La conferenza stampa di Draghi qualcosa ci ha insegnato

Nonostante non abbia raggiunto nessuno dei favolosi risultati che il coro dei laudatori dava per scontati, l’algido banchiere punta a insediarsi al Quirinale dove continuare a servire gli interessi dei signori del denaro. Ce la farà?

Pierfranco Pellizzetti

La conferenza stampa di fine anno dell’algido banchiere è servita a fornire alcune conferme. Mario Draghi (o nonno Mario – come dice lui in vena di ridanciano) presume di traslocare il mese prossimo da Palazzo Chigi al Quirinale, ritenendo di aver portato a termine per intero la missione cui era preposto in quanto premier; anche se nessuno dei favolosi risultati che il coro dei laudatori dava per scontati, per la semplice imposizione delle sue taumaturgiche manine, è stato raggiunto: sconfitta definitiva del Covid-19; declinazione dell’opportunità Next Generation in un acrobatico esercizio di alta progettualità da New Deal rooseveltiano; risveglio dal suo lungo torpore di un sistema produttivo abituato a vivacchiare, ricreando lo spirito e le condizioni di un nuovo Miracolo Economico; riconduzione di una corporazione politica, composta nel migliore dei casi da mestieranti opportunisti, al servizio prioritario dell’interesse generale; assunzione per via ereditaria del ruolo di Angela Merkel quale supremo orientatore della politica europea (con un pensierino pure al concerto mondiale).

Ora pifferai, violinisti di spalla e cheerleader del mito draghista si guardano attorno smarriti davanti al modo maldestro con cui il loro osannato si è cercato una via di fuga.

Mentre intanto – come disse il poeta – “il morbo infuria /il pan ci manca /sul ponte sventola/ bandiera bianca”. E ci prepariamo alla fine d’anno più triste a memoria d’uomo, con la disperazione dei precari e dei disoccupati in costante crescita (alla faccia del ministro del lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando, che non ha mai lavorato e se ne infischia delle politiche sociali; sempre concentrato sulla difesa della poltrona ministeriale, nell’ossessione di dover ritornare nella natia La Spezia); con le stagioni che impazziscono e l’ambiente prosegue nella sua corsa al degrado (alla faccia del ministro della transizione ecologica, pervicacemente impegnato nel compito oppositivo a quello cui sarebbe demandato: promuovere un’idea di società che corrisponda alle aspettative di inquinatori ed estrattori vari); con un Paese sempre più sbrindellato (alla faccia di una folla di ministri di contorno – i Bianchi, le Cartabia, i Franco o i Colao – che non si capisce cosa ci stiano a fare, oltre alla tappezzeria e minacciare qualche ulteriore disastro).

Ciò nonostante, questo annetto scarso di governo dei Migliori non è stato del tutto inutile, fornendoci importanti conferme e smentendo fantasiose panzane.

In primo luogo ha finalmente spazzato via la fanfaluca liberista che rifaceva capolino dopo la breve stagione di ritorno alla socialità imposta dalla fase iniziale della pandemia. Il mito che i privati sono la soluzione efficiente dei problemi, per cui il clown Johnson poteva dire che l’avidità e l’egoismo (il revival delle Mani Invisibili e delle Favole delle Api: il vantaggio collettivo inintenzionale derivato dall’agire individualistico-possessivo) avevano sconfitto la Pandemia in un’Inghilterra dell’incoscienza, che presto avrebbe raggiunto le vette più alte dei contagi e dei morti.

Secondo: la follia propugnata, come il massimo della sagacia, dei governi “con dentro tutti” (vulgo di unità nazionale), perfetti per girare a vuoto e coltivare l’indecisione.

Ultima ma non ultima, la sudditanza psicologica nei confronti della casta dei banchieri, come riflesso condizionato servilistico nei confronti delle grandi ricchezza e del denaro, nonché della correlata esibizione. L’atteggiamento subalterno (magari nella speranza di una cooptazione) nei confronti di quei Masters of Universe di Wall Street responsabili dei disastri prodotti negli ultimi quarant’anni, dopo il crollo “dell’impero del male sovietico” (1989) e la totale mano libera della globalizzazione finanziaria (1999).

Sicché – terzo – chiamare un esponente della corporazione bancaria, intimamente coesa in base al principio del “cane non mangia cane”, a rimediare ai guasti di quella stessa corporazione non è stata un’idea particolarmente brillante.

Draghi ce la farà a insediarsi al Quirinale, da dove continuare a servire gli interessi dei signori del denaro? È anche possibile, ma non per questo apprezzabile (e di certo neppure minimamente entusiasmante). Potremmo consolarci raccontandoci che il successo dell’algido banchiere (non solo “centrale” – cara Gruber. Visto il suo passaggio in Goldman Sachs) potrebbe evitarci guai peggiori. Tipo la nomina a presidente, all’insegna della “rivoluzione femminile”, di Maria Letizia Brichetto, il cui massimo successo manageriale è stato quello di cambiarsi il cognome in Moratti. O di Marcello Pera, il ragioniere epistemologo autore di un dimenticabile “La scienza sulle palafitte” che si proclamava popperiano. Ma il filosofo della scienza Karl Popper, interpellato al riguardo, rispondeva “non mi faccia domande a pera”.

 

(credit foto ANSA)



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