La Commissione Europea vuole un Tribunale speciale per l’Ucraina

Il nuovo organismo, concepito in stretto rapporto con la Corte penale dell’Aja, renderebbe effettivi i principi sanciti nello Statuto di Roma per perseguire i più gravi crimini internazionali, incluso il crimine di aggressione che coinvolge i vertici politici e militari russi.  

Maurizio Delli Santi

Gli scenari del conflitto e le incerti sorti dei negoziati
Gli scettici sono convinti che in Russia non abbia molta incidenza l’idea che la giustizia penale internazionale possa avere un suo corso. Ma dovrebbero ricredersi anche solo cominciando a seguire i talk moscoviti come quelli del canale Russiya 1. Qui opinionisti molti popolari come Olga Skabeyeva prospettano chiaramente il rischio concreto per i russi di finire processati davanti alla Corte penale internazionale: «Se il nostro paese non riuscirà a vincere , allora ognuno di noi russi rischierà di finire all’Aja. Tutti saremo colpevoli». L’intento è quello scellerato di incitare alla guerra, ma indubbiamente si rileva anche la consapevolezza delle responsabilità sui gravi crimini di guerra commessi in Ucraina e la preoccupazione per i possibili sviluppi dell’idea di una giustizia internazionale che si va affermando nella comunità degli Stati. È quindi altrettanto probabile che le aule del Tribunale di Norimberga e della  Corte penale internazionale, con le celle del carcere di Scheveningen dove sono stati reclusi i criminali di guerra della ex Jugoslavia Milošević e Karadžić, comincino ad affacciarsi nei pensieri e negli incubi notturni di Putin e dei suoi generali.

Il tema è stato riproposto per ultimo dalla Commissione Europea: ne ha dato conto un tweet dalla Presidente della Commissione europea von der Leyen, ma soprattutto una iniziativa ufficiale dell’esecutivo europeo. Si tratta della proposta, già promossa dal Presidente ucraino Zelensky, di costituire un Tribunale speciale per l’Ucraina. Va qui premesso che quando si parla di temi che riguardano le giurisdizioni penali internazionali i resoconti dei media richiedono sempre l’esigenza di puntuali riscontri, analizzando bene i contesti e ricorrendo alle fonti. Ciò vale anche per questo caso, dove si è iniziato a discutere della valutazione “politica” della scelta.  Secondo diverse analisi non sarebbe questo il momento di prospettare l’avvio di processi internazionali, visto che si sta cercando con fatica di promuovere i negoziati. Sebbene susciti un grave sconcerto, una visione realistica della situazione non  può che prendere atto delle difficoltà attuali di un percorso diplomatico per giungere alla pace o anche solo ad una tregua se non a un cessate il fuoco. Sono troppe le distanze tra gli attori in causa. Putin ha deliberato e pretende ancora l’annessione dei territori occupati, incluse di quelle aree ora riconquistate dagli ucraini. Addirittura il Ministro degli esteri Lavrov è ritornato a parlare delle irricevibili proposte di “garanzie di sicurezza” che all’esordio del conflitto erano state prospettate in una bozza di accordo che avrebbe voluto impegnare la Nato a non accettare nuove adesioni e a ritirare le forze nell’area dei Paesi dell’ex patto di Varsavia. Zelensky dal canto suo è sostenuto da una popolazione che, sebbene fiaccata dai bombardamenti, è animata da un forte sentimento nazionale. Incoraggiata dagli aiuti ottenuti dall’Occidente, ora l’Ucraina conduce  un’efficace controffensiva, rivendica i territori perduti e ora guarda persino alla Crimea, che pure i russi davano acquisita per fatto compiuto dall’occupazione del 2014: per questo l’attentato al ponte di Kerch e la ritirata da Kherson dei russi hanno avuto un forte valore simbolico per gli ucraini che puntano alla riconquista della loro indipendenza.

Tra gli Stati che nell’Unione Europea si sentono più vicini all’Ucraina è quindi prevalsa la  prospettiva opposta: proprio perché c’è la consapevolezza di ostacoli oggettivi per l’avvio dei negoziati è necessario puntellare con maggiore determinazione la pressione sull’aggressore russo, non solo sostenendo con nuovi armamenti e dotazioni tecnologiche l’Ucraina, ma anche con tutte le altre iniziative consentite dal diritto internazionale: dal sistema delle sanzioni alle risoluzioni di condanna per affermare la  riprovazione e l’isolamento internazionale, perciò anche ricorrendo alla giustizia penale internazionale. Si vuole quindi insistere su queste forme di deterrenza specie di fronte all’ultima escalation della violenza deliberata dell’aggressore. I bombardamenti sistematici su centrali elettriche, impianti idrici, termici, etc. non vengono più giustificati come “effetti collaterali”. Si può parlare pertanto di una deliberata strategia dei generali russi che mirano a colpire la popolazione civile nei suoi bisogni essenziali di sopravvivenza, visto che non sono riusciti a sconfiggere le forze militari ucraine, sempre più motivate e ora sostenute anche dal terreno fangoso dell’inverno, oltre che dai nuovi armamenti dell’Occidente.

 

Le iniziative europee di sostegno all’Ucraina: l’accusa di “terrorismo” alla Russia e il monito dell’Holodomor
Il mese scorso è stato innanzitutto il Parlamento europeo a promuovere la  Risoluzione 2022/2896, del 23 novembre 2022, che ha riconosciuto la Federazione russa “come Stato sostenitore del terrorismo” (https://www.europarl.europa.eu/ doceo/document/TA-9-2022-0405_IT.html). Il documento è poco conosciuto ma andrebbe letto con attenzione in tutti i suoi articolati passaggi. Tra i più significativi c’è il richiamo alla “guerra di aggressione illegale, non provocata e ingiustificata contro l’Ucraina” e il riferimento a esecuzioni sommarie, rapimenti, violenze sessuali, torture e altre atrocità, tra cui i massacri di civili a Bucha, Irpin, Izium e Lyman, l’attacco al teatro di Mariupol che ha ucciso centinaia di persone, e alla stazione ferroviaria di Kramatorsk, che ha causato 60 vittime civili. La Risoluzione ricorda quindi i 40.000 crimini di guerra sinora documentati, destinati a crescere, e alle repliche nei centri di detenzione dei trattamenti disumani praticati nel “famigerato del carcere di Izolyatsi  a Doneck”. Si passa poi alle terribili conseguenze dei bombardamenti russi: l’Ucraina è stata bombardata per 24.000 volte, anche dalla Bielorussia; sono state distrutte 60.982 infrastrutture civili, tra cui 42.818 edifici e abitazioni residenziali, 1.960 istituti scolastici, 396 strutture mediche, 392 edifici culturali, 87 edifici religiosi e 5.315 infrastrutture idriche ed elettriche.  C’è poi l’accusa diretta alla Russia di essere la “responsabile della crisi mondiale della sicurezza alimentare” a seguito del blocco che ha imposto ai porti marittimi ucraini. Si prosegue ancora  in un lungo elenco delle altre scellerate modalità di violenza volute da Putin, per concludere su un impegno comune a definire anche un più preciso quadro giuridico per perseguire il “terrorismo di Stato” della Russia, praticato anche ai danni della sua popolazione. Lo stesso Parlamento europeo ha poi voluto commemorare simbolicamente la giornata del 23 ottobre dedicata alla ricorrenza  dell’ Holodomor, la carestia imposta dalle politiche di Stalin negli anni 1932-1933 che si rilevò un vero e proprio sterminio per fame di quattro milioni di contadini ucraini. Significativa è stata la contestuale decisione di avvalersi delle ultime ricostruzioni storiche per  portare all’esame una Risoluzione che riconosca l’Holodomor come “genocidio”, così come già decretato dal Parlamento tedesco, un’iniziativa che vale anche come monito  per la Russia di oggi che sta replicando un’altra infamia sugli ucraini.

Le ragioni del Tribunale internazionale voluto dalla Commissione
Questo dunque è il contesto in cui va inquadrata l’ultima iniziativa della Commissione europea di istituire un Tribunale speciale per l’Ucraina, proposta che peraltro è annunciata insieme alla volontà di creare “a breve termine” una struttura di gestione dei 319 miliardi di euro già congelati alla Banca centrale russa e agli oligarchi russi per indennizzare, almeno in parte, il governo ucraino. Sulla questione del Tribunale speciale, quando l’idea è stata avanzata dall’Ucraina senza che ancora fossero delineati i termini sostanziali della proposta, alcuni giuristi hanno manifestato la preoccupazione che l’istituzione di un nuovo Tribunale speciale per l’Ucraina potesse non garantire i principi di imparzialità e indipendenza, e confliggere con il percorso compiuto dall’approvazione dello Statuto di Roma del 1998 con l’istituzione della Corte penale internazionale (Cpi). Peraltro il procuratore della Corte penale dell’Aja dalle prime fasi della guerra si è mosso con fermezza, disponendo l’invio di team investigativi in Ucraina e allacciando anche una efficace cooperazione con le autorità giudiziarie ucraine, ma anche con Eurojust e le varie procure europee, specie per assicurare la fase decisiva della raccolta delle prove.

Come Micromega ha già analizzato  la proposta di istituire un Tribunale speciale per l’Ucraina ha senso perché Kiev ha accettato la giurisdizione della Cpi per i crimini di guerra, contro l’umanità, e il genocidio, ma non lo ha ancora fatto per il crimine di aggressione, l’attacco alla sovranità territoriale di uno Stato compiuto al di fuori delle ipotesi della self-defence e in violazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Inoltre, la Russia non è parte dello Statuto di Roma ed esercitando il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può ostacolare una sua Risoluzione  che disponga l’avvio di una indagine della Corte penale internazionale.

Un modello che rafforza il ruolo della Corte penale internazionale
Il documento della Commissione chiarisce ora il contesto dell’iniziativa, che non si contrappone affatto alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Infatti Bruxelles precisa che «sostiene pienamente la Cpi nelle sue indagini sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità», e si dichiara pronta a collaborare con la istituzione di un tribunale internazionale ad hoc o un tribunale specializzato “ibrido” al fine di «perseguire il crimine di aggressione della Russia», indicando peraltro che «è un crimine commesso dai più alti dirigenti politici e militari».  L’esecutivo europeo suggerisce perciò in questa fase due modelli: un tribunale internazionale speciale indipendente basato su un trattato multilaterale, o un c.d. tribunale ibrido, un tribunale specializzato in un sistema giudiziario nazionale, integrato con giudici internazionali.  I tribunali ibridi sono stati definiti come la “terza generazione” degli organismi penali internazionali. Alla prima appartengono i tribunali di Norimberga e Tokyo,  di cui in particolare il  primo fu istituito dall’Accordo di Londra  sottoscritto dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, inclusa l’Unione Sovietica.  Alla seconda generazione vanno ricondotti il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR) e la stessa Corte penale internazionale (CPI), istituiti i primi due per effetto di Risoluzioni delle Nazioni Unite e la terza su deliberazione della Risoluzione 52/160 dell’Assemblea Generale che ufficializzò la Conferenza Diplomatica di Plenipotenziari che il 17 luglio 1998 giunse all’approvazione dello Statuto di Roma che istituiva la Corte con sede all’Aja. Nella terza generazione vanno iscritti due esempi di Tribunali “ibridi” o “misti”: ci sono quelli che si riconducono comunque all’apparato giudiziario interno di uno Stato, ma con l’integrazione di giudici “garanti” internazionali, come nel caso delle Corte Speciali per il  Kosovo, le Camere straordinarie della Cambogia, e i Panels speciali istituiti a Timor Est; si tratta altrimenti di tribunali misti con rilievo internazionale perché istituiti con un Accordo fra Stati, come la Corte Speciale per la Sierra Leone, il cui Statuto è stato adottato il 16 gennaio 2002 a seguito di un accordo tra Nazioni Unite e Sierra Leone.

La soluzione quindi per l’Ucraina potrebbe prevedere uno di questi modelli, o un’altro variabile con anche un ruolo di supporto, cooperazione  e integrazione dei team investigativi e giudicanti della Corte penale internazionale. Per meglio delineare un quadro giuridico compiuto è molto probabile che i giuristi europei sostengano comunque  l’idea di una Risoluzione stavolta dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite – dove già oltre i due terzi degli Stati membri hanno deliberato risoluzioni di  condanna dell’aggressione russa –  e/o di un Accordo che includa Unione Europea, o un gruppo di suoi Paesi, Ucraina e Cpi, aperto anche alla sottoscrizione di altri attori della comunità internazionale e delle Nazioni Unite. Di fatto si rafforzerebbero comunque i principi istitutivi della Corte penale internazionale perché in tal modo si potrà assicurare un quadro di legalità e di effettività della giurisdizione penale internazionale per tutte le violazioni sancite dallo Statuto di Roma, incluso il crimine di aggressione. Un’accusa da cui non potranno sottrarsi dunque principalmente i vertici politici e militari della Federazione Russa.

 



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