La fragilità delle rivendicazioni identitarie di Pechino su Taiwan

Pechino punta sul vecchio adagio “una sola Cina” per rivendicare l’annessione di Taiwan. Nessuno mette in discussione che siano presenti delle buone ragioni per unire l’isola alla parte continentale: solo, ne esistono altre altrettanto buone per non farlo. 

Fabrizio Amadori

Pechino punta sul vecchio adagio “una sola Cina” per rivendicare l’annessione di Taiwan. Nessuno mette in discussione che siano presenti delle buone ragioni per unire l’isola alla parte continentale: solo, ne esistono altre altrettanto buone per non farlo.
La prima ragione è che nessuno Stato può dire di essere rimasto lo stesso da quando esiste: vale per la Cina, ma anche per l’Italia, gli Stati Uniti e così via. Gli Stati si sviluppano col tempo, prendono e perdono territori (l’Italia ha perso la Savoia, l’Istria, la Corsica e Nizza, ad esempio), si aggrappano a un’identità nazionale spesso problematica, al di là di discorsi patriottici o addirittura nazionalistici. Per chi scrive la nascita dello Stato moderno ha comportato, infatti, molti problemi, a partire dall’odio etnico/razziale per finire allo scontro sistematico con un nemico facile da identificare per ragioni territoriali e quindi ideologiche.

Che la Cina di Pechino rivendichi l’unità con Taiwan ci può stare: dovrebbe avere qualche problema in più a rivendicare l’unità con molte regioni del suo attuale territorio che sono state annesse nel tempo con la violenza, regioni che ancora oggi ricercano giustamente l’indipendenza. Di queste, però, Pechino non parla mai. Pechino parla solo delle zone che può rivendicare con qualche ragione da un punto di vista storico, come Taiwan appunto: molto meno di altre regioni come il Tibet o lo Xinjiang. Peccato però che la storia non possa dirimere ogni questione: se esiste la storia è perché esiste il cambiamento, la storia spesso ha portato in seno cose negative che sono state (magari solo in parte) superate (schiavismo, razzismo), e la constatazione che Taiwan abbia fatto parte della Cina continentale non significa che debba accettarlo ancora, soprattutto se nel frattempo sono intervenuti cambiamenti importanti, che hanno mutato il quadro generale.
Quali? Ad esempio il fatto che Taiwan sia diventata una progredita democrazia, mentre Pechino no.
Cosa è la storia, o il passato, di un popolo se presenta aspetti negativi? È forse il passato qualcosa di positivo da seguire senza se e senza ma? Abbiamo già detto di no. Se la Cina ha un passato di dispotismo e di autocrazia, ciò non significa che debba continuare a mantenerlo nonché imporlo a chi per fortuna non lo vive. Ed è inutile dire, come fanno i politici di Pechino, che la democrazia riguarda altre zone del Pianeta e che l’Occidente non si deve permettere di giudicare l’Oriente e le sue forme di governo con le proprie, né tantomeno di imporgliele: è proprio il caso della democratica Taiwan a mostrare quanto un discorso del genere non abbia senso. Cinesi al cento per cento, gli abitanti di Taiwan amano la democrazia, e, naturalmente, non vogliono fare la brutta fine di Hong Kong dopo essere stati annessi da Pechino.

Come senza senso è il sistema stesso della Cina continentale, che pretende di continuare ad atteggiarsi a potenza comunista quando sappiamo bene che si tratta da decenni di un sistema a capitalismo autoritario, simile a quello di Singapore (di cui parlava, tra gli altri, Tiziano Terzani nei suoi libri) che Pechino ha imitato in maniera grossolana, quasi pedissequa. Solo, non si può dirlo ad alta voce nella Cina continentale, altrimenti l’élite al potere a Pechino si infurierebbe, non potendo più giustificare la propria posizione di potere, la propria autorità, e, di conseguenza, dovendo mestamente farsi da parte dato che il sistema è cambiato e il comunismo di cui essa è portavoce non esiste più.

Conclusione? Chiedere all’élite di Pechino di usare gli stessi parametri che la spingono a pretendere Taiwan al Tibet, ad esempio, e chiedersi se non sia il caso di liberare quel territorio, tra gli altri, dalla propria arrogante presenza; e di accettare, anche solo in linea di principio, che la democrazia possa essere applicata pure nella Cina continentale, come Taiwan mostra ampiamente: motivo serissimo, questo, capace di agire contro ogni sopraffazione, superiore come è alla pretesa di riunificazione in nome della storia che, cambiando per definizione, non vi si opporrebbe, mentre ad opporsi sarebbe l’ideologia e la smania di potere dell’élite ipocrita di Pechino.

La Cina di Pechino vuole riunificarsi con Taiwan? Benissimo, faccia prima un bel referendum interno (credibile) sulla migliore forma di governo da adottare per entrambe le parti, se sia la dittatura o la democrazia. Ovviamente essa non potrebbe mai accettare una proposta del genere, altrimenti che dittatura sarebbe, ma allora dovrebbe capire che se non c’è dialogo col proprio popolo a cui si nega di decidere sul proprio futuro a maggior ragione non c’è con quello di una regione che nel frattempo è cambiata enormemente, e che non si riconosce più in un sistema che lo snaturerebbe, rendendolo diverso da quello che è.
In tal senso Pechino sbaglia a rivendicare una identità tra le due parti, il popolo di Taiwan non è più quello della Cina continentale, o, per meglio dire, non lo sappiamo: non sappiamo cioè se il popolo della Cina continentale voterebbe o no per un sistema democratico in un referendum che mai ci sarà. Se votasse a favore sarebbe uguale a quello di Taiwan sotto un aspetto fondamentale, con ciò togliendo di mezzo il motivo della separazione, e si potrebbe arrivare ad una riunificazione previa rimozione dell’elite a capo dell’attuale dittatura; se non lo fosse non si dovrebbe pretendere, come ho già detto, una riunificazione sulla base di motivazioni, o principi, sbandierati da Pechino, dato che non solo non sono sufficienti, ma non sono credibili. In ogni caso l’élite della Cina continentale non dovrebbe pretendere un cambiamento di Taiwan e del suo sistema politico come prezzo della riunificazione (ma anche se non lo facesse nessuno ci crederebbe, perché questo è un altro punto importante da tenere presente considerato, ripeto, l’esempio freschissimo e tragico di Hong Kong), e facendolo dimostra tutta la propria arrogante pochezza.

Da decenni (quasi tutto) il mondo riconosce ufficialmente solo la Cina di Pechino ma ha contatti anche con Taiwan: in tempi di regressione democratica planetaria, è forse venuto il momento di dare seguito alle chiacchiere da parte delle democrazie (occidentali e non), e dirsi pronti insomma a difendere la libertà di Taiwan in tutti i modi possibili dopo l’errore commesso con Hong Kong (che peraltro presentava un quadro diverso). Sino a che punto, si potrebbe chiedere qualcuno. Sino alla guerra con la Cina?

Oggi Pechino non ha ancora deciso di (provare a) invadere Taiwan perché non ha chiaro quale sarebbe la reazione del mondo occidentale, e degli Usa in primis, che attorno all’isola mantengono numerose e potenti navi da guerra. Sa che alcune nazioni democratiche hanno già fatto capire di non voler essere coinvolte in un conflitto con Pechino per la libertà di Taiwan. Sa che si tratta di uno scenario in rapido mutamento, dove peraltro deve fare i conti con gli atteggiamenti di altre potenze regionali o internazionali spesso poco amichevoli, come le Filippine, alcuni paesi dell’Indocina, la Corea del Sud e il Giappone.
Sa che attaccare Taiwan potrebbe essere un azzardo molto grande. Eppure ne ha fatto la questione principale della sua agenda di politica estera (che per Pechino è politica interna, naturalmente). Sarebbe interessante capire perché, e se questo atteggiamento rappresenti un momento di forza o di debolezza del governo. Come qualcuno ricorderà, la giunta militare argentina attaccò le Malvinas britanniche per alimentare il consenso dell’opinione pubblica del proprio paese, che era crollato. Forse ci sono pressanti motivi di ordine interno o estero che potrebbero spingere il governo di Pechino a gettare il cuore al di là dell’ostacolo, ad attaccare Taiwan nonostante l’appoggio americano?
Intanto sappiamo come è andata a finire la guerra delle Falkland/Malvinas, ma troppe variabili renderebbero diverso un conflitto per Taiwan, prima di tutto il fatto che si tratta di un Paese (attualmente) autonomo, e non di un territorio di un qualche grande Paese occidentale dall’altra parte del mondo. Se gli Usa faranno capire a Pechino che attaccare Taiwan sarebbe come attaccare il territorio americano sarebbe un conto, ma nel frattempo la Cina cresce e si arma erodendo di anno in anno la superiorità militare di Washington.

Se il regime di Pechino resisterà al potere ancora solo un decennio mantenendo il Paese gli attuali tassi di crescita economica (per quanto altalenanti negli ultimi tempi) e militare, sarà difficile che non prenda l’isola, a meno che gli Usa non vogliano nel futuro scontrarsi con un paese che li supererà in pil e, forse, anche in capacità militare (almeno nella regione).
Speriamo allora in un rapido e radicale cambiamento politico nella Cina continentale anche nell’interesse di Taiwan? Ancora una volta possiamo attingere alla storia, per analogia: il crollo dei regimi capita spesso, anche in paesi di grandi dimensioni come l’Urss, dove però l’economia non galoppava come in Cina, tutt’altro. Se il caso cinese fosse simile a quello sovietico, ebbene, tutti sappiamo che il superamento del golpe e la transizione voluta da Eltsin portarono a una falsa democrazia, quella di Putin. Il quale, con l’Ucraina, non ha fatto qualcosa di diverso da quello che Pechino vorrebbe fare con Taiwan. Del resto, non appare chiaro un futuro della Russia senza Putin.
Perciò: il futuro di Taiwan è incerto, molto incerto, ma anche quello della Cina tutto sommato non scherza. Forse più che sul sostegno americano, sulla lunga distanza Taiwan deve sperare in un terremoto politico in chiave democratica a Pechino.‌

CREDITI FOTO: EPA/RITCHIE B. TONGO – Le persone pregano e si fermano per un momento di silenzio, mentre si uniscono a una veglia durante la commemorazione del 35° anniversario della repressione di Tiananmen del 1989, a Taipei, Taiwan, 4 giugno 2024.



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