La lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità

Quando la tecnologia dell’automazione rimpiazza le attività umane con macchine o con algoritmi, spacca la società tra i pochi che progettano, finanziano e controllano le innovazioni, e i tanti che diventano completamente inutili. Un tema – quello dell’impatto sociale della tecnologia – al centro del libro “Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità” degli economisti Daron Acemoglu e Simon Johnson.

Nicolò Bellanca

Una famosa storiella racconta che nella fabbrica del futuro troveremo due soli impiegati, un uomo e un cane. Il compito dell’uomo sarà di dare da mangiare al cane, mentre al cane spetterà di impedire all’uomo di toccare le macchine. La produttività media della fabbrica sarà elevatissima, essendo essa il rapporto tra il prodotto totale ottenuto e il numero di lavoratori impiegati (uno soltanto!). Invece la produttività aggiuntiva (o marginale) creata dall’unico lavoratore sarà nulla: il suo contributo consisterà nel nutrire il cane, e in effetti nulla cambierebbe se lui e il cane fossero mandati via. In quella fabbrica il lavoro umano verrà compiutamente sostituito dalle macchine, l’imprenditore non avrà motivo di assumere altri lavoratori e nemmeno di aumentare la retribuzione dell’unico impiegato. Ma non basta. Oltre che irrilevanti come lavoratori, gli umani potrebbero sparire come consumatori. L’economista ucraino Mikhail Tugan-Baranovsky (1865-1919) aveva già molto tempo fa sostenuto che il funzionamento del capitalismo può, in linea di principio, prescindere dal consumo umano. È quello che accadrebbe se le miniere estraessero ferro, lo vendessero a fabbriche di robot, le quali vendessero i robot prodotti alle miniere, affinché queste estraessero ferro con minor impiego di manodopera, e così via: alla fine l’intera produzione diventerebbe automatizzata e gli umani sarebbero superflui sia come lavoratori, sia come acquirenti di beni finali[1].
Questi casi-limite mostrano che quando la tecnologia dell’automazione rimpiazza le attività umane con macchine o con algoritmi, spacca la società tra i pochi che progettano, finanziano e controllano le innovazioni, e i tanti che diventano completamente inutili. Nulla assicura che l’innovazione tecnologica sia finalizzata a potenziare e arricchire le nostre performance, migliorando il benessere sociale, creando nuovi sbocchi occupazionali e alzando i livelli salariali. Il cosiddetto “effetto trascinamento”, per cui i benefici dell’innovazione per i pochi alla fine si diffondono ai tanti, si realizza quando i lavoratori organizzati conquistano un potere negoziale sufficiente ad assicurare un’equa ripartizione degli incrementi della produttività tra capitale e lavoro, e quando l’autorità pubblica svolge una funzione “compensativa”, in grado di regolamentare il potere dei big players privati. Tuttavia, in molte circostanze meno fortunate l’innovazione comporta un aumento della disparità tra i gruppi, un maggior controllo del processo produttivo da parte degli imprenditori e la riduzione delle occupazioni qualificate assegnate agli umani.
È su questo tema – l’impatto sociale della tecnologia – che si concentra Daron Acemoglu nel suo ultimo libro, scritto assieme a Simon Johnson[2]. Acemoglu è oggi uno degli economisti più originali e autorevoli. Attraverso ricerche che utilizzano tanto la formalizzazione matematica e l’econometria, quanto gli esperimenti naturali e la ricostruzione storica, egli va elaborando un rilevantissimo programma teorico incentrato su due categorie-chiave: le istituzioni e il potere[3]. In questo libro l’analisi delle istituzioni e del potere è applicata alle nuove tecnologie digitali. La sua tesi di fondo afferma che la tecnologia è malleabile, ossia che la direzione dell’innovazione non è prefissata, bensì influenzata dal potere (nelle sue varie forme). Egli argomenta che, a seconda di chi controlla l’innovazione tecnologica, ossia di chi ha il potere nel quadro istituzionale esistente, un incremento della produttività può ridurre l’orario lavorativo a parità di salario, oppure può lasciare inalterate le ore di lavoro aumentando la retribuzione, o ancora può intensificare il ritmo del lavoro, per accrescere la quantità di beni prodotti.
Mentre la tesi della malleabilità della tecnologia appare scontata all’interno delle impostazioni marxista e istituzionalista classica, diventa invece eterodossa entro la scienza economica corrente, le cui assunzioni sono sostanzialmente tecno-ottimiste, ossia sostengono che esisterebbe un collegamento automatico tra innovazione tecnologica e progresso. Acemoglu e Johnson dedicano centinaia di pagine a criticare questa concezione, documentando che, similmente a quanto è accaduto nel passato con i magnati dell’acciaio e del petrolio, i notevoli progressi nel settore dei computer stanno arricchendo un ristretto gruppo di imprenditori e progettisti, e stanno lasciando indietro la maggior parte degli americani privi di istruzione universitaria. Inoltre, l’automazione può avere un impatto negativo sul benessere della maggioranza. Un esempio discusso dagli autori è l’introduzione delle casse automatiche nei supermercati. Esse si limitano a trasferire l’impegno di scansionare i beni dai cassieri ai clienti. Non elevano la produttività, quindi non abbassano i prezzi dei prodotti, né espandono l’offerta di cibo: il benessere dei clienti peggiora, poiché affrontano un compito aggiuntivo; anche il benessere dei lavoratori del supermercato peggiora, dato che alcuni di loro perdono il posto; il ritrovato tecnologico serve unicamente a ridurre le spese per gli imprenditori, aumentandone i guadagni. Un altro esempio riguarda l’introduzione di metodi focalizzati sulla sorveglianza: anziché elevare la produttività, essi, come accade con il sistema di credito sociale in Cina, raccolgono dati privati su persone e su imprese per verificare se rispettano le regole imposte dall’autocrazia comunista.
Secondo gli autori, la forma di potere che maggiormente plasma l’innovazione tecnologica è basata sulla persuasione. Ovviamente, il potere economico e politico esercitano anche qui una grande influenza. Ma lo fanno indirettamente, mediante il potere delle narrazioni e quello delle priorità. Un’idea tanto più conta, quanto più efficacemente e ampiamente si propaga; a sua volta, tanto più ha successo quanto meglio è incastonata in una narrazione – in un racconto che le conferisce senso generale – su come la tecnologia dev’essere usata e su chi la deve controllare. È una narrazione valida che rende persuasiva un’idea. Inoltre, la persuasione poggia sul potere di stabilire le priorità: il cosiddetto “potere di fissare l’ordine del giorno”. Un certo ordine di priorità fa vedere alle persone un’unica prospettiva sulla tecnologia, e quindi le convince della sua inevitabilità. Chi stabilisce le priorità non impiega dispositivi coercitivi, né introduce incentivi monetari: cerca soltanto di orientare le scelte volontarie altrui. Facendo passare un ordine di priorità, riesce ad accrescere il consenso intorno alle scelte poste in cima alla lista. In breve, le strategie persuasive contano più degli interessi nella gestione di una tecnologia: è una tesi quasi spiazzante, in quanto formulata da economisti, abituati ad attribuire un ruolo decisivo al tornaconto materiale dei soggetti.
Passiamo a due commenti di fondo. La tesi del libro – le innovazioni sono addomesticabili dall’azione collettiva e dalla politica –, seppur critica verso i tecno-ottimisti, è a suo modo ottimista. Acemoglu e Johnson ritengono che si possa, qui ed ora, perseguire il benessere generale ripristinando “poteri compensativi”, da parte dei lavoratori organizzati e della regolamentazione pubblica, che limitino l’influenza del big business. Le loro proposte sono al riguardo molto sensate – la diffusione di una narrazione alternativa al tecno-ottimismo nei media e nelle accademie, il rafforzamento dei sindacati e della società civile, la promozione di politiche pubbliche che sovvenzionino e sostengano tecnologie più favorevoli ai lavoratori, i sistemi di proprietà e di protezione dei dati, lo spacchettamento dei colossi tecnologici e le imposte sulla pubblicità digitale – ma, a mio parere, nulla nel libro riesce a dimostrare la loro viabilità: queste proposte rimangono il solito elenco di belle intenzioni.
In secondo luogo, Acemoglu e Johnson sostengono che l’automazione e l’intelligenza artificiale possono essere plasmate al fine di affiancare le attività umane, senza stravolgere l’assetto istituzionale. Tuttavia, mentre nel capitalismo del XIX e XX secolo le macchine meccaniche erano strumenti per incrementare la produttività dei lavoratori, nel XXI l’automazione e l’intelligenza artificiale trasformano le macchine elettroniche in lavoratori. Le macchine hanno imparato a svolgere quasi tutte le funzioni fisiche, molte funzioni intellettuali di tipo esecutivo e, da ultimo, alcune prime funzioni intellettuali di tipo creativo, imparando a imparare. È dunque una trasformazione che abbraccia non soltanto le mansioni routinarie, ma che pure si sta espandendo a quelle intellettualmente più qualificate, provocando una crescente disoccupazione strutturale, che lascia fuori soltanto i servizi alla persona, in basso, e i compiti di alta creatività e il top management, in alto[4]. Concordo con l’idea secondo cui noi umani disponiamo di abilità cognitive differenti da quelle delle macchine intelligenti[5]. Ma tali abilità concernono soltanto mansioni di elevata qualità intellettuale (le spiegazioni congetturali e causali) e di decisionalità strategica (scegliere quali domande porre e quali scopi perseguire). Una volta che abbiamo valorizzato queste mansioni per pochi, rimane per il resto della società “il problema cruciale [di] creare nuovi mestieri che gli umani riescano a fare meglio degli algoritmi”[6]. È questa rincorsa tra umani e algoritmi che va collocata al centro dell’attenzione politica[7]. Essa presenta implicazioni di poderosa discontinuità per l’assetto odierno delle istituzioni e dei poteri – una su tutte: la fine del lavoro come storicamente lo conosciamo[8] –, che Acemoglu e Johnson evitano di considerare.

[1]Vedi Giorgio Colacchio, “Dal sottoconsumo alle sproporzioni: il caso Tugan-Baranovsky”, Storia del pensiero economico, 36, 1998, pp.3-43.
[2]Daron Acemoglu e Simon Johnston, Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità, traduzione di Fabio Galimberti e Paola Marangon, Il Saggiatore, Milano, 2023.
[3]Su Acemoglu, vedi il mio articolo https://archivio.micromega.net/piu-stato-assieme-a-piu-societa-la-teoria-post-liberale-e-post-liberista-di-acemoglu-e-robinson/
[4]Acemoglu e Johnson sono convinti che la produttività umana – basandosi sulla conoscenza tacita, sull’esperienza accumulata e sull’intelligenza sociale – sia al momento fuori dalla portata dell’intelligenza artificiale. A loro avviso, la capacità umana di interpretare contesti complessi e di adattarsi con flessibilità a circostanze cangianti, comporta che le mansioni qualificate non siano espletabili dagli algoritmi. Hanno ragione, ma questo non sposta il problema: quanta parte del mercato del lavoro è coperta da mansioni basate su caratteristiche proprie soltanto dell’intelligenza umana? Vedi il seguito dell’argomentazione nel testo e anche il mio articolo https://archivio.micromega.net/la-sinistra-e-il-futuro-che-ci-aspetta-randall-collins/
[5]Un convincente sostenitore di questa posizione è Erik J. Larson, The Myths of Artificial Intelligence: Why Computers Can’t Think the Way We Do, Harvard University Press, Cambridge (MA), 2021.
[6]Yuval Noah Harari, Homo Deus. Breve storia del futuro, Bompiani, Milano, 2017, p.495.
[7]Vedi Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, In gara con le macchine. La tecnologia aiuta il lavoro? (2011), goWare, Firenze, 2018.
[8]Vedi Domenico De Masi, Il lavoro nel XXI secolo, Einaudi, Torino, 2018.



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