La caduta della democrazia in Israele e l’effetto domino

La democrazia in Israele, l'unica nel Medioriente, è a rischio. A minacciarla è il suo primo ministro, Benjamin Netanyahu, con i suoi tentativi di controllare la magistratura. Il problema è che se cade anche la democrazia israeliana, e magari poi quella Ucraina, e se persino gli Stati Uniti e l’Europa finiscono per essere governati da sedicenti conservatori, in realtà reazionari della più bell’acqua, la democrazia è finita, punto.

Mauro Barberis

Racconta la Bibbia – cito a memoria, perché il wifi della Freccia su cui sto viaggiando come al solito non funziona – che sul letto di morte Giacobbe riunisse attorno a sé i dodici figli, capostipiti delle tribù di Israele, e profetizzasse il destino di ognuno. Di Beniamino, il prediletto che la madre aveva chiamato con un nome simile, che però significava “Figlio del mio dolore”, (pre)disse: «Tu sei un lupo che sbrana, che al mattino divora la preda, e alla sera spartisce il bottino». Sarà un caso che, delle dodici tribù di Israele, una delle uniche due sopravvissute sia proprio quella di Beniamino? Forse no: Charles Darwin ci avrebbe visto la prova provata che l’evoluzione non premia i buoni.
Comincia qui il dramma di Israele, proseguito con la distruzione del Tempio (70 d. C.) da parte dei romani e la successiva diaspora. Espulsi dalla terra promessa loro dal dio degli eserciti, e abitata per due millenni dai loro nemici storici (i filistei o palestinesi), gli ebrei hanno subìto per millenni le peggiori persecuzioni, specie da parte dei cristiani, sviluppando una capacità di adattamento, detta volgarmente intelligenza, che li ha portati a produrre alcuni dei geni del Novecento.

Sinché, per risarcirli di Auschwitz, le potenze occidentali hanno permesso loro di occupare la Palestina, sfrattandone con la forza chi l’aveva abitata per duemila anni, ma anche costruendo l’unica vera democrazia del Medioriente. Strana democrazia, però, senza una costituzione scritta e sempre in guerra con i propri vicini, fino a essere governata da un serial killer – lo chiamo così per non correre il rischio di essere invitato da Fabio Fazio – casualmente chiamato Benjamin pure lui.
Tanto da chiedersi se Israele, oggi, sia ancora una democrazia. Personalmente penso di sì, in base a tre fatti inoppugnabili: la magistratura è ancora indipendente, i media non sono controllati dal governo, e gli stessi ragazzi sterminati dai terroristi di Hamas stavano celebrando un rave party, cosa che già nell’Italia di oggi li avrebbe esposti a serie conseguenze penali. Del resto, le analogie tra i due paesi, e con i vari fondamentalismi (la Turchia di Erdogan) o populismi (l’Ungheria di Orbán), non finiscono qui. In tutti questi paesi, infatti, la recessione democratica – il processo, iniziato nel 2005, della progressiva sparizione delle democrazie – colpisce sempre gli stessi bersagli: l’indipendenza della magistratura (vedi riforma Nordio) e la libertà dell’informazione (si pensi all’occupazione fratelliditaliota della Rai).

Perché questo processo dovrebbe preoccuparci tutti, e non solo le anime belle alla Severgnini, inorridite da crimini che gli ebrei ieri e i palestinesi oggi subiscono regolarmente da millenni? Non solo per il prezzo del petrolio e del gas, che inevitabilmente salirà, o per l’impennata dello spread, oggi limitata solo dal fatto che i tedeschi, orfani dei rapporti commerciali con la Cina, sono messi poco meglio di noi. Piuttosto, perché la democrazia in Israele è a rischio anche se vince il solito Benjamin: beninteso, a meno che il governo di unità nazionale frettolosamente messo in piedi per affrontare l’emergenza, zeppo di militari più che di giuristi, fermi la sua, di Benjamin, riforma costituzionale (altra analogia con l’Italia), finalizzata solo a evitargli di finire in galera.
Il fatto è che se cade anche la democrazia israeliana, e magari poi quella Ucraina, e se persino gli Stati Uniti e l’Europa finiscono per essere governati da sedicenti conservatori, in realtà reazionari della più bell’acqua, la democrazia è finita, punto. Prima o poi, con l’usuale effetto domino, cadranno le ultime democrazie extraeuropee, prima fra tutte l’India del fondamentalista Modi, per non parlare dei vari golpe nel Nordafrica. Le potenze liberaldemocratiche residue, così, dovranno contrattare la propria sopravvivenza con i vari despoti asiatici o africani, da cui dipenderanno per le risorse. Fra un secolo, dunque, i vocabolari potrebbero dare la seguente definizione di ‘democrazia’: strana forma di governo, in cui si pretendeva addirittura che governasse il popolo, emersa per brevi periodi nell’antica Grecia e nei comuni medievali e, per ben due secoli, persino in Occidente.



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