“La Lupa”, nascita di un nuovo movimento studentesco

“La vostra scuola uccide. Stop all’alternanza scuola-lavoro”. Dopo mesi di proteste e occupazioni nelle scuole di Roma, gli studenti puntano ad allargare la lotta a tutto il Paese.

Maurizio Franco

Il 28 gennaio scenderanno nuovamente in piazza. Il 5 febbraio, invece, intendono confrontarsi con le realtà studentesche di tutto il Paese: hanno indetto un’assemblea nazionale per allargare il più possibile la protesta. Sono gli studenti e le studentesse del movimento La Lupa di Roma, una galassia in fibrillazione la cui sigla è diventata protagonista e traino delle battaglie nel mondo della formazione. La scorsa domenica erano circa 300 davanti al Pantheon quando hanno subito una carica da parte della polizia. “La vostra scuola uccide. Pagherete caro, pagherete tutto. Stop all’alternanza scuola-lavoro” è lo striscione che poi hanno esposto sotto gli stabili del Ministero dell’Istruzione, raggiunti in corteo.

La scintilla che ha rinfocolato le mobilitazioni, soprattutto nella Capitale, è la morte di Lorenzo Parelli, il ragazzo di 18 anni colpito da una putrella – una trave di acciaio – di circa 150 kg in una fabbrica di Udine, durante il suo ultimo giorno di stage. Parelli frequentava un percorso di Istruzione e formazione professionale (Iefp) e il suo apprendistato, previsto da curriculum scolastico, era una dei segmenti del “sistema duale”. La sperimentazione è stata introdotta nel 2015 con la legge 107 – la cosiddetta “Buona scuola” – e siglata con un accordo Stato-Regioni per 300 centri professionali, nell’ambito di “un rafforzamento dell’asse formazione-lavoro, finalizzato alla creazione di un sistema organicamente integrato”, come si legge sul sito dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal).

“Adesso basta. Non è più tempo di guardare altrove. Adesso è tempo di riscatto” è stato l’ululato delle mobilitazioni studentesche capitoline, appresa la notizia.

La Lupa

Il 17 dicembre 2021, migliaia di studenti hanno manifestato per le strade di Roma. La Dad, considerata “alienante e poco inclusiva”, il capitolo nero dell’edilizia scolastica e il taglio trasversale dei fondi pubblici alla scuola sono stati i capisaldi della rottura studentesca. Manganelli e camionette, invece, sono stati la firma istituzionale al conflitto.

Nei giorni caldi dell’autunno, decine di istituti tecnici e licei sono stati occupati. I comunicati congiunti erano a firma “Scuole romane in lotta”: dal quartiere Tufello alle zone del centro storico, una linea rossa che percorreva la metropoli.

“Il nome La Lupa non è stato scelto da noi. I media ci hanno chiamato così”, spiega N., 17 anni, attivista di un collettivo studentesco e aderente alla “piattaforma”. Il riferimento zoologico con cui il movimento è stato battezzato è strettamente legato a un altro animale, la pantera, che nel dicembre 1989 fino alla primavera del 1990, ha scombussolato i sogni di molti dirigenti scolastici e universitari con occupazioni, cortei e manifestazioni. Il nome utilizzato è ascrivibile alla specificità capitolina del neonato dissenso studentesco.

Al suo interno, come spiega N., ci sono varie “strutture” che collaborano e si coordinano attraverso assemblee: i collettivi autorganizzati, Osa (Opposizione studentesca d’alternativa) e il Fronte della gioventù comunista. Uniti per far sentire maggiormente la propria voce e per costruire mobilitazioni sempre più virali e partecipate.

Picchetti, presidi e azioni hanno scandito la genesi del movimento. Che non accenna a fermarsi. Il 10 gennaio, sempre sulla scalinata del Ministero dell’Istruzione. “Il rientro a scuola è disastroso, le scuole cadono a pezzi, i mezzi di trasporto e le classi sono sovraffollate. Mancano sistemi di tracciamento adeguati e presidi sanitari nelle nostre scuole” è il coro di disapprovazione con megafono e fumogeni de La Lupa. Il 16 gennaio, gli studenti hanno effettuato un blitz alla sede dell’Ufficio scolastico regionale, “in risposta alla forte ondata di repressione dislocata in tutti gli istituti protagonisti delle 60 occupazioni”. E il 17 gennaio hanno richiesto e ottenuto, con un presidio, un incontro con i rappresentati istituzionali.

“Il nostro obiettivo principale è che ci sia più attenzione sulla scuola, che venga trattata con dignità e che non sia sempre l’ultima ruota del carro”, dice N., sottolineando come, ad esempio, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) “la percentuale di fondi dedicata al sistema educativo è minima, l’attenzione è posta soprattutto sulla digitalizzazione o sulla costruzione di nuovi istituti, mentre non vengono presi in considerazione i problemi primari”.
Gli studenti de La Lupa pretendono che le decisioni riguardanti il futuro della scuola “non siano prese da chi non vive direttamente la scuola e risponde spesso a interessi economici e politici”. Ma che le scelte siano la diretta conseguenza di un dialogo serrato con gli studenti stessi, “con tavoli di confronto permanenti”. Secondo le analisi del movimento, la direzione voluta dal Governo – un percorso già intrapreso da svariate decadi e imposto una volta per tutte dagli stravolgimenti economici e sociali della pandemia – è quella “di una sempre maggiore aziendalizzazione del comparto dell’istruzione” e una sua subordinazione alle esigenze delle imprese e delle aziende che pescano nel mare magnum di una precarietà addomesticante.

L’alternanza secondo La Lupa

“Il lavoro continua a essere precario, alienante, di merda, sottopagato, non sicuro per chi lo svolge” oppure “le scuole non sono aziende, i dirigenti non sono manager, il sapere non è profitto” sono gli stralci del comunicato che La Lupa ha pubblicato sui social dopo la morte di Parelli. Il tema della sicurezza nei posti di lavoro è fortemente intrecciato alle contraddizioni dell’esperienza scolastica. E il movimento sente sua una chiara e inequivocabile rivendicazione. “Il problema fondamentale è che Lorenzo non sarebbe dovuto essere al lavoro, non senza una retribuzione, almeno. E questo non fa che accrescere la rabbia”, dice N.

Il giovane racconta di essersi imbattuto nell’alternanza scuola-lavoro durante il suo percorso scolastico. “Ho frequentato un corso sulla Costituzione con esperti e avvocati. Questo è stato possibile perché frequento un liceo nel cuore della Capitale”, dice. Ma, stando alle sue parole, basta spostarsi di poco o cambiare indirizzo per trovare percorsi volti al reale sfruttamento degli studenti. “La scuola non dovrebbe in nessun modo creare discriminazioni ed essere classista, mentre spesso acuisce il divario tra centro e periferia”, dice. “Stiamo raccogliendo testimonianze su vari progetti di alternanza, e a breve le pubblicheremo sulle nostre pagine”, conclude.



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Maurizio Franco

Ne "Il Dio disarmato", edito da Einaudi, Pomella descrive minuziosamente i tre minuti che hanno scandito il rapimento di Aldo Moro.

Nella valle del Belice, in Sicilia, la raccolta delle olive da mensa è la rappresentazione plastica dello sfruttamento padronale nei campi.

Le maglie del provvedimento sono ampie e potrebbero ingabbiare e criminalizzare le pratiche di contestazione dei movimenti sociali e di opposizione.

Altri articoli di Politica

Al Senato sono state presentate le firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per fermare l’autonomia differenziata.

Pubblichiamo l'audizione informale alla Commissione affari costituzionali del presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta.

Due femminicidi in pochi giorni riportano il tema della violenza contro le donne al centro del dibattito. Un fenomeno che ha forti radici culturali.