La guerra in Ucraina e il “tabù nucleare”

Se un ricorso reale alle armi nucleari è piuttosto improbabile, la retorica del Cremlino rischia però di normalizzare l’idea che l’uso di armi atomiche possa essere un’opzione accettabile in un conflitto.

Massimiliano Saltori

Di questi tempi, provare a seguire i media di regime russi, opportunamente sottotitolati, equivale a entrare in un mondo parallelo, dove i giornalisti in studio discutono quasi quotidianamente della possibilità di invadere la Poloniadistruggere le capitali europee o sommergere il Regno Unito con uno tsunami provocato con un missile balistico. Per quanto queste minacce si basino su evidenti fantasie poco realistiche – l’ultima in particolare è certamente suggestiva – una maggiore cautela viene invece usata verso l’aggressiva retorica del Cremlino.
Vladimir Putin ha speso gli ultimi quattro mesi di guerra rivolgendosi all’occidente con crescenti minacce, soprattutto in reazione agli aiuti militari da parte dell’UE, del Regno Unito e degli USA verso l’Ucraina. In alcuni casi, la minaccia è vaga, in altri si riferisce esplicitamente all’uso del deterrente nucleare russo, attualmente costituito da oltre mille e cinquecento testate operative schierate su sottomarini, aerei e sistemi balistici di terra.
Sono passati 77 anni da quando queste armi di distruzione di massa sono state utilizzate in guerra per la prima e ultima volta. Da allora, il nostro rapporto con “la bomba” è passato attraverso diverse fasi, da utile strumento di vittoria all’indomani della capitolazione del Giappone, ad arma in grado di portare la civiltà umana indietro di secoli in pochi secondi – se non sull’orlo dell’estinzione.
La paura dell’annientamento, dovuto ad un errore tecnico, all’incoscienza di qualche capo di Stato o al semplice fallimento della diplomazia tra Mosca e Washington è stata per oltre quarant’anni un pensiero fisso nell’immaginario comune. Ancora oggi se ne trovano tracce in librifilm e persino nella musica pop. Il mondo non era semplicemente al corrente del rischio di una guerra termonucleare: se ne aspettava una da un momento all’altro.
Poi, con la fine delle ostilità tra Est e Ovest alla fine degli anni Ottanta e con la successiva caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, questa stessa paura è andata improvvisamente scemando, soppiantata nel tempo da nuove preoccupazioni più immediate, come il cambiamento climatico. Oggi, in termini assoluti, il numero di testate nucleari nel mondo è decisamente ridotto rispetto al periodo della corsa agli armamenti: delle oltre sessantamila testate stimate negli anni Ottanta ne restano ormai circa tredicimila, divise tra nove nazioni principali e altre cinque facenti parte del programma di condivisione nucleare della Nato.
Nonostante però il drastico calo nel numero delle armi nucleari nel mondo, il rischio di una loro proliferazione incontrollata rimane ancora oggi molto elevato: la Corea del Nord, al momento, possiede già un piccolo arsenale con missili balistici in grado di raggiungere la costa statunitense. Allo stesso modo, la Cina ha recentemente avviato un programma di espansione e modernizzazione dei suoi armamenti, mentre l’Iran, con cui l’UE e gli Stati Uniti avevano iniziato un lungo e faticoso lavoro diplomatico, oggi è più vicino che mai allo sviluppo di un proprio programma nucleare a scopo bellico.
In questo contesto di generale corsa al riarmo, la retorica incendiaria usata dal Cremlino appare decisamente meno casuale. Le armi atomiche sembrano infatti avere ancora oggi un ruolo simile a quello che avevano ai tempi della cortina di ferro: non pensate necessariamente per un uso diretto in un conflitto, ma per essere prima di tutto brandite come minaccia, in questo caso per tenere forze militari ostili fuori da un conflitto regionale. Questa tattica è nota ancora oggi come deterrenza – la consapevolezza che un attacco diretto potrebbe causare una immediata rappresaglia da parte del nemico.
Secondo Shashank Joshi, defense editor del magazine inglese The Economist, Putin è probabilmente ben conscio del fatto che l’uso di un ordigno nucleare tattico contro l’Ucraina o un paese Nato avrebbe il solo effetto di aumentare la probabilità di un intervento diretto della coalizione occidentale nel conflitto. Per questa ragione, la mancanza di cautela mostrata dal presidente russo e dai suoi media appare sotto questa luce più come semplice propaganda che come una dichiarazione d’intenti.
Non per niente, il Cremlino ha liquidato la recente notizia della richiesta ufficiale di Svezia e Finlandia di entrare nella Nato come di un fatto di scarsa importanza – nonostante nei mesi precedenti i toni fossero stati completamente diversi. Inoltre, Putin sa bene l’effetto che una guerra nucleare avrebbe sulla sua nazione, anche nel caso in cui dovesse riuscire ad infliggere danni importanti a Washington, Londra e Bruxelles – le quali hanno a disposizione collettivamente un numero di testate uguale a quello di Mosca ma senza la profonda corruzione e inefficienza che affligge invece le forze armate russe.
In questo senso, la massima ribadita dal presidente americano Ronald Reagan e il premier sovietico Mikhail Gorbačëv durante il loro primo incontro nel 1985, secondo cui una guerra nucleare “non può essere vinta e non deve mai essere combattuta,” è ancora valida e probabilmente condivisa anche dalla moderna incarnazione del Cremlino – almeno per ragioni di autoconservazione. Anche per questa ragione, nonostante quella in Ucraina sia reputata la peggiore crisi tra Est ed Ovest dai tempi della Guerra fredda, la maggior parte degli esperti giudica poco plausibile una escalation di questo tipo – per quanto il rischio non sia mai comunque zero. La ragione, oltre alla già citata deterrenza, sta soprattutto nell’effetto psicologico che queste armi suscitano.
È il cosiddetto “tabù nucleare,” descritto per la prima volta nel 1999 dalla politologa della Brown University Nina Tannenwald. Secondo la dott.ssa Tannenwald, la semplice deterrenza non bastava a spiegare, all’epoca, i cinquant’anni trascorsi in cui questa tecnologia bellica non era mai stata usata. Le armi atomiche portavano con loro un maggiore carico emotivo, un’onta di profonda immoralità che le differenziava drasticamente da quelle convenzionali: uno “stigma normativo” basato sulla profonda repulsione associata al loro uso, riscontrabile in generali, politici e strateghi militari. Questo, sempre secondo Tannenwald, avrebbe spiegato il loro mancato uso in conflitti come quello in Corea negli anni Cinquanta, in Vietnam negli anni Sessanta e nelle Falkland e in Afghanistan negli anni Ottanta. Resta tuttavia da vedere se questa tesi ha ancora significato oggi.
Secondo la stessa dott.ssa Tannenwald, infatti, il rischio più immediato è che la retorica russa eroda nel lungo periodo il tabù nucleare in modo significativo, normalizzando l’idea che l’uso di armi atomiche possa essere un opzione accettabile in un conflitto. Tuttavia, le azioni del presidente russo potrebbero avere anche altre conseguenze inaspettate. È possibile, infatti, che Putin stia inconsapevolmente contribuendo a riscrivere il senso della deterrenza nel XXI secolo, al punto che il nostro futuro rapporto con le armi atomiche potrebbe venire ridefinito proprio sul campo di battaglia ucraino.
In uno scenario ipotetico, l’occidente potrebbe ad un certo punto cedere alle minacce russe sulla base di un principio di cautela, negando a Kyiv le armi e gli aiuti economici necessari per vincere la guerra. In questo caso, nazioni come la Corea del nord e la Cina potrebbero interpretare la cosa come il segnale che basti avere armi atomiche per poter invadere impunemente altri paesi indipendenti, come la Corea del Sud o Taiwan.
Allo stesso modo altre nazioni che non hanno ancora armi nucleari potrebbero correre a procurarsele per difesa personale, promuovendo la proliferazione in altre parti del mondo. Dopotutto, l’Ucraina post-sovietica aveva rinunciato alle sue duemila testate nel 1994 in cambio di garanzie sulla sua integrità territoriale da parte di Mosca.
Una vittoria dell’Ucraina, tuttavia, potrebbe invece contribuire a comunicare un altro messaggio, ovvero che il tabù nucleare è ancora forte e che avere armi di distruzione di massa non gioca necessariamente un ruolo fondamentale nelle possibilità di vittoria di una nazione aggressiva. In un mondo dove purtroppo il rischio di un conflitto nucleare è ancora reale, questa potrebbe essere una lezione più utile nel lungo periodo.

CREDTI FOTO: Foto di WikiImages da Pixabay.

 



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