La dittatura nazional-imperiale di Putin: la metamoforsi è compiuta

L'invasione dell’Ucraina scaturisce dalla costruzione di una narrazione revanscista e securitaria che ha caratterizzato l’ultimo decennio del leader russo.

Giovanni Savino

Il passaggio finale del sistema di potere putiniano sembrerebbe essersi compiuto, con l’attacco all’Ucraina iniziato il 24 febbraio. Si tratta di uno spartiacque fondamentale non solo per la politica estera del Cremlino, ma anche per quel che riguarda l’assetto interno, dove il passaggio verso forme ancor più marcatamente dittatoriali, già in essere nell’ultimo decennio, si accompagna all’adozione di una retorica nazional-imperiale tutta diretta contro la “quinta colonna” e all’appello alle forze sane del popolo russo contro i “traditori della nazione”. Le motivazioni della scelta di Vladimir Putin non sono da ricercarsi in spiegazioni irrazionali o determinate dalle sue condizioni di salute, ma scaturiscono dalla costruzione di una narrazione revanscista e securitaria che ha caratterizzato l’ultimo decennio del leader russo al potere.

A favorire questa narrazione è stata l’assenza di un vero pluralismo nella società russa, combattuto come foriero di divisioni e di pericoli per la stabilità del sistema, una mancanza esacerbata dalle caratteristiche della Costituzione eltsiniana del 1993, che ha creato un’architettura del potere totalmente sbilanciata sull’esecutivo e sulla presidenza. Un vulnus in cui si sono inseriti organismi non regolati dalla carta costituzionale, come l’amministrazione presidenziale, struttura parallela e di fatto ben più importante del governo, in grado di imporre non solo la propria volontà politica, ma addirittura costruire veri e propri scenari artificiali per dar l’impressione dell’esistenza, a livello ufficiale, di spazi democratici e pluralisti. In un contesto simile, la formazione di una “bolla”, alimentata da dossier compiacenti verso i desideri dei capi e dall’ostilità verso ogni forma di dissenso, è una conseguenza logica degli sforzi effettuati nel depoliticizzare la società civile con ogni mezzo necessario.

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La narrazione compiutamente nazional-imperiale alla base dell’aggressione militare all’Ucraina si basa sul recupero di elementi della cultura politica delle forze ultraconservatrici del primo Novecento, rafforzate dall’influenza su Putin di pensatori quali il filosofo Ivan Il’in, autore di articoli in cui salutava l’ascesa di Hitler al potere e inneggiava all’esperienza storica del fascismo in Italia e del franchismo in Spagna; o dell’etnologo Lev Gumilëv, figlio del poeta Nikolaj (fucilato dalla Čeka nel 1921) e di Anna Achmatova. Soprattutto negli ultimi tempi il presidente russo ha citato a più riprese la teoria della passionarietà elaborata da Gumilëv, elaborazione pseudoscientifica secondo cui i popoli attraversano fasi di ascesa e decadenza dettate dall’energia passionale, proveniente dalla biosfera.

Durante l’incontro con i direttori dei principali media russi del 14 febbraio 2021, Putin ha fatto direttamente riferimento alla teoria proposta dall’etnologo, adattandola alla realtà della Russia di oggi:

Ogni popolo, come ogni persona, ha il proprio destino. Io credo nella passionarietà, in questa teoria della passionarietà: come nella natura, così nella società vi è l’ascesa, il picco e la decadenza. La Russia non ha raggiunto il suo picco, noi siamo in marcia, verso l’ascesa. [La Russia] ha attraversato prove difficili, difficilissime, nella sua storia – negli anni Novanta e all’inizio dei Duemila, ma è in marcia. Ne sono assolutamente convinto.

Ma se per Gumilëv l’energia di un popolo deriva dalla natura, avendo sussunto dal geologo Vladimir Vernadskij la sua caratterizzazione di biosfera, il leader russo ne vede le origini in un’altra fonte, basata sul carattere multietnico della Federazione Russa, che darebbe alla popolazione particolarità genetiche e di sangue:

Sì, abbiamo un mare di problemi, ma a differenza delle altre nazioni, vecchie o che invecchiano in fretta, noi siamo in ascesa. Siamo una nazione abbastanza giovane e abbiamo un codice genetico illimitato, basato sul mescolamento del sangue, se si può dire così, in modo semplice.

Già in passato Putin aveva ripreso nei propri discorsi le posizioni del figlio di Anna Achmatova in occasione di cerimonie ufficiali, e aveva posto l’accento sull’energia vitale della nazione russa e dei popoli del Paese, nel tentativo di costruire una narrazione in grado di ammiccare al nazionalismo più estremo senza scontentare gli altri gruppi etnici. In occasione della visita a una scuola di Jaroslavl il 3 settembre 2017, il presidente, davanti agli alunni e ai docenti, si era espresso in questo modo:

Viene da chiedersi: ma se esistiamo da più di mille anni, se cresciamo e ci rafforziamo così attivamente, vuol dire che abbiamo qualcosa in più? Questo qualcosa in più è il “reattore nucleare” interno del nostro popolo, del nostro uomo, l’uomo russo, l’uomo della Russia, che ci consente di andare avanti. Si tratta della passionarietà di cui parlava Gumilëv a suo tempo, che manda avanti il nostro Paese.

In una visione simile, su cui si innestano anche l’elaborazione violentemente anti-ucraina del nazionalismo russo della tarda età imperiale e una deriva complottista di bassa lega (si vedano le notizie su esperimenti con il coronavirus sugli uccelli nei laboratori ucraini), non c’è spazio per le libertà d’espressione e d’informazione. Non può esserci, perché tali diritti andrebbero a mettere in discussione la narrazione, e fornirebbero argomenti nel confutarla, rivelandone i forti bias e le montature.

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Ma le libertà in Russia non sono scomparse nel giro di pochi giorni, si tratta di un lavorio permanente, proseguito per più di un decennio, durante il quale le autorità hanno sondato la resistenza della società a ogni provvedimento adottato. L’introduzione della legge sugli “agenti stranieri”, ispirata al Foreign Agents Registration Act degli Stati Uniti, non è servita a far chiarezza sulle lobby foraggiate da altri governi, ma per colpire il giornalismo indipendente. Anche poche centinaia di rubli possono permettere al Ministero della Giustizia di inserire un singolo o un media nel registro degli agenti stranieri, il che vuol dire dover pubblicare, prima di ogni testo, una nota a mo’ di bollino. Le restrizioni non si limitano, però, solo al bollino, perché ogni “agente straniero” è tenuto a rendicontare periodicamente ogni entrata e uscita dai propri conti, e non vi è un meccanismo per cui si possa ottenere la cancellazione dal registro, come non vi è nessun dibattimento, penale o civile, prima di essere inseriti nell’elenco. Ovviamente, essere bollati come “agenti stranieri” per le testate e i siti d’informazione vuol dire dover rinunciare alle entrate pubblicitarie (quale azienda o ente finanzierebbe un media con quel bollino?) e per i giornalisti vuol dire dover spesso emigrare, perché non trovano lavoro nemmeno in altri settori.

A garantire il controllo sui media e sui social è Roskomnadzor, l’authority russa delle telecomunicazioni, che, di concerto con la Procura generale e il Ministero degli Interni, interviene sistematicamente introducendo sempre nuove limitazioni. Già nel 2018 Telegram, il popolare servizio di messaggistica, è stato bloccato per ben due anni dalle autorità, blocco però sempre aggirato dalla creatura di Pavel Durov, grazie a una serie di proxy inseriti nel sistema. Durov, già fondatore del social network VKontakte, è da sempre nel mirino, e già nel 2014 ha dovuto cedere, su pressioni dall’alto, la propria creazione, da quel momento concentrandosi sulla realizzazione di un’app in grado di poter funzionare in ogni contesto. Nel corso degli anni, Roskomnadzor ha agito da censore di notizie sgradite non solo al potere politico, ma anche economico, imponendo in alcuni casi l’eliminazione di reportage su proprietà e scandali di corruzione in cui erano coinvolti oligarchi. Con l’inizio della cosiddetta “operazione speciale” (o “operazione militare”), il ruolo di Roskomnadzor e della Procura generale è cresciuto in modo esponenziale, fino a portare al bando di Facebook e Instagram, e al probabile blocco di YouTube nei prossimi giorni: veri e propri colpi non solo alla libertà di espressione, ma anche a chi utilizzava questi servizi per promuovere le proprie attività, pubblicizzare prodotti e fare impresa. La decisione del gruppo Meta di eliminare il controllo su post in cui si incitava alla violenza contro esponenti delle autorità, dell’esercito e delle forze dell’ordine russe è servita a dare il “la” a un’escalation censoria, rafforzata anche dall’adozione della legge sulle fake news e sul vilipendio alle forze armate il 4 marzo.

Le nuove norme sono state già introdotte nel codice penale e a esse il 13 marzo la Duma ha aggiunto il discredito delle rappresentanze diplomatiche all’estero come ulteriore reato da sanzionare. Al momento, vi sono già 198 casi portati in giudizio per violazione della legge, in stragrande maggioranza originati dagli oltre 15 mila fermi operati durante le proteste contro la guerra. Marina Ovsyannikova, la redattrice del primo canale russo apparsa qualche giorno fa durante il telegiornale delle 20:00 con un cartellone contro la guerra, al momento è sotto inchiesta per vilipendio, dopo essere già stata condannata a una multa di 30 mila rubli (256 euro circa) per aver diffuso il video in cui spiegava le ragioni del suo gesto antimilitarista.

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Per la Russia si apre una fase di profonda crisi socioeconomica, causata dalle sanzioni che colpiscono duramente le condizioni di vita e modificano il quotidiano. E l’aumento dei prezzi si accompagna alla svalutazione del rublo. Questo clima non è però la base da cui potrà nascere un cambiamento radicale, perché, nella totale depoliticizzazione della società russa, il tentativo è quello di riuscire ad avere una vita normale in condizioni probabilmente inedite nella storia recente. Lo spettro della disoccupazione è una realtà per chi lavorava fino a qualche giorno fa nelle compagnie e nelle catene straniere, con ripercussioni ancora tutte da vedere per l’indotto, mentre le due principali holding del settore automobilistico, la VAZ e la Kamaz, hanno mandato in ferie le maestranze perché non vi sono consegne dei componenti elettrici necessari alla produzione. Nel trasporto aereo la situazione non è migliore, con la chiusura degli spazi aerei e il ritiro dei leasing e delle assicurazioni ai vettori russi, per l’80% di produzione straniera. In Aeroflot, compagnia di bandiera, si discute di riduzioni del personale, e Uralskie Avialinii, importante operatore a livello nazionale, ha già mandato in cassa integrazione piloti, steward e hostess.

Gli appelli di Putin a far pulizia dei “traditori della nazione”, dipinti come dei privilegiati che pasteggiano a ostriche e champagne in quel di Miami, prova a scaricare i costi della guerra su chi vi si oppone. Guerra che non può nemmeno essere chiamata guerra, per non incorrere nelle sanzioni della nuova legge, e di cui non si può parlare sui giornali, nelle aule, per strada. Quando anni fa i liberal-conservatori locali invocavano un Pinochet russo in grado di tenere a bada il Paese forse non immaginavano di pronunciare una profezia capace di autoavverarsi e avviare una spirale di devastazione politica, sociale e economica di cui a oggi difficilmente si scorge la fine.

Credit Image: ANSA © Bai Xueqi/Xinhua via ZUMA Press



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