La destra vince ma non stravince

Tracolla la Lega di Salvini ma è il Pd il grande sconfitto. E un M5S rivitalizzato trova forse la sua fisionomia politica.

Mario Barbati

Vince ma non stravince la destra di Giorgia Meloni, che in termini di numero di votanti non è maggioranza nel Paese; perde la coalizione di centrosinistra, considerata dal corpo elettorale sempre più conservatrice e aderente al potere costituito in questo tornante storico; esce rivitalizzato dal tentativo di assassinio politico il Movimento 5 stelle, che forse trova dopo le prime esperienze in Parlamento la sua fisionomia politica.

Partiamo però dal dato che più interessa i sinceri democratici: la maggioranza di destra non ha i due terzi dei seggi per poter cambiare la Carta Costituzionale senza coinvolgere le opposizioni e senza referendum popolare. E poi, detto in tutta franchezza: se anche ci provassero, sarebbe secondo voi in grado questa classe politica di riscrivere una Costituzione? Si possono apportare cambiamenti mirati, che forse sarebbero anche auspicabili, ma scrivere intere parti di una Carta è una cosa seria, non è per tutti (ve la ricordate come fu scritta quella di quel fenomeno ex presidente del consiglio ed ex capo del Pd?).

Fratelli d’Italia, da sola, fa la stessa percentuale di tutta la coalizione di centrosinistra (26%), cannibalizza – doppiandoli e oltre – gli alleati della Lega e di Forza Italia (la somma dei due ha dieci punti in meno di FdI), passa dal 4% del 2018 a essere primo partito in Italia. Giorgia Meloni sarà la prima politica proveniente dal partito erede diretto della tradizione fascista a diventare capo del governo della Repubblica (anche se Fini era già stato al governo e presidente della Camera). La ragazza che a quindici anni bussò alla sezione del Movimento sociale italiano della Garbatella sarà la prima donna a capo di un governo in Italia. Ci arriva dopo aver fondato un partito praticamente da sola, a dimostrazione che in Italia è più facile per una donna farsi spazio ricevendo consenso dall’opinione pubblica che non nei consessi corporativi e fortemente maschili. La sua è stata una campagna elettorale dal punto di vista comunicativo quasi impeccabile, a parte un paio di sbavature social: si è mostrata molto prudente negli incontri che “contano” (il forum di Cernobbio, il meeting di Rimini, in tv) e aggressiva nei comizi per caricare il suo elettorato. Sono settimane che dialoga a distanza con Draghi e con il suo staff e ha già in programma un incontro con la Von der Leyen, ma in Europa il suo partito vota a favore dell’autocrazia ungherese. Per di più tra qualche settimana assisteremo probabilmente a un altro inedito italiano: la legge di bilancio scritta a quattro mani da Draghi e Meloni (Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della Bce, prossimo ministro dell’economia? Sarebbe in perfetta continuità con le politiche economiche di Draghi, senza la flat tax che è una proposta irrealizzabile e che serviva solo a gonfiare i consensi in campagna elettorale). Da noi la fantasia è sempre al potere.

Che dire di Enrico Letta e del Pd, della sua volontà di perdere a tutti i costi (calcolata?) abbiamo già detto, ridetto e satireggiato. In queste ore il Partito democratico viene descritto come il grande sconfitto, ed è sicuramente così: sotto il 20% e con un segretario che non aspettava altro che lasciare dopo la sconfitta. Purtuttavia, rispetto alle politiche del 2018 il Pd perde meno di un milione di voti. Toccò allora i minimi storici con il 18%, è rimasto in questa tornata più o meno con la stessa percentuale (19%) e qualche voto in meno. La vera sconfitta dei dem è più profonda e attraversa tutto il decennio. Gridare al pericolo per l’Italia con Meloni premier, come ha fatto Letta, è irrealistico e non percepito dall’opinione pubblica in questo contesto storico, a differenza ad esempio degli anni del berlusconismo. Per il semplice motivo che l’Italia in pericolo c’è già e da diversi anni, semmai Meloni può solo peggiorare la situazione. Gli elettori e i cittadini lo sanno e lo vivono sulla propria pelle: la grande recessione del 2008, gli anni della pandemia, la spirale recessiva di questi mesi dopo la guerra, i salari più bassi d’Europa e il dilagare del precariato. Queste cose il gruppo dirigente del Pd le conosce solo perché le ha viste in televisione o per le ottime letture, lontano com’è dalle periferie sociali. Il partito che doveva essere erede delle culture politiche del secondo Novecento, il comunismo democratico e il cattolicesimo progressista, è solo il quarto partito votato dagli operai ed è primo tra chi guadagna più di 5mila euro al mese (sono dati di recenti sondaggi, vedremo i flussi ma non saranno dissimili). Il suo ex segretario Renzi ha distrutto lo Statuto dei lavoratori, si può far finta di niente ma questi sono fatti che rimangono e fanno Storia. Con tutto il rispetto per quegli elettori che sono cresciuti nel Dopoguerra e che hanno creduto a una “cosa” politica diversa, il Partito democratico è da anni un centro di potere politico al servizio del potere stesso, i governi di larghe intese di questi anni e i flussi elettorali sono lì a testimoniarlo. Dalla sua fondazione il Pd non ha mai vinto un’elezione nazionale (a parte la non vittoria di Bersani nel 2013, primo non come partito ma come coalizione e senza i numeri per governare) e negli ultimi dieci anni è sempre stato al governo, a parte un solo passaggio incidentale. È un dato agghiacciante: immaginate se negli anni della Prima repubblica, la Dc non avesse mai vinto un’elezione e si fosse accomodata sempre al governo del Paese.

Tracolla a destra la Lega e soprattutto Matteo Salvini, che passa dal 17% di cinque anni fa all’8% di quest’anno. Con un’emorragia di voti che al Nord fuoriescono a vantaggio di Fratelli d’Italia e al Sud del M5s, va in rovina il suo progetto di partito nazionale, che fino a pochi anni fa era anche il primo partito nel voto degli operai. Rinuncerà probabilmente a occupare il Viminale (ottima notizia) e già in queste ore più che in discussione è ‘sotto processo’ la sua leadership. Giorgetti e Zaia potrebbero cominciare un nuovo corso e questo per la gestione governativa della futura premier Meloni non è una buona notizia. Tiene bene invece Forza Italia, che vince il derby al centro con Calenda e pareggia quello a destra con la Lega. Silvio Berlusconi è un essere mitologico: nella sua ottava campagna elettorale ha detto che Putin avrebbe voluto sostituire Zelensky con un governo di persone perbene, che i fondi del Pnrr in Italia sono arrivati grazie a lui e a Forza Italia, che Mattarella si dovrebbe dimettere in caso di riforma presidenziale e che da ragazzo corse i 100 metri in undici secondi per scappare dai comunisti. Esiste un 8% di persone piuttosto anziane, benestanti e – ci permettiamo senza offesa, perché in democrazia tutti i voti sono legittimi – parecchio ignoranti che ama sentirsele sparare grosse e crogiolarsi nelle sue sparate. I Renzi, i Calenda, i Salvini dovranno prenderne di jet privati e mangiarne di polvere per arrivare a quei livelli inarrivabili. Tuttavia, da domani i mezzi d’informazione, che archiviano tutto, lo descriveranno come la carta affidabile e moderata dell’area di centrodestra. Se Meloni non sarà in grado di garantire determinati interessi, Forza Italia, che è sempre stata “cugina di larghe intese” con il Pd, e la Lega senza Salvini potranno staccare la spina per creare una nuova maggioranza in Parlamento.

È andata maluccio a quello che i grandi organi d’informazione chiamano Terzo Polo e che invece per gli elettori italiani è solo la sesta lista che non raggiunge nemmeno le due cifre. Finanziati dai grandi gruppi industriali, onnipresenti nei salotti televisivi, Calenda&Renzi, il duo Gianni e Pinotto della politica italiana, raggiunge uno striminzito 7%. Nonostante la scorsa estate sbucavano dappertutto: dai nostri smartphone mentre eravamo in spiaggia, nelle inesistenti agende Draghi decantate sui giornali, nei palinsesti di ogni fascia oraria. State certi che per alcuni arguti analisti la strategia politica vincente dei due è solo rinviata. Da dopodomani ricominceranno il loro giro di valzer, anche se Renzi in queste ore si è garantito un posto in Parlamento ma stranamente ha seguìto le elezioni dal Giappone, non dall’abituale Arabia Saudita.

Destino diverso da quello presagito, auspicato, profetizzato da quasi tutti i grandi commentatori per il Movimento 5 stelle, che da “finito”, “estinto” e “irrilevante” come è stato descritto a più riprese, esce dalle urne come la terza forza politica del Paese con il 15,4%. Il Movimento 5 stelle e la sua comunità dovranno ringraziare tutta la vita Mario Draghi e Luigi Di Maio, che concordando una scissione di Palazzo hanno creduto di fare fuori Conte e il Movimento stesso dalla scena politica. Ingenuo Letta che è andato dietro al loro disegno, che invece ha provocato una reazione di orgoglio e una nuova progettualità politica dei pentastellati. Molto superficiale o prevenuta o interessata, o magari le tre cose insieme, anche l’analisi mainstream che si fa da anni dei 5 stelle. Oggettivamente contenitore di disperazione sociale nel 2013, d’istinti populisti che provenivano da destra, da sinistra, da larghi strati della società impoveriti, il Movimento ha avuto una sua evoluzione nelle prime due esperienze di governo: il primo costretto a fare con Salvini perché Renzi gli disse di no, il secondo con la maturazione improvvisa di un capo politico e con un profilo di governo progressista. È in quei mesi che il M5s si depura dei peggiori istinti reazionari, complottisti (pensate soltanto ad alcuni rappresentati del popolo vergognosi, un nome su tutti, Sara Cunial), perde a mano a mano tutti i consensi che gli venivano dai settori della destra, perderà quasi 6 milioni e mezzo di voti dal 2018 a oggi, si dà un profilo istituzionale con Conte, vota Ursula Von der Leyen presidente della Commissione a Bruxelles dandosi una svolta europeista, rafforzata con la storica trattativa sul Recovery, fino all’agenda progressista messa in faccia a Draghi e al Pd recentemente. È oggettivamente l’unica forza politica che ha inciso al governo con riforme sociali, ambientaliste e legalitarie.

Giuseppe Conte poi sarà un caso da studiare nei prossimi anni. Snobbato, isolato, osteggiato dai salotti che contano perché non era un politico di professione, non aveva il pedigree adatto e non riceveva privatamente a colazione i capitani d’industria e gli editori dei giornali, se non per gli incontri istituzionali. Risulta invece popolare tra gli elettori, tra il ‘popolo’ anche e soprattutto di sinistra, in campagna elettorale lo abbiamo visto salire sulle panchine delle piazze di piccoli centri del Sud e arringare (chi glielo spiega a Sua Maestà Draghi che in alcune aree del Meridione senza offerte di lavoro e centri per l’impiego, il reddito di cittadinanza toglie manovalanza alle mafie?). Ha la fortuna di avvalersi di uno staff della comunicazione che avrà un terzo degli effettivi del Pd ma più efficace. Un incidente della storia insomma, un outsider, che per tradizione in Italia non sono mai piaciuti, anzi tendono a essere isolati. Con preparazione e percorso biografico totalmente diversi, in epoca e contesti differenti, era già successo a Romano Prodi, pugnalato a più riprese dai compagni di sinistra. Ma innumerevoli sono i casi e gli esempi anche nel mondo della magistratura, dei quadri dirigenti pubblici e privati, persino nel mondo dello sport e del calcio. L’inverso di quello che accade negli Stati Uniti, dove il talento nato per caso viene valorizzato.

Ma al di là degli aspetti personali, ci sono questioni squisitamente politiche che stanno distinguendo e dividendo un embrionale fronte progressista dall’agenda Draghi abbracciata dal Pd. Solo sommariamente per titoli: Conte al governo fece cinque variazioni di bilancio da 140 miliardi, lasciando lo spread sotto i 100; Draghi non ha voluto fare scostamenti e lascia lo spread sopra i 200. Si può fare debito se gli interventi sono mirati e moltiplicano la crescita economica (lo stesso Draghi parlò di ‘debito buono’) o si ritorna all’austerità della pre-pandemia? Conte invoca un protagonismo italiano in Europa, perché secondo lui Draghi è stato ignorato dalla Germania sul tetto al prezzo del gas. Per inciso, mentre da noi si votava, Francia e Germania hanno stipulato un “patto di solidarietà energetica” a due. Che postura deve avere l’Italia in Europa? A proposito di politica internazionale, la frattura tra Pd e M5s nasce nei mesi successivi allo scoppio della guerra. Per Draghi il supporto all’Ucraina deve essere accompagnato da investimenti nell’industria bellica nazionale sulla scia del super riarmo voluto dalla Germania, con tanti saluti alla difesa comune europea. Per Conte il riarmo è una follia, per un Paese in cui l’inflazione è diventata una patrimoniale per i poveri e che non riesce a prendere gli extraprofitti dalle compagnie energetiche. E ancora sulla guerra: dopo diversi mesi, il tema non è da che parte stare, ma come stare dalla nostra parte, cioè l’alleanza atlantica. Noi stiamo armando l’Ucraina per arrivare a una pace dettata dalle nostre condizioni (dall’Occidente) o come hanno deciso gli Usa, per prolungarla in una lunga guerra per l’ordine mondiale che durerà anni, evitando di sedersi intorno a un tavolo con la Cina e trovare un accordo multilaterale, anzitutto su Taiwan?

Intorno a questi temi, si va delineando un progetto politico a cui potrebbero aggiungersi la Sinistra italiana ecologista di Fratoianni e Bonelli (alleati col Pd solo per convenienza), la Rete dei numeri pari e altre voci. Come quella di un esponente storico della sinistra, Stefano Fassina, che ha enunciato per grandi linee una sorta di manifesto (Il mestiere della sinistra nel ritorno della politica, edito da Castelvecchi) e ha annunciato un’iniziativa politica proprio con i 5 stelle. Una sorta di progressismo costituzionale, da giudicare solo sui fatti e senza cambiali in bianco; un radicalismo civico di cui un paese come l’Italia ha bisogno come l’aria.

(credit foto ANSA/GIUSEPPE LAMI)



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