“La città femminista”. Manifesto per una nuova geografia urbana

L’esperienza che donne e uomini fanno delle città (e in generale degli spazi pubblici) è profondamente diversa. Un’analisi degli spazi urbani a partire da una prospettiva femminista, nel libro della geografa Leslie Kern.

Ingrid Colanicchia

“Ogni insediamento è un’iscrizione nello spazio delle relazioni sociali all’interno della società che lo ha costruito… Le nostre città sono l’iscrizione in pietra, mattoni, vetro e cemento del patriarcato”.
È a partire da questa forte immagine della geografa Jane Darke che prende le mosse La città femminista. La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini, ultimo lavoro di Leslie Kern, docente di Geografia e Ambiente e direttore degli Studi sulle donne e sul genere presso la Mount Allison University (Canada), pubblicato in Italia da Treccani.

Kern si spinge subito più in là, sottolineando come, una volta costruite, le nostre città continuino a plasmare e a influenzare le relazioni sociali, i rapporti di potere, le diseguaglianze: “Pietra, mattoni, vetro e cemento non hanno il potere di agire, vero? Non stanno cercando consapevolmente di sostenere il patriarcato, giusto? No, ma la loro forma aiuta a definire la gamma di possibilità per individui e gruppi. […] I luoghi fisici come le città contano quando vogliamo pensare al cambiamento sociale”.

Primo oggetto di indagine e di denuncia del lavoro di Kern sono tutte quelle barriere che ostacolano, quando non impediscono, l’uso dello spazio pubblico con il passeggino o con una sedia a rotelle: la loro rimozione sarebbe una questione di rispetto prima di tutto nei confronti delle persone che di questi mezzi hanno bisogno ma inciderebbe positivamente anche su chi più spesso svolge lavoro di cura nei loro confronti, tradizionalmente le donne. Kern però non tralascia di sottolineare che anche l’approccio gender mainstreaming ha dei limiti: il rischio è infatti che gli sforzi per rendere la città più a misura di tutte e tutti non vengano accompagnati dall’impegno a riequilibrare le disuguaglianze nel lavoro domestico e nell’accudimento. “La città femminista – scrive Kern – mette al centro l’assistenza, non perché debba rimanere un lavoro esclusivamente da donne, ma perché la città ha il potenziale per ripartirla in modo più uniforme”.

Da un lato dunque la città come opportunità, dall’altro la città percepita (purtroppo non sempre a torto) e fatta percepire come luogo pericoloso. Percepita, perché “molestie e approcci sessuali non richiesti nutrono questa paura: le donne si sentono costantemente sessualizzate, oggettivate e a disagio”. Fatta percepire, perché, sottolinea Kern, è necessario considerare l’effetto a lungo termine di tutte le istruzioni ricevute riguardo ai pericoli rappresentati dagli sconosciuti e dagli spazi pubblici di notte. Mezzi di informazione, serie televisive, film, libri utilizzano spesso la violenza sessuale da parte di estranei come tropo, contribuendo a dare l’idea che aggressioni di questo tipo siano dietro l’angolo. “Al contrario la violenza domestica, gli abusi su minori e altri crimini ‘privati’ molto più diffusi ricevono decisamente meno attenzione”. Una differenza, sottolinea Kern, che “serve a indirizzare la paura delle donne verso l’esterno, lontano dalla casa e dalla famiglia”. Una paura che ha insomma una precisa funzione sociale, limitando l’uso dei mezzi pubblici (“Scendo una fermata prima perché forse quell’uomo mi sta seguendo”), le scelte di lavoro (“Questa zona è malfamata non posso accettare quest’offerta perché prevede turni di notte”), le opportunità economiche, in breve: la vita delle donne.

“Il lavoro qualitativo femminista sulla paura delle donne nelle città rivela quelli che sembrano problemi contraddittori e insormontabili: le donne hanno paura negli spazi chiusi e aperti, nei luoghi affollati e in quelli deserti; sui mezzi di trasporto e mentre vanno a piedi; sole sotto una luce intensa o invisibili nel buio”. Una complessità che sembra ostacolare gli urbanisti. Ma la verità, scrive Kern, è che la paura (essendo composta da una serie molto più ampia e profonda di timori ed esperienze che vanno dalla molestia di strada ai media eccetera) non potrà mai essere eliminata grazie a una semplice progettazione.

Inoltre, nell’adottare politiche che ufficialmente mirano a rendere le città più sicure per le donne (ma che spesso non fanno altro che “far apparire le città più sicure”), c’è sempre il rischio di renderle meno sicure per altri gruppi emarginati. “Gli strumenti prediletti a tal fine, nell’era urbanistica neoliberista, come l’aumento della sorveglianza statale e aziendale, la polizia militarizzata e la privatizzazione dello spazio pubblico, hanno la stessa probabilità di diminuire la sicurezza per gli altri. Allo stesso modo, queste misure fanno poco o nulla per affrontare la più grande minaccia per la sicurezza delle donne, vale a dire la violenza negli spazi privati”.

In una narrazione che intreccia racconto autobiografico, riferimenti accademici, elementi della cultura popolare come film e serie-tv, Leslie Kern ci mostra la differente esperienza che della città e degli spazi pubblici fanno uomini e donne (e disabili, anziani, persone lgbtq eccetera), ci illumina su quali conseguenze l’educazione a passare inosservate e a non occupare spazio abbia sulla vita delle donne e ci spiega perché la città femminista non ha bisogno di un progetto per essere reale. “Non voglio che una super-pianificatrice femminista demolisca tutto e ricominci da zero. Ma se iniziamo a capire che la città è impostata per sostenere un particolare modo di organizzare la società possiamo iniziare a cercare nuove possibilità. Ci sono piccole città femministe che spuntano ovunque nei quartieri, se solo riuscissimo a riconoscerle e nutrirle. La città femminista è un esperimento continuo per vivere in modo diverso, migliore e più giusto in un mondo urbano”.



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