“La casa del mago” di Emanuele Trevi

Un libro sulla realtà che vacilla ma si può anche assestare, e non è detto che sia solo quella meccanica: è fatta anche della sostanza dei sogni e delle percezioni.

Marilù Oliva

«Da che mondo è mondo, poi, i luoghi sacri, intesi come porte o ponti tra il visibile e l’invisibile, sono governati da regole minuziose e proibizioni. Così accadeva nei tempi antichi, quando questi luoghi erano vulcani, meteoriti conficcati nel suolo, fonti, dirupi, radure, grotte ostruite da cascate»
Il luogo dove viviamo, dove cresciamo, dove i nostri cari trascorrono il loro tempo ha sempre attratto i grandi narratori, penso a “La porta” di Magda Szabò o a “Cent’anni di solitudine di Marquez” – che, tra l’altro, inizialmente doveva intitolarsi proprio “La casa”. Il rimando a una zona chiusa e circoscritta non è certo un limite: “La casa del mago” di Emanuele Trevi, pubblicato da Ponte alle Grazie, è un romanzo solo apparentemente claustrofobico. La parvenza della dimensione chiusa si dilata nello spazio e nel tempo – da Roma alle Langhe all’altrove, fino alla Svizzera – grazie a un sapiente alternarsi di flashback. Protagonista di questo libro è il narratore in prima persona, ma anche il padre rievocato nei ricordi e l’appartamento di una palazzina anni Venti che il genitore lascia in eredità. Si vorrebbe vendere, ma nessun acquirente lo vuole comprare – perché la casa, che sembra pulsare di una sua propria anima, ha deciso di respingere nuove presenze, non si lascia ammansire da nessuno e i potenziali compratori si allontanano con un inspiegabile senso di disagio.
La stessa casa diventa scenario di situazioni grottesche, assurde, come la presenza di una donna delle pulizie di origine peruviana che fa di tutto – chiacchiera, prodiga consigli al telefono, ciancia – tranne riassettare la casa la quale, anzi, al suo passaggio sembra più decadente di prima. La Degenerata è il suo soprannome: un’inquietante presenza che il narratore non riesce a contrastare, una donna in grado di distruggere qualunque oggetto fragile le capitasse tra le mani e sembra esercitare un indiscusso potere:
«Mi chiese, e ottenne senza resistenza, di raddoppiare il numero delle ore “di lavoro”, con il pretesto che la nuova casa era sì muy linda, ma anche más grande. A quel punto, persa la grande occasione di liberarmene al momento del trasloco, dovevo arrendermi all’evidenza: avevo finito per diventare succube di quella donna bugiarda, prepotente, petulante».
Poi c’è il mago, il padre defunto, uomo saturnino, mite e misterioso che di lavoro fa lo psicanalista junghiano. La madre sapeva di non poter contare su di lui, quando gli affidava il figlio e così si raccomandava col piccolo di non perdere mai di vista l’adulto. Uomo criptico che attraverso la sua presenza e poche frasi rivelatrici sapeva svelare l’essenza dell’ineffabile:

«Per questo c’è l’arte, perché noi non possiamo vivere né nell’unico né nel molteplice, siamo sudditi di un altro regno di cui solo le cose che accadono due volte ci fanno intravedere la strada.
Più invecchio, più realizzo che aveva ragione mio padre, mi sento sempre meno vero e sempre meno falso. C’è qualcosa lì in mezzo Ho imparato ad avere fede nelle cose che accadono due volte, che rimangono sospese a metà di un’alternativa. Quando mi sento felice, per esempio la mattina appena sveglio, immagino che dita sottili e invisibili, delicate come dovrebbero essere quelle degli angeli, abbiano sciolto durante la notte i nodi delle contraddizioni e delle decisioni. Forse nei sogni che faccio e dimentico ci sono coppie di eventi che volteggiano nell’anima come colombe innamorate, come note ribattute. Avrei potuto chiedere precisazioni a mio padre, o farmi spiegare tante altre cose, ma a me piaceva stargli vicino, non attingere alla sua saggezza».
Il tempo diviene rarefatto, rallenta, riprende velocità, si cristallizza e si affaccia, quasi a farci cucù da uno dei suoi imprevedibili varchi. Sottomesso ad esso sta la vita, con le sue contraddizioni, il suo caos ordinato, coi suoi incontri non sempre spiegabili e gli incastri quasi mai perfetti. Col suo lato tangibile di cui gli oggetti sono più evidente rappresentazione. E ne ha conservati diversi, di oggetti totemici, il padre. Oggetti che il protagonista conserva con devozione, come una coperta colpita da un proiettile tedesco o quaderni o album da disegno o come quei sassi levigatissimi da ore e ore di olio di gomito. Poi ci sono i volumi della libreria, tra cui alcuni molto speciali. Del resto la letteratura – anche scientifica – viene evocata attraverso nomi che accompagnano le pagine, dalla Ginzburg a Citati, da Jung a Fenoglio e Trevi ci svela che tipo di lettore lui stesso è.
Un libro sulla realtà che vacilla ma si può anche assestare, e non è detto che sia solo quella meccanica: è fatta anche della sostanza dei sogni e delle percezioni. Una misteriosa Visitatrice si aggira come presenza in questa magica casa: chi è? Sta giocando, quando sabota i congegni elettrici o fa sparire le cose? Ma esiste davvero? Viene da chiedersi, quasi come in una sceneggiatura di Peter Handke. Non mi dilungo sulla scrittura portentosa di questo autore, già vincitore del Premio Strega, quanto piuttosto sulla capacità incantatrice di un libro sciamanico le cui parole scorrono come la formula di un sortilegio, che vi terrà incantati fino alla fine.



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