei corpi di polizia che è ormai sepolto nell’archeologia politica di un Paese mutato geneticamente dalle retoriche sicuritarie.

Sempre alla voce “Modus operandi consolidato” troviamo l’omertà, pardon, lo spirito di corpo con tanto di simboli e lessico ereditati dal Ventennio, a Verona oggi come a Ferrara, come a Genova o a Piacenza, Aulla, Calcio (provincia di Bergamo), Santa Maria Capua Vetere, Bologna al tempo della Uno Bianca.
Ovunque chi ha indagato sulla malapolizia si è trovato un muro di gomma a volte invalicabile a meno di non imbattersi in qualche salutare breccia come le controinchieste o le indagini difensive delle famiglie delle vittime, dai tempi di Piazza Fontana in poi (si leggano i libri di Fabio Anselmo, Ilaria Cucchi, Lorenzo Guadagnucci, Salvatore Palidda). Tutto ciò non è servito a mutare la postura delle forze dell’ordine nei confronti della società. Il fatto che nelle scuole quadri delle polizie si insegni il Codice etico delle polizie europee non sembra aver scalfito la propensione alla devianza che caratterizza settori consistenti di personale in divisa refrattari a interpretare cosa voglia dire, in uno Stato democratico, mettersi al servizio del cittadino.

Ad agire con più incisività di regolamenti e carte dei valori sembra una subcultura, un senso comune, razzista, sessista, sprezzante con chi è più vulnerabile che poi è il più povero fra i poveri, spesso.
Oggi questa sottocultura pervasiva che osserviamo sempre in storie come quelle di Verona sembra vivere una sorta di libera uscita non solo perché al governo del Paese e di molte città ci sono gli stessi esponenti politici che si sono sempre rifiutati di mettere in discussione l’operato dei poliziotti violenti e che hanno remato contro ogni tipo di normativa garantista ma che sembrano condividere con questi violentissimi poliziotti, vigili, carabinieri, soldati, secondini e finanzieri (sono proprio le fiamme gialle implicate nella strage di Cutro) l’idea di colpevolizzare i poveri al punto da condurre una guerra contro di loro, dalla negazione del reddito di cittadinanza fino alla tortura, passando per il taglio al welfare e la repressione. Ecco, si può dire che il sadismo di Verona è la traduzione sul campo della guerra ai poveri in un paese in cui si dilata da trent’anni l’area delle povertà.

 

(Nella foto il carcere di Santa Maria Capua Vetere)



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