La guerra in Ucraina pensata in prospettiva glocale

La prospettiva di sviluppo internazionale passa dal perseguire una globalizzazione per tutti, come voluta dalle Nazioni Unite tramite l’ordine liberale, a una nuova fase: quella di due globalizzazioni per due blocchi ideologicamente opposti, democrazie contro non-democrazie.

Roland Benedikter

Negli ultimi mesi la guerra in Ucraina, l’inflazione e le sue conseguenze hanno aumentato l’incertezza e portato a intense discussioni in Italia. Per intuire i futuri possibili, dobbiamo sviluppare una visione glocale, che unisca gli sviluppi globali con quelli nazionali e locali.
A livello globale, la guerra in Ucraina è utilizzata da stati autoritari come Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come leva per forgiare una loro alleanza delle non-democrazie contro le democrazie, come sottolineato ripetutamente anche dal presidente statunitense Joe Biden.
Il nuovo antagonismo mondiale è – e nei prossimi anni sarà – quello di democrazie contro non-democrazie. Sostituisce la vecchia dialettica tra capitalismo di stato contro capitalismo privato, tra burocrazia unitaria globale contro capitale individuale neoliberale, del conflitto della guerra fredda durata dal 1945 fino al 1991.
La prospettiva passa dalla fase di una globalizzazione per tutti, come sviluppata dalle Nazioni Unite tramite l’ordine liberale, a una nuova fase che è cominciata qualche anno fa: quella di due globalizzazioni per due blocchi ideologicamente opposti.
Paradossalmente, i due blocchi sono strettamente interconnessi dal punto di vista economico, non da ultimo attraverso il sistema finanziario globale. I prossimi anni, se si crede alle dichiarazioni strategiche di praticamente tutte le potenze mondiali, potrebbero vedere due globalizzazioni in competizione che si contendono il dominio ideologico del globo, nonostante una forte dipendenza economica reciproca.
La tensione associata a questa situazione che segnerà il decennio può avere diverse conseguenze. Il futuro di organizzazioni globali come ONU, UNESCO, WHO, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale è fortemente legato a questa prospettiva. Organizzazioni come l’OCSE caratterizzano in dettaglio gli esiti economici delle due globalizzazioni per gli anni a venire per territori regionali e nazionali; il risultato potrebbe essere una minore interdipendenza, cooperazione, e costi di produzione in crescita, con l’incognita dell’inflazione.
Anche le potenziali aree di transito europeo interno come il Trentino-Alto Adige (e un po’ meno la Val d’Aosta) saranno influenzate, anche se solo in un secondo momento. Non per caso la “Nuova via della seta” cinese passa direttamente attraverso questi territori del Nord Italia che, come conseguenza negli ultimi anni, hanno acquisito un valore strategico ed economico importante per la Cina.
Se è vero che la Cina mantiene stazioni di polizia (aperte e segrete) in Europa e Italia, allora Roma in cooperazione con i centri regionali e locali dovrà riconsiderare attentamente la cosa, data l’incompatibilità dei sistemi politici – democratici verso autoritari – che l’UE ha ripetutamente sottolineato nei suoi analisi strategiche già a partire dal 2019 chiamando la Cina un “rivale strategico”.
Da un lato, dopo la fine della guerra e il superamento degli effetti immediati della crisi, una UE più coesa con una maggiore indipendenza energetica e più efficiente cooperazione interna, militare ed economica potrebbe essere la vera vincitrice se gli effetti del conflitto verranno utilizzati per riforme e rinnovamento veri. Ne beneficerebbe anche l’Italia, che come sappiamo dipende fortemente dall’unità europea.
Singole regioni, poi, come per esempio i menzionati Trentino-Alto Adige e Val d’Aosta, hanno in generale buone prospettive soprattutto per la loro struttura economica, sia nelle PMI che nell‘industria e nel settore finanziario, ma anche per la loro autonomia politica che permette flessibilità nella gestione del territorio. L’integrazione di rifugiati ucraini nel ceto lavorativo potrebbe addirittura migliorare la situazione di qualche impresa. Le misure di sostegno portate avanti sia a livello nazionale che regionale e locale sono importanti e giuste, ma dovrebbero essere ulteriormente ampliate, soprattutto per il ceto medio della popolazione, che troppo spesso è lasciato al freddo.
D’altra parte, l’opportunità risiede in una parziale evoluzione del sistema educativo – già eccellente sotto molti aspetti –, ampliandolo per includere l’educazione al futuro. Introdurre ora, in tempi di transito e di crisi, il nuovo campo che l’UNESCO chiama la “futures literacy”, cioè l’alfabetizzazione al futuro, per i giovani e la società civile e concentrarsi sulla sostenibilità ma anche sulla resilienza, cioè sulla forza di auto-rinnovamento in caso di crisi, è altrettanto importante quanto una maggiore consapevolezza della glocalizzazione, ovvero una più approfondita comprensione delle connessioni tra globale e locale, che stanno avendo un impatto sempre maggiore sia sull’Italia che sull’Europa. L’educazione al futuro e una maggiore competenza in termini di glocalizzazione possono fare la differenza per superare bene le conseguenze delle crisi attuali e di quelle che seguiranno.
Per fortuna, l’Italia è ben preparata per questa sfida non solo per la sua cultura accademica, di ricerca ed innovazione, ma anche per le tradizionali collaborazioni con i più importanti laboratori internazionali e globali: dispone, per esempio, dell’unica sede distaccata del OCSE dedicata allo sviluppo inter- e trans-disciplinare regionale situata proprio a Trento, nonchè di 42 cattedre UNESCO le quali hanno anche formato una rete comune che se è posta come compito la discussione dei grandi temi dell’umanità in prospettiva “glocale” riunendo aspetti globali con previsioni nazionali, regionali e locali. Sarà un compito sempre più importante che sotto l’auspicio delle “due globalizzazioni” servirà ancora di più.

Foto di Gleb Albovsky su Unsplash



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