La forza degli ultimi. Perché Riace resiste

“Riace ha mostrato che un’altra politica è possibile”. Mimmo Lucano a Reggio Calabria al controvertice “TheLast20” spiega perché quell’esperienza non è stata solo un laboratorio di accoglienza.

Daniele Nalbone

Perché l’esperienza di Riace è, ancora oggi, sentita, vissuta e soprattutto raccontata come un modello politico di accoglienza e integrazione, nonostante le accuse mosse a Mimmo Lucano e all’intero progetto? Perché continua ad avere così tanto seguito nel popolo diffuso della sinistra? Come è stato possibile che una simile realtà, un piccolo comune calabrese, abbia costruito un tale immaginario? Sono queste le domande che hanno fatto da sfondo all’incontro che ha aperto la seconda giornata di TheLast20, “controvertice” rispetto al G8 in corso in Italia e che a Reggio Calabria ha riunito rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità dei venti Paesi più “impoveriti” del mondo sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa.

“La forza degli ultimi”. Il titolo dell’incontro al quale hanno partecipato, insieme a Mimmo Lucano, i giornalisti Tiziana Barillà, Enrico Fierro, Lucio Musolino, Daniela Preziosi, Antonio Rinaldis, è parte della risposta. Perché Riace non è stata – non è – solo un laboratorio di accoglienza, ma un’esperienza “paradigmatica nella letteratura, nel teatro, dei docufilm, sulla stampa” ha sottolineato in apertura Mimmo Rizzuti, moderatore dell’incontro.

“Io stesso faccio fatica a comprendere come mai la storia di Riace abbia avuto tanta attenzione” spiega Mimmo Lucano. “Riace è avvolta da un fascino enorme che ancora oggi resiste, anche alle tempeste giudiziarie”. Eppure “per una certa parte politica del Paese, Riace altro non è che un tentativo di dare vita a un’associazione a delinquere, una storia in cui non c’è rispetto per le regole”. Lucano porta subito il discorso sul processo che concluderà la sua prima fase il 27 settembre, con la sentenza di primo grado. L’ex sindaco rischia 7 anni e 11 mesi di carcere per accuse che vanno dall’associazione a delinquere all’abuso di ufficio, dalla truffa alla turbativa d’asta.

“Questo processo”, spiega Mimmo Lucano, “è servito anche a me per cercare di capire meglio cosa è davvero avvenuto a Riace, perché questo piccolo comune è diventato, nel mondo, simbolo di accoglienza e integrazione”.

L’obiettivo di Lucano, all’inizio della sua esperienza da sindaco (2004), era “solo quello di non vedere morire Riace”. “Avevo negli occhi l’esempio di Badolato, un piccolo centro rinato grazie a un turismo sostenibile. Volevo fare dell’impegno sociale e politico la nostra stella polare e, così, far tornare le persone a vivere a Riace. Non potevo accettare l’idea che fosse l’ennesimo piccolo comune calabrese da cui andar via, destinato a diventare uno dei tanti borghi abbandonati del profondo sud italiano”.

Così Riace “ha aperto le porte a chi arrivava in Italia scappando dalle guerre, dalle torture, dalla povertà. Mai avrei immaginato che, in pochi anni, Riace sarebbe diventato un riferimento per così tante persone”. E allora “abbiamo dovuto fare delle scelte, senza mai aggirare le regole ma, al massimo, forzandole”. Perché “è questo che rende uomini gli uomini, la solidarietà, l’accoglienza. Ecco, la mia risposta alla domanda iniziale è: Riace ha mostrato che un’altra politica è possibile”.

Negli anni, a Riace si sono alternati giornalisti e scrittori, musicisti e autori teatrali, registi e attori. “Siamo ciò che incontriamo, diceva Alex Zanotelli” sottolinea Lucano. “Ecco, noi abbiamo incontrato tante persone provenienti da ogni parte del mondo. E questo ha reso Riace un luogo di incontro. Continuo a credere che se tutto ciò è stato possibile a Riace significa che è possibile ovunque. Qui abbiamo smascherato come sia interesse del potere costruire discriminazione. Non basta la teoria, diceva Dino Frisullo, ma bisogna prendere parte. Noi a Riace lo abbiamo fatto. Un noi largo, che coinvolge tutte le persone che negli anni sono passate da qui. Gente di Riace e no. Calabresi e no. Italiani e no. Europei e no”.

Rivoluzione della normalità. I tanti interventi che si sono susseguiti hanno spesso rimarcato questo concetto. “A Riace non è accaduto niente di straordinario” sottolinea Tiziana Barillà, autrice del libro Mimì Capatosta (Fandango, 2017), Riace “ha ‘semplicemente’ reso tutti riacesi, chi di nascita, chi di adozione, chi si sente tale pur non avendo mai abitato lì. Il segreto è proprio questo. Ha accolto tutti e, chi è stato accolto, si è di conseguenza sentito in diritto e in dovere di fare altrettanto con chi arrivava. Quante volte noi, attivisti o perfino giornalisti, abbiamo fatto fare il giro del Paese ai ‘visitatori’ se Mimmo aveva da fare? Riace ha riacceso lo spirito che ci aveva portato a Genova nel 2001. Ma Riace non vuole essere un modello. Quello che ha fatto lo ha fatto per un ideale politico. Purtroppo, come avvenuto a Genova, anche Riace è stato attaccato. E oggi è indebolito, ma c’è ancora. Riace era un anticorpo troppo forte ai sovranismi dilaganti”.

Enrico Fierro, giornalista di Il Domani, nel suo intervento spiega i motivi di questo attacco, un attacco al tempo stesso “politico, giudiziario e mediatico. In tutto il processo non è mai uscita la cosiddetta pistola fumante. È stata un’inchiesta politica. Intorno alle accuse mosse a Lucano si è schierato un apparato giudiziario colossale con un solo obiettivo: dare il colpo mortale a Riace”. Per Fierro, però, “non ci sono riusciti, nonostante l’utilizzo di tutti i mezzi possibili”, comprese le intercettazioni che hanno riguardato “40 giornalisti e due magistrati”. La risposta a questo attacco è stata un “attivismo civile mai visto prima”. Fierro porta l’esempio di Giovanna Procacci, sociologa, docente dell’università di Milano, che “è stata presente a ogni udienza partendo, a spese sue, da Milano. A spese sue fermandosi a Locri. A spese sue facendo ritorno a Milano. Il tutto per documentare ogni fase del processo”. Riace, per Fierro, è una storia che ha smosso coscienze. “La comunità che ha costruito questa esperienza merita una sola cosa: rispetto. Come rispetto merita Mimmo Lucano. Perché nessuno di noi ha sulla testa una richiesta di condanna a otto anni di carcere. Nessuno di noi ha la vita devastata dalle richieste di risarcimento della Corte dei conti”.

Fierro ha dedicato a Riace e a Mimmo Lucano un’opera teatrale e spiega così questa scelta: “Chi è Becky, migrante ‘espulsa’ da Riace e morta in un rogo nella tendopoli di San Ferdinando, se non la Medea di Corrado Alvaro, che non chiedeva altro che un pezzo di terra per sé e per i suoi figli? E quante Nausicaa abbiamo incontrato a Riace pronte ad accogliere i tanti naufragi, pronte a dare da mangiare e da bere, ad accogliere chi arrivava? Io ho un’immagine che mi porto dietro di Riace da sempre: le anziane donne riacesi, che si facevano chiamare ‘nonna’ dai bambini migranti”.

 

(credit foto ANSA / LUIGI SALSINI)



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