La condanna per aggressione sessuale di Donald Trump: un boomerang sul piano politico?

La commistione fra politico e giuridico presente in un sistema in cui il giudice federale del processo, Kaplan, è stato nominato in via politica, e segnatamente dal presidente Clinton, rende particolarmente poco credibile agli occhi della comunità trumpista la sua condanna.

Elisabetta Grande

Martedì 9 maggio una giuria federale di New York, formata da sei uomini e tre donne, ha deciso all’unanimità che Donald Trump è responsabile tanto di aggressione sessuale, quanto di diffamazione nei confronti della scrittrice E. Jean Carroll. Gli stessi giurati – che nel processo civile statunitense (perché non di condanna penale si è trattato, bensì di accertamento di responsabilità civile) quantificano anche i danni – hanno poi accordato all’attrice (ossia a colei che ha intentato l’azione) la somma di 5 milioni di dollari a titolo non soltanto di risarcimento del danno – sia patrimoniale che non patrimoniale – ma anche di danni punitivi, per modo da infliggere all’ex presidente una vera e propria sanzione economica, giacché a loro giudizio egli aveva agito nei confronti della donna aggredita con un atteggiamento psicologico particolarmente deplorevole.

Un giudizio pesante, dunque, quello che la giuria di Manhattan ha espresso nei confronti del comportamento machista e violento di chi come Donald Trump, in una registrazione fatta circolare prima della sua elezione a presidente nel 2016 e poi fatta ascoltare ai giurati in questo processo (il così detto Access Hollywood tape), aveva detto che il suo ruolo di star gli conferiva la licenza di baciare qualunque donna ed afferrarne il sesso senza domandare il permesso. I fatti addebitati a Trump riguardano una vicenda accaduta circa 30 anni fa (la stessa attrice non è riuscita a ricordare con precisione quale anno fosse) nel grande magazzino Bergdorf Goodman, al centro di Manhattan, quando Trump dopo avere chiesto aiuto alla Carroll per individuare un regalo per un’amica nel reparto di biancheria intima, l’avrebbe spinta in un camerino e l’avrebbe costretta al muro violentandola.

La giuria, dopo aver ascoltato la scrittrice e i suoi testi, nonché l’esame incrociato di quelli e della stessa Carroll condotto dall’avvocato di Trump, Mister Tacopina (il quale non ha portato testi a favore del suo assistito), fra le tre possibilità illustrate dal giudice Kaplan, ossia stupro, aggressione sessuale e contatto fisico forzoso, ha scelto la seconda. Ha ritenuto perciò provata l’aggressione sessuale in base al principio di preponderanza delle prove, by preponderance of evidence, avendo cioè valutato che è più possibile che il fatto sia accaduto piuttosto che no. È questo, infatti, lo standard probatorio richiesto nel processo civile: si tratta di uno criterio molto più blando di quello dell’“al di là di ogni ragionevole dubbio”, che sarebbe stato invece necessario qualora si fosse trattato di un caso penale.

Il dato non è di poco conto ai fini dell’impatto che la decisione dei giurati federali potrà avere sulla tenuta della campagna elettorale di Trump. Per quanto condannato, infatti, egli lo è stato non per stupro e non perché sicuramente ritenuto colpevole, bensì per un fatto meno grave e soprattutto senza che le prove dovessero essere schiaccianti. È però la commistione fra politico e giuridico presente in un sistema in cui il giudice federale del processo, Kaplan, è stato nominato in via politica, e segnatamente dal presidente Clinton, che rende particolarmente poco credibile agli occhi della comunità trumpista la sua condanna. Che quel giudice abbia per motivi politici manipolato il processo a danno del convenuto (ossia di Trump) è difatti ciò che Mister Tacopina contesta, il quale ha già annunciato di voler impugnare la decisione, ovviamente per questioni di diritto e non di merito, giacché in quel sistema nessun ritorno sul fatto è possibile in appello. L’avvocato di Trump accusa il giudice Kaplan di aver illegittimamente accettato (perché politicamente orientato) alcune obiezioni della parte attrice durante il contro esame dei testi e della Carroll da lui condotto, nonché di avere illegittimamente (e sempre per fini politici) consentito l’introduzione dell’Access Hollywood tape, che non avrebbe dovuto invece assumere rilevanza nel caso di specie, e infine di avere protetto con l’anonimato i giurati, i cui nomi non erano noti neppure agli avvocati.

Spesso la superiorità del mondo giuridico statunitense –rispetto ad esempio a quello cinese- è declinata in termini di possesso della rule of law, ossia di separazione fra piano politico e piano giuridico (ciò che nel mondo di common law si fa risalire agli inizi del XVII secolo, quando Sir Edward Coke, come Chief Justice della corte di Common Pleas, aveva escluso il Re dalla funzione giurisdizionale e lo aveva dichiarato sottoposto al diritto). A ben guardare però il vizio politico di origine che connota i giudici americani, in particolare se federali, ossia la loro nomina da parte del presidente con il parere e il consenso del Senato, ne compromette pesantemente la credibilità, permettendone una facile delegittimazione in quanto il politico e il giuridico appaiono intrecciarsi. È anche per questo che la condanna civile di Donald Trump rischia di non produrre un allontanamento della sua base elettorale dalla sua persona, ma al contrario di rafforzarne l’appoggio alle prossime presidenziali.

 

Foto Flickr | Matt Johnson



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