La destra parte all’attacco della 194

La proposta di Maurizio Gasparri porterebbe all’impossibilità di un aborto volontario e al rischio penale per il medico e la donna.

Teresa Simeone

La legge 194 è di nuovo sotto attacco: le forze retrograde, che vorrebbero riportare indietro le lancette della storia, sono continuamente in attività, ma non passeranno. Troppo radicata è, ormai, nella società civile – si sostiene – la difesa di questa legge che risale al 1978 e che fu confermata nel referendum popolare del 1981. Tuttavia ci si prova sempre e, considerando la nuova maggioranza parlamentare, stavolta c’è da temere. E da lottare.

Intanto, dopo le ipocrite rassicurazioni da parte della destra durante la campagna elettorale e i sarcastici rimproveri dei suoi corifei a chi prospettava la possibilità, nascosta tra le pieghe delle dichiarazioni di Meloni sul diritto a non abortire (un diritto che, al di là della propaganda, è ovviamente già garantito), di un tentativo, se non di revisione, di svuotamento della legge, ecco arrivare, prima ancora che si formi il governo, la proposta di Maurizio Gasparri. Politico di lungo corso, militante nelle fila di MSI, AN, PDL, FI, ha chiesto di inserire la “Modifica dell’articolo 1 del codice civile in materia di riconoscimento della capacità giuridica del concepito”. L’articolo 1 del codice civile dispone: «La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita», mentre il nuovo provvedimento prevederebbe: “Ogni essere umano ha la capacità giuridica fin dal momento del concepimento. I diritti patrimoniali che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Sarebbe, se passasse, un fatto gravissimo dal momento che tale riconoscimento giuridico porterebbe di fatto all’impossibilità di un aborto volontario e al rischio penale per il medico che lo eseguisse e la donna che vi ricorresse. Come ha rilevato Laura Boldrini, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo, «quella proposta non solo compromette l’autodeterminazione delle donne, ma consentirebbe di perseguirle per omicidio». Modificare l’articolo 1 del codice civile «significa poter accusare di omicidio chi decide di ricorrere ad una interruzione volontaria di gravidanza», le fa eco Marco Grimaldi dell’Alleanza verdi-sinistra.

Riconoscere la capacità giuridica non più all’atto della nascita ma a quello del concepimento appare l’ennesima manovra per minare alla radice la legge 194/78 e svuotarla di efficacia, esattamente come sta accadendo nelle regioni amministrate dalla destra dove è resa inapplicabile a causa degli impedimenti che vengono posti.

Gasparri, di fronte alle reazioni indignate dell’opposizione, ha cercato di rettificare il tiro, dicendo che, nel presentare per la terza volta il ddl, in ricordo di Carlo Casini (esponente del Movimento per la vita), cui l’aveva promesso, ha voluto tirare “un sasso nello stagno” per aprire una discussione. Una discussione? Perché? Che bisogno c’è di discutere? È tutto così chiaro, com’è chiaro il tentativo in atto.

È questa la visione della destra dei diritti civili e della libertà delle donne? D’altronde, è venuta o non è venuta da FdI, nella scorsa legislatura, la proposta di seppellire i feti abortiti, anche senza il consenso dei genitori? Una legge liberticida, oscurantista, volta a criminalizzare e offendere le donne.

In ogni caso in Italia il ricorso all’aborto è in continua e progressiva diminuzione dal 1983, anno in cui si è osservato il più alto numero di IVG; il nostro Paese ha, altresì, un tasso di abortività fra i più bassi tra quelli dei Paesi occidentali, come si rileva dalla relazione del ministro della Salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza. Il fenomeno, vi si legge, è spiegabile presumibilmente con il maggiore e più efficace ricorso a metodi per la procreazione consapevole, alternativi all’aborto. Rimane elevato il numero di obiettori di coscienza per tutte le categorie professionali sanitarie, in particolare per i ginecologi (64,6%). La legge prevede, tuttavia, che l’organizzazione dei servizi IVG sia tale da assicurare un numero di figure professionali sufficiente a garantire alle donne la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, come indicato nell’articolo 9. Le Regioni, perciò, devono tutelare il diritto nell’accesso ai servizi e minimizzare l’impatto dell’obiezione di coscienza.

Tra i paletti che impediscono l’efficacia della legge, infatti, il più forte è proprio il ricorso massiccio all’obiezione di coscienza. In generale, come riporta l’Associazione Luca Coscioni, in Italia sono 72 gli ospedali con personale obiettore tra l’80 e il 100% e 18 quelli con il 100% di ginecologi obiettori. 4 invece sono i consultori con il 100% di personale obiettore. Le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori sono: Abruzzo, Veneto, Umbria, Basilicata, Campania, Lombardia, Puglia, Piemonte, Marche, Toscana, Sicilia.

La 194, lo ricordiamo un’ennesima volta, è nata per combattere l’aborto clandestino, piaga terribile del passato, quando era affidata alle mani inesperte di donne del popolo, le mammane, del tutto ignoranti di medicina, che utilizzavano metodi rozzi e invasivi come i ferri da maglia. Chi poteva, ricorreva ai cosiddetti cucchiai d’oro, col riferimento al cucchiaio di ferro con cui si praticavano, prima della legge, gli aborti clandestini: tale arnese, per pulire l’utero, diventava d’oro per il prezzo dell’intervento. Le donne più facoltose andavano all’estero.

Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente – rispose Italo Calvino a Claudio Magris che era intervenuto sul Corriere contro l’aborto – è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno”. Lui, invece, impiegò diversamente la sua autorevolezza, sensibile al dramma che una donna è costretta a vivere di fronte a scelte difficili.

Certo, un uomo non dovrà mai subire un raschiamento dell’utero né trovarsi nell’eventualità di essere operato in clandestinità, senza anestesia, col rischio di setticemie e danni permanenti, rischiando la vita e il carcere. Questo non significa che egli non possa capire la condizione femminile: moltissimi uomini, infatti, ne appoggiano e condividono le battaglie civili; altri, invece, nel dichiararsi a favore della vita, in realtà stanno creando le condizioni per metterla a rischio la vita, quella della donna cui negano la possibilità di un ambiente protetto in cui esercitare il suo diritto ad autodeterminarsi.

(credit foto ANSA/CLAUDIO PERI)



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