La lunga durata dell’anti-antifascismo. Intervista a Michela Ponzani

I tentativi di ridimensionamento quando non di aperta delegittimazione della Resistenza e dei partigiani non sono certo nuovi, e affondano le loro radici proprio durante la guerra di liberazione.

Cinzia Sciuto

Quest’anno festeggiamo il 25 aprile, la Festa della Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista, a poche settimane dalle dichiarazioni della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha delegittimato l’azione dei partigiani a via Rasella, definendo i nazisti uccisi una “banda musicale di semi pensionati”. Quelli di La Russa non sono però argomenti nuovi.

Niente affatto, sono gli stessi argomenti utilizzati dalla propaganda missina negli anni Cinquanta: la guerra partigiana che è stata inutile sul piano militare perché tanto ci hanno liberato gli Alleati, le azioni di resistenza che diventano atti di terrorismo, i partigiani colpevoli di aver portato la guerra civile in patria, quella patria che invece è stata difesa dai combattenti di Salò, partigiani che in fin dei conti sono i veri responsabili delle stragi naziste. Un vero e proprio corto circuito della memoria storica di questo Paese: ogni volta che si parla di stragi naziste anziché puntare il dito sulle responsabilità dei diretti colpevoli, si tende a fare il processo alla Resistenza. Sul caso di via Rasella abbiamo delle sentenze importanti di condanna del Tribunale militare di Roma del 1949 che condanna all’ergastolo Herbert Kappler, il comandante delle SS che aveva materialmente organizzato quella che io chiamo ritorsione e non rappresaglia, perché nessun diritto internazionale prevedeva una rappresaglia nella proporzione di 10 a 1.
Questa è una delle tante false notizie che circola da sempre, ossia l’idea che i partigiani fossero a conoscenza del fatto che i tedeschi secondo le leggi di guerra avevano la facoltà di fucilare dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Questa in realtà non era affatto una regola di guerra ma una consuetudine dei nazisti che cambiava continuamente. Ci sono state rappresaglie nella proporzione di 50 a 1 o di 100 a 1 messe a punto non solo dai membri dell’esercito tedesco, ma anche da membri dell’esercito italiano, penso per esempio in Etiopia o in Jugoslavia, come forme di ritorsione violenta nei confronti delle popolazioni civili, massacri, stragi. Si tratta di crimini di guerra che non possono essere considerate in nessun modo delle legittime rappresaglie. Un’altra falsa notizia che riguarda via Rasella e che nasce già nell’estate del 44, con la liberazione di Roma, è che i nazisti avessero affisso dei manifesti invitando i partigiani responsabili dell’attacco a via Rasella di consegnarsi per evitare rappresaglie. Oramai gli studi ce l’hanno dimostrato, ma sono stati soprattutto gli stessi nazisti a dirlo nei processi: quei manifesti non sono mai esistiti e soprattutto non è mai esistita la volontà di chiamare a costituirsi i partigiani per scongiurare rappresaglie.
Le rappresaglie, le stragi di civili avvenivano a prescindere dalle azioni partigiane e a prescindere anche dalla presenza dei partigiani sul territorio, semplicemente perché corrispondevano alla logica della “bonifica” del territorio operata dai nazisti, cioè all’idea che per estirpare la presenza dei partigiani sul territorio fosse necessario eliminare quelle che erano le condizioni che rendevano possibile l’operatività di una brigata partigiana, quindi eliminare i civili che potevano dare consenso e appoggio alla Resistenza. Eppure questa falsa notizia si diffonde rapidamente dando inizio a una campagna di stampa, con lettere anonime e non, di cittadini e cittadine italiane che scrivono ai giornali per accusare i partigiani di essere stati i veri responsabili dei massacri nazisti, per aver messo a repentaglio l’incolumità dei civili con la loro presenza o con le loro azioni di guerra e per non essersi consegnati al nemico.

Il fatto che tutti questi argomenti tornino periodicamente e prepotentemente nel dibattito pubblico ci dice quanto questo Paese fatichi a riconoscersi nel valore della Resistenza. Nel suo recente libro Processo alla Resistenza edito da Einaudi lei sottolinea che questo atteggiamento che chiamiamo di “anti-antisfascismo” però non è nuovo: quando possiamo iniziare a coglierne i segnali?
Direi che ci sono due questioni che determinano questa lunga durata dell’anti-antifascismo. Una prima che risale addirittura proprio al periodo della guerra partigiana e riguarda in particolare il rapporto che le formazioni partigiane hanno con la popolazione civile. Non c’è dubbio che una fetta importante di popolazione fornisce consenso e sostegno materiale alla guerra partigiana che altrimenti non sarebbe stata possibile, ma la retorica che viene costruita nel dopoguerra di un intero popolo che unito aveva lottato contro il fascismo per restituire la libertà e la democrazia al Paese non corrisponde alla realtà.
In verità c’è un rapporto molto complicato, complesso, difficile, non lineare tra le formazioni partigiane e la popolazione civile. Nel senso che c’è una parte di popolazione civile che resta a guardare l’andamento della guerra, non fa una scelta, non prende posizione. E, anche se non compie una scelta espressamente orientata all’adesione alla Repubblica sociale italiana, si mantiene su una sorta di zona grigia rancorosa. Già nella primavera del 1944, e poi nell’inverno del 1945, che è l’ultimo inverno di guerra, man mano che la violenza delle Brigate della Repubblica Sociale italiana diventa sempre più feroce con stragi, eccidi, torture, rastrellamenti, corpi impiccati nelle piazze, aumenta la sindrome da accerchiamento e le popolazioni civili rimangono strette in una morsa di terrore e di paura. E una parte di esse mal digerisce la presenza delle formazioni partigiane perché teme che le loro azioni mettano a rischio la loro incolumità. Negli archivi di Stato ci sono diverse lettere che ci restituiscono questo clima che va dall‘indifferenza fino alla mal sopportazione di una parte della popolazione civile nei confronti delle formazioni partigiane. Una parte non irrilevante dell’opinione pubblica italiana non si riconosce nei valori dell’antifascismo, non si riconosce nella lotta partigiana. Ed è quella stessa opinione pubblica che già subito dopo la liberazione di Roma nell’estate del 44 comincia a condannare la Resistenza con campagne come quella citata su via Rasella.
La seconda questione che spiega la lunga durata di questo fenomeno ha a che fare con i mancati conti con il passato e con il fatto che ci sia stata una persistenza, una continuità dello Stato con uomini d’apparato che avevano fatto carriera durante il regime, funzionari di polizia, magistrati, funzionari dello Stato che si riciclano negli anni della Repubblica e che continuano ad assolvere tranquillamente il loro ruolo. La presenza di molti magistrati che avevano fatto carriera durante il fascismo e che continuano a svolgere la loro funzione durante gli anni di costruzione della Repubblica fa sì che nel dopoguerra molti partigiani finiscano sotto processo non per fatti di violenza o di sangue relativi all’insurrezione, ma per fatti relativi alla guerra di liberazione nazionale, episodi che dovrebbero essere considerati fatti di guerra, ma che non vengono rubricati come tali.

Tornando all’oggi: lei vede un rischio di ritorno del fascismo?
Non vedo un rischio di ritorno del fascismo, semplicemente perché da questo Paese il fascismo non se n’è mai andato. Noi ci dimentichiamo, perché questo è un Paese smemorato, che noi abbiamo avuto un grande partito di massa che si richiamava all’eredità della Repubblica Sociale Italiana, il Movimento Sociale Italiano. Un partito che negli anni Settanta arriva a essere il quarto partito nazionale, che sfiora addirittura l‘11% dei consensi elettorali e che contribuisce all’elezione di ben due Presidenti della Repubblica. Questo insieme alla già citata continuità nell’amministrazione pubblica e nella giustizia rappresenta una sorta di anima nera, di ombra che resta sottotraccia nella nostra Repubblica e che non ha permesso di fare i conti con il passato. Ancora oggi nell’opinione pubblica circolano narrazioni distorte, manipolate che dipingono il fascismo come un regime sì autoritario ma tutto sommato bonario rispetto al nazionalsocialismo tedesco, un regime che in fondo aveva fatto anche cose buone, riprendendo la narrazione degli italiani brava gente che avevano dato appoggio e salvezza agli ebrei.

In questa smemoratezza collettiva che responsabilità ha avuto la sinistra nel corso degli anni?
La responsabilità è quella di aver combattuto una battaglia di retroguardia cercando in qualche modo di giustificarsi per i fatti controversi che indubbiamente ci sono stati nell’ambito della Resistenza, senza però avere la capacità di collocare questi fatti nella giusta cornice e rimanendo dunque sulla difensiva. I casi di violenza sommaria che ebbero luogo furono soprattutto l’esito della collera popolare che esplode il 25 aprile. Stiamo parlando di masse che hanno vissuto vent’anni di dittatura e che improvvisamente con il 25 aprile cominciano a dare sfogo a una serie di vendette. Ma non possiamo capovolgere la storia: la violenza in Italia non la inaugura certamente la Resistenza. La Resistenza risponde, anche con la violenza, a una violenza che è mille volte maggiore scatenata contro le popolazioni civili. Se vogliamo andare indietro nel tempo e capire da dove ha origine l’idea che il nemico si debba abbattere, estirpare dal corpo della nazione dobbiamo ritornare alle piazze interventiste del 1915, quando per decidere se entrare in guerra o no gli italiani si sparavano addosso e poi ancora alle masse che vengono sobillate all’uso della violenza da parte di abili agitatori come Benito Mussolini o Gabriele D’Annunzio. E ancora alla violenza dello squadrismo, che poi finisce con la presa del potere da parte di Mussolini, al quale il potere viene regalato da una classe dirigente liberale incapace di risolvere il problema della violenza nelle piazze e assuefatta dalla psicosi della paura rivoluzionaria, cioè dal terrore della rivoluzione bolscevica in Italia.

Nel 1955, in occasione del discorso pronunciato dal presidente Gronchi per il decennale della Liberazione Giorgio Almirante sulle pagine del Secolo d’Italia  si chiedeva: «Ma che dobbiamo festeggiare?». Ecco, oggi nel 2023 con gli eredi di Almirante all’apice delle istituzioni repubblicane, cosa dobbiamo festeggiare?
Almirante si chiedeva retoricamente che cosa ci fosse da festeggiare perché lui ovviamente non si riconosceva, non poteva riconoscersi, nella nella lotta antifascista. Noi oggi, al di là di ogni retorica trionfalistica, al di là di ogni tentativo di fare della Resistenza un monumento di quelli che poi rischiano di essere dimenticati, abbiamo il dovere di tenere viva la memoria di una generazione che ha avuto il coraggio di fare una scelta anche molto sofferta e dolorosa, non presa certamente a cuor leggero. Giovani ragazze e ragazzi che poco più che ventenni, molto spesso adolescenti, hanno avuto il coraggio di imbracciare le armi – perché la Resistenza ha avuto sì un grande valore politico, ma è stata soprattutto un fatto militare – entrare in clandestinità e restituire la libertà al Paese che aveva dato i natali al fascismo nel 1922. Abbiamo il dovere di respingere la retorica antiresistenziale che si è diffusa in questi ultimi anni, che dipinge i partigiani come dei guerriglieri assetati di sangue che non si rendevano conto delle ritorsioni che potevano essere scatenate nei confronti dei civili. Contrapponendo a questa retorica la verità: perché in realtà quei ragazzi questo dilemma, questo dramma interiore lo sentivano moltissimo. A un certo punto fare la Resistenza ha significato soprattutto assumersi questa responsabilità e lottare nonostante tutto. La Resistenza non poteva cedere al ricatto delle rappresaglie perché questo avrebbe significato rinunciare alla libertà.



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