La guerra in Ucraina e il mito della vittoria

Ormai siamo arrivati all’ottantesimo giorno di guerra e all’orizzonte non si intravede niente di buono, anzi si va delineando quanto sia elastico il concetto di vittoria.

Domenico Gallo

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: “Vincere! E vinceremo!”, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo”.

Così Mussolini il 10 giugno del 1940. Anche allora la guerra trovava giustificazione nell’annunzio della pace, ma il mito della vittoria non poteva ricevere dallo Storia una sconfessione più tragica. In realtà l’Europa, dopo quella guerra, ha goduto di un lungo periodo di pace che è durato (messa fra parentesi la guerra della NATO nei Balcani) dal 9 maggio 1945 al 24 febbraio 2022. Senonché la pace è stata il frutto della sconfitta dell’Asse, non della vittoria. Sarebbe interessante capire quale pace ci attende dopo la preannunciata vittoria sulla Russia. Perché una cosa è chiara, grazie alla intrepida resistenza degli ucraini e alle generose forniture di armi di USA, GB e NATO, oltre al prezioso supporto dell’intelligence, la guerra ha cambiato segno. Nella fase iniziale l’obiettivo era quello di bloccare l’offensiva della Russia per dare una chance all’Ucraina di avviare un negoziato che consentisse di pervenire rapidamente al cessate il fuoco, sulla base di un compromesso con concessioni reciproche. In questa fase le trattative sono andate avanti e il 15 marzo il Financial Times ha pubblicato una bozza di accordo in 15 punti che prevedeva uno status di neutralità per l’Ucraina, che avrebbe dovuto riconoscere l’annessione della Crimea alla Russia e la proclamata indipendenza delle due Repubbliche del Donbass. Su questa bozza è calato un silenzio di tomba nelle Cancellerie occidentali. Dopo il primo mese di combattimenti che hanno testato la notevole capacità di resistenza delle forze armate ucraine, addestrate, guidate e rifornite dalla NATO, è sparita dai radar ogni prospettiva di mediazione ed è stata avviata a Ramstein, il 26 aprile, la fase due che si pone l’obiettivo di porre le forze armate ucraine, previo un adeguato rifornimento di armi pesanti, in grado di sconfiggere la Russia, dando per scontato che il conflitto sia destinato a durare mesi, se non anni.

Dopo Ramstein, il Presidente Zelensky, si è lasciato sfuggire che l’Ucraina non avrebbe sollevato al tavolo del negoziato il tema della Crimea, annessa alla Federazione Russa nel 2014. Immediatamente è stato zittito dal Segretario della NATO Stoltenberg che, in un’intervista al giornale tedesco Die Welt, ha dichiarato: “L’Ucraina deve vincere questa guerra perché’ difende il suo territorio. I membri della Nato non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea. Ci siamo inoltre sempre opposti al controllo russo su parti del Donbass nell’Ucraina orientale.

Commentando quest’intervento, l’ambasciatore Umberto Vattani ha osservato: “Gli occidentali avevano sin dall’inizio dichiarato di voler intervenire a difesa dell’Ucraina per salvaguardarne l’indipendenza e la sovranità di fronte alla prepotenza e ai soprusi del Cremlino. Ma chi difenderà Zelensky dalle pretese della Nato che vuole imporre la sua linea a quella di Kiev in vista delle trattative da intavolare con Putin?” (Avvenire, 9/05/2022).

È curioso che Stoltenberg parli anche a nome nostro e ci faccia sapere che noi non accetteremo mai l’annessione della Crimea alla Federazione russa, tanto per mantenere in vita anche questo ulteriore fronte di conflitto fra Russia e Ucraina. Certo se la parola d’ordine che arriva d’oltreatlantico è “vincere”, l’Europa non può fare altro che stringere i ranghi e abbassare la testa. Invece, come osserva l’ambasciatore Alberto Bradanini sul Manifesto del 10 maggio: “I governi europei dovrebbero lavorare a un compromesso, perché è così che finiscono le guerre. Si eviterebbero altri guai per il popolo ucraino e le economie europee, oltre a una pericolosissima escalation nucleare. Attraverso la Nato, gli Usa tengono l’Europa sotto vigilanza, sterilizzandone ogni anelito verso la sovranità, semmai ve ne fossero le condizioni endogene.

Che la volontà degli USA sia quella di prolungare la guerra fino al raggiungimento della vittoria finale è confermato anche dal voto della Camera statunitense che ha disposto aiuti in armi e assistenza all’Ucraina per 40 miliardi di dollari.

Ormai siamo arrivati all’ottantesimo giorno di guerra e all’orizzonte non si intravede niente di buono, anzi si va delineando quanto sia elastico il concetto di vittoria. Lo ha esplicitato in un’intervista al Financial Times il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. “L’immagine della vittoria è un concetto in evoluzione – ha spiegato al quotidiano britannico – nei primi mesi ci sarebbe sembrata una vittoria se avessimo ottenuto il ritiro delle forze russe alle posizioni che occupavano prima del 24 febbraio e il pagamento dei danni inflitti. Ora, se siamo forti abbastanza sul fronte militare e se vinciamo la battaglia per il Donbass, che sarà cruciale per le successive dinamiche del conflitto, certamente la vittoria in questa guerra per noi sarà la liberazione del resto del nostro territorio“.

Il mito della vittoria acceca coloro che si ritengono potenti e li spinge ineluttabilmente al disastro. Faremmo bene a sbarazzarci di questo mito se vogliamo evitare la terza guerra mondiale.



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