La “clemenza” di un tiranno. La grazia a Patrick Zaki

Il presidente dell’Egitto Al Sisi ha concesso la grazia a Patrick Zaki dopo la condanna a 3 anni arrivata mercoledì 19 luglio. Ma a seguito di questo gesto, il presidente egiziano assurge forse al rango di “sovrano saggio e umano”? Una riflessione che parte da lontano sull’utilizzo manipolatorio della clemenza da parte di un sovrano despota.

Giuseppe Panissidi

È di tutta evidenza che nessuno può ragionevolmente sottrarsi alla soddisfazione per il lieto esito dell’affaire egiziano. Il giovane Zaki torna in libertà, finalmente, nonostante la condanna comminata dal tribunale e in parte già scontata.
La questione, tuttavia, ben lontana da un’accettabile conclusione etico-politica, impone un’attenta riflessione, opportunamente mitigatrice di eccessi, ingiustificati e farisaici, di entusiasmo.
In un celebre trattato di filosofia politica, De Clementia, “La clemenza”, correva l’anno 56 d. C., un pensatore politico e drammaturgo dell’età del Principatus romano, Lucio Anneo Seneca, celebra una forma di governo che oggi, dopo il secolo del Lumi, definiremmo di “monarchia illuminata”. Il fine dell’opera, infatti, concerne lo stile di governo e la condotta politica che il nuovo imperatore, Claudio Nerone, dovrebbe osservare. E, di fatto, osserverà nel cosiddetto “quinquennium Neronis”, concordemente riconosciuto dalle fonti e dalla storiografia moderna come il “quinquennio felice”.

Sebbene, purtroppo, del trattato conosciamo poco più della metà, esso costituisce il solo esempio letterario latino di speculum principis, lo specchio del principe. L’autore e l’opera fungono, infatti, quale superficie riflettente, attraverso cui il principe possa discernere le virtù che debbono caratterizzare il suo governo. Appare, quindi, in concetto, lucidamente declinata, la netta divaricazione tra modelli di potere, e di Stato, alternativi.
Ad apertura del testo, la riflessione sulla clemenza prende l’abbrivo proprio dalla grazia concessa dai grandi e si sviluppa mediante la ricerca intorno alla natura e all’atteggiamento propri della clemenza, definita come la virtù più umana che esista, ancorché riferita soprattutto a sovrani e principi, ovvero all’”anima”, di cui lo Stato rappresenta il corpo. La temperie spirituale stoica esibisce in Seneca subito i suoi presupposti teorici. Come l’anima e il corpo si coniugano reciprocamente, entro una relazione simbiotica di mutuo bisogno, così il principe e lo Stato hanno bisogno l’uno dell’altro.

Ne discende che il principe, ogniqualvolta usi clemenza verso qualcuno, in realtà è clemente verso sé stesso, in ragione del legame inscindibile tra anima e corpo. Di più. La clemenza accresce la sua gloria, attraverso l’amore del popolo, il quale si sentirà più vicino e sodale con il proprio sovrano, con la conseguente emarginazione dei nemici/cospiratori contro lo Stato nella persona del re. Epperò, il pensatore, a scanso di equivoci, si preoccupa di allegare una lista di sovrani clementi e crudeli, due “qualità” confliggenti, e delle conseguenze delle loro condotte. Se il sovrano somiglia al medico, all’ape regina, agli dei, al sole, è ancora più rilevante e significativo se somiglia, oppure è, un tiranno. Il “lato buono” del sovrano clemente, infatti, acquista maggiore visibilità, quasi smalto, se paragonato con il “lato cattivo” del tiranno.

Posta al bando la vendetta, il suggerimento di Seneca, il comportamento del sovrano e dello Stato deve essere costantemente sobrio e sorvegliato, mite nel punire e scevro da ogni severità immotivata e gratuita. Anche la severità è, dev’essere, una virtù.
In specie, però, la clemenza si contrappone alla crudeltà, irrazionale (e inutile) dismisura nell’esercizio della potestà punitiva. Di converso, tuttavia, anche la clemenza dev’essere ben modulata, senza eccessi, onde rifuggire dal “vizio” della compassione, vale a dire dalla partecipazione emozionale alle colpe altrui.
Il senso del discorso non potrebbe essere più chiaro. La clemenza è una virtù propria del sovrano saggio, mite nel punire gli errori e giusto rispetto alle colpe. Pertanto, essa non è soggetta alla legge, in quanto azione “per il meglio”, dunque più che giusta. Nell’esercizio della clemenza, insomma, il sovrano/Stato non ha bisogno della legge ai fini del suo proprio giudizio. È la clemenza la sua misura di giudizio.

Questo preambolo ci riconduce al cuore del lieto evento qui in commento.
A seguito del (negoziato) provvedimento di clemenza nei riguardi di un giovane, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi assurge forse al rango di “sovrano saggio e illuminato”?  In altre e più perspicue parole, la grazia concessa all’ottimo Zaki può fungere e sublimarsi anche quale grazia universale del “Benedictus” e del “Magnificat” per lo scellerato stillicidio di misfatti di Stato da esso lui coscienziosamente compiuti? Si contano a centinaia, se non migliaia, sia le condanne, sia le feroci campagne persecutorie nei confronti dei dissidenti. E per i prossimi inevitabilmente a venire?
In particolare, visto che la sua clemenza non potrà restituire Giulio Regeni alla vita, evidentemente, consegnerà almeno all’Italia i suoi carnefici, dando prova della giusta “severità”, di cui sopra? Se non vi fosse stato alcuno “scambio” con il governo italiano, dimostrerebbe così che quello Stato e il suo sovrano sono estranei all’orrendo delitto. Non gli preme la serenità dei sogni della gongolante e saprofita soyGiorgia, il cui partito, a suo tempo, si astenne (sic) sulla concessione della cittadinanza italiana a Zaki, ora, come d’incanto, riscoperto?

In alternativa, si dovrebbe convenire con Piero Calamandrei che “talvolta la clemenza è una forma superiore di disprezzo”.
Nella stessa prospettiva spirituale del credente, secondo Alessandro Manzoni, “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia”. Tante, non tutte.
E chissà come risponderebbe il nostro Seneca, morto suicida sull’altare del bene e della Giustizia. Presumibilmente, scrivendo un sequel, un secondo trattato, con il titolo: “Della clemenza tirannica. La più oscena e rivoltante”. E ingannevole, soprattutto.
Invero, non solo il presidente egiziano non è il “re ideale” di Seneca, ché, anzi, a lui il pensatore romano non elargirebbe inutili consigli etici! Gli si rivolgerebbe come a un tiranno che, secondo un’immagine greca mutuata nella letteratura latina da Cicerone, incarna la “belva feroce”, associata al “cruor”, al sangue delle mattanze. L’ordine cosmico, secondo Seneca, è governato dal “logos”, a differenza della “notte” della storia umana, in cui troppo spesso del logos non è traccia alcuna.
Uno dei più grandi illuministi, Denis Diderot, nella sua ultima opera, un’apologia di Seneca e degli intellettuali compromessi dal potere, giudica il trattato senecano come la “lezione più abile e più vigorosa che fosse possibile impartire a un principe di cui s’era intuita la tendenza alla crudeltà. Ci sono esempi, riflessioni, consigli che qualsiasi oratore avrebbe ritenuto oltraggioso proporre a un principe che non fosse stato Nerone. Solo ad una tigre si può dire: “Non siate una tigre”.

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CREDITI FOTO: ANSA/ HOSSAM RABIE Patrick Zaki, appena liberato, fa il segno della vittoria, Nuova Mansura, 20 luglio 2023.



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