La dottrina Netanyahu e l’inferno di Gaza

Agli orrendi massacri di Hamas Israele sta rispondendo con atroci crimini di guerra. La tragedia in cui ci troviamo deriva dal fatto che dopo il fallimento degli Accordi di Oslo, l’estremismo politico-religioso ha prevalso da ambo le parti. Nella sfera palestinese si afferma il predominio islamista e jihadista di Hamas, il cui scopo principale è la distruzione dello Stato di Israele. In Israele quello del partito reazionario di Netanyahu, la cui dottrina è opposta ma complementare a quella di Hamas: impedire ad ogni costo la nascita di uno Stato palestinese.

Michele Martelli

Infuriano i bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza: 100 aerei impegnati in voli ogni giorno, colpiti in 24 ore mediamente 540 obiettivi, – fra cui campi profughi, colonne di civili in fuga, case, quartieri, mercati, ospedali ridotti in macerie fumanti, – mentre è in corso la fase 2, l’invasione di terra con mezzi corazzati. Un massacro indiscriminato di civili: oltre 8 mila morti, la metà bambini, al venticinquesimo giorno di guerra. La guerra Israele-Hamas? Un inferno per i gazawi, senza acqua, cibo, elettricità, medicinali, carburante, definiti con disprezzo «animali umani» da Yoav Gallant, attuale ministro della Difesa israeliano.
È un fatto che ai crimini di guerra di Hamas contro gli israeliani corrispondono specularmente i crimini di guerra del governo di Tel Aviv contro i palestinesi, ma centuplicati dall’uso massiccio di mezzi bellici molto più potenti e distruttivi. La notizia diffusa da Tel Aviv di 40 bambini ebrei barbaramente trucidati da Hamas uno a uno ci ha giustamente riempito di orrore e indignazione morale. Ma i bombardamenti a pioggia ordinati da Netanyahu e scatenati preferibilmente di notte e in pieno blackout per impedire ogni ripresa video, che dalla Seconda guerra mondiale in poi nel linguaggio strategico-militare hanno il nome preciso di «bombardamenti terroristici» in quanto mirati a terrorizzare e uccidere i civili per indebolire il nemico diffondendo il panico, che cosa sono?
Il noto storico israeliano Ilan Pappé ha definito la Striscia, insieme alla Cisgiordania, «la prigione più grande del mondo». Se non si riesce a fermare la follia di questa guerra tra fondamentalismi politico-religiosi contrapposti in cui i palestinesi sono da un lato lo scudo umano dei terroristi di Hamas e dall’altro poco più di un formicaio subumano per l’Idf (Israel Defence Forces), la sua definizione più appropriata sarà non «la prigione», ma «il cimitero più grande del mondo».

All’origine di questa storia tragica è forse proprio il modo in cui è nato lo Stato di Israele. Dal 1918 al 1948, sotto il mandato britannico, quel pezzo di terra mediorientale tra il Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Rosso e il Mar Morto si chiamava, col nome datogli dagli antichi Greci, Palestina. Una terra abitata principalmente da popolazioni arabe e nella quale a partire in particolare dalla fine del XIX secolo, e poi ancora più marcatamente durante e dopo la Seconda guerra mondiale e l’Olocausto, si trasferirono ebrei provenienti da tutto il mondo. Nel 1947 l’Onu decide a maggioranza per la creazione di due Stati, uno ebraico e l’altro arabo, quindi su base sventuratamente etnico-religiosa. La Lega araba rifiutò questa soluzione e lo Stato arabo non nascerà mai, mentre il Consiglio nazionale sionista darà vita il 14 maggio 1948 allo Stato ebraico col nome di Medinat Yisrael. Che, a dispetto dei trumpiani «Accordi di Abramo», non sarà mai davvero accettato dal mondo arabo, fino ad oggi. Il 15 maggio 1948, cioè il giorno dopo l’autoproclamazione dello Stato di Israele, la Lega araba ritirò fuori la proposta avanzata dai britannici nel «Libro Bianco» del 1939, che optava per uno Stato unitario della Palestina, di tipo federale. Una mossa di certo strumentale, dato che allora la maggioranza di quello Stato sarebbe stata di arabo-palestinesi. E comunque tardiva: la macchina infernale del non-riconoscimento reciproco, dell’odio e del conflitto permanente era oramai partita, inarrestabile.
Dopo il fallimento degli Accordi di Oslo (1993) e l’assassinio di Rabin e di Sadat, l’estremismo politico-religioso prevale da ambo le parti. Nella sfera palestinese si afferma il predominio islamista e jihadista di Hamas, il cui scopo principale è la distruzione armata dello Stato di Israele. In Israele si formano vari governi di destra e di ultradestra, centrati sul partito reazionario del Likud. Netanyahu, che (come Hamas) si oppone ad Oslo, è primo ministro dal 1996 al 1999, e poi ininterrottamente dal 2009 ad oggi. La sua dottrina è opposta e complementare a quella di Hamas: impedire ad ogni costo la nascita dello Stato palestinese. Che Hamas vorrebbe sì instaurare, ma solo sulle rovine di Israele. Altro che il mantra delle Nazioni Unite «due popoli due Stati».

All’Onu il 23 settembre 2023, 14 giorni prima dell’orrendo attacco terroristico di Hamas, Netanyahu aveva mostrato la mappa del futuro «Nuovo Medio Oriente» prospero pacifico radioso che sarebbe nato dai bramati accordi abramitici con Mohammed bin Salman. In quella mappa non esisteva né Gaza né le enclaves cisgiordane sin dal 1993 sotto la sovranità, seppur nominale, dell’Anp (Autorità nazionale palestinese), in previsione di un effettivo e autonomo futuro Stato palestinese previsto dall’Onu. C’era solo lo Stato di Israele, del «Grande Israele» dal Giordano al Mediterraneo, sognato dalle forze governative dell’ultradestra, e riassunto nel falso slogan diffuso negli ambienti sionisti sin dagli anni tra le due Guerre mondiali: «Una terra senza popolo per un popolo senza terra» (Land Without People for a People Without Land). Slogan ripreso di fatto dal neo-sionismo religioso ora al potere con Netanyahu col progetto di sostituire la denominazione di Medinat Yisrael (Stato di Israele) con quella di Eretz Yisrael (Terra di Israele), con chiaro riferimento alla biblica immaginaria «Terra promessa» da Jahvè al suo «popolo eletto».
Forse sorretto da tali postulati politico-religiosi, Netanyahu, parlando nei giorni scorsi in tv e coi giornalisti, ha definito la sua sproporzionata e feroce guerra aereo-terrestre contro Gaza come «la guerra del Bene contro il Male», o «contro l’Asse del Male», o anche «una guerra di civiltà», o «per la difesa dell’umanità», scopiazzando come uno scolaretto sia le massime dei think tank neocon e teocon degli Stati Uniti dove egli non a caso ha studiato e si è laureato, sia gli sciagurati proclami bellicisti e imperialisti di Bush Jr. dopo l’11 Settembre, dai cui «errori» persino Biden ha messo Netanyahu sull’avviso.
Un Biden che tuttavia non ha (im)posto alcuna «linea rossa» alla follia bellicista di Tel Aviv, appoggiandola anzi militarmente, seguito a ruota da quasi tutti i governanti europei, esclusi francesi, spagnoli e portoghesi, ma inclusa l’italica Meloni reduce dall’eroica gloriosa giambruneide. Da aggiungere infine che SoyGiorgia-SoyPonziaPilata, dopo aver stretto la mano di «piombo fuso» di Netanyahu, si è astenuta all’Onu il 27 ottobre sulla risoluzione, proposta dalla Giordania e peraltro non vincolante, di una «tregua umanitaria» a Gaza, su cui gli Usa di Biden, c.v.d., hanno votato contro. Se la guerra continua, col suo immane carico di sofferenze, distruzioni e morti, e col rischio di un allargamento internazionale, un grazie noi italiani lo dovremo anche a Nostra Sorella della Garbatella.

FOTO Credit Image: © Amos Ben Gershom/Israel Gpo via ZUMA Press Wire



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