La maestrina Ue e il fantasma di Giuseppi

Il Next Generation Ue e la fine del governo Conte raccontati da opposti punti di vista nei saggi “Recovery Italia” di Leonardo Panetta (Mimesis) e “I segreti del Conticidio” di Marco Travaglio (PaperFIRST).

Pierfranco Pellizzetti

«Europa, questo calabrone dal corpo troppo
pesante (la sua economia) rispetto alle ali
leggere (la sua struttura politica). Vola –
comunque – a dispetto dei politologi. Come
il calabrone a dispetto degli entomologi»[1].
Giorgio Ruffolo

«L’Unione europea è quello che è: il risultato,
in larga parte involontario, di decenni di […]
compromessi su scala continentale concepiti
letteralmente da centinaia di commissioni»[2].
Tony Judt

Leonardo Panetta, Recovery Italia, Mimesis, Sesto San Giovanni 2021
Marco Travaglio, I segreti del Conticidio, PaperFIRST, Roma 2021

L’Italia osservato speciale

Quanto qui si intende prendere in esame è soprattutto lo stupefacente fenomeno di due testimoni oculari dello stesso accadimento che giungono a raccontarlo in maniera talmente diversa da indurre il dubbio che ognuno di loro parli d’altro. Mentre l’oggetto è sempre lo stesso: il cambio di linea politica dell’Unione europea che ha portato al varo del piano europeo di stampo marshalliano – denominato Next Generation – di cui il nostro Paese risulta essere il primo beneficiario.

Una sorta di doppia narrazione pirandelliana – quella dei nostri due testi – che riporta alla mente il film capolavoro di Akira Kurosava – Rashomon (1950) – in cui sei personaggi espongono altrettante versioni differenti sullo stesso episodio di stupro. Con effetto estraniante per chi cercherebbe di capire cosa effettivamente sia successo.

La prima versione di una vicenda che abbiamo vissuto nell’ultimo biennio e che ancora stiamo vivendo – esposta dal giornalista Mediaset Leonardo Panetta – è largamente anticipata dall’introduzione di Carlo Alberto Carnevali Maffè; che non è un personaggio di fantasia alla Paolo Villaggio (tipo il conte Serbelloni Mazzanti vien Dal Mare) bensì il distinto membro della famiglia bocconiana, guardiana dell’ortodossia da pensiero unico mainstream: «quando la saggia Europa indica la luna delle riforme, la stolta politica nazionale guarda al dito della nuova spesa pubblica. Mentre i partiti si accapigliano sulla spartizione del tesoretto europeo […] il nucleo tecnico scelto personalmente da Mario Draghi sta riscrivendo, a tappe forzate, intere sequenze del cacofonico spartito istituzionale della Repubblica» (L.P. pag. 9).

Da qui parte una ricostruzione dei fatti che si muove su due piani: la contrapposizione tra un’Europa virtuosa e guardiana dei principi guida di una governance rigorosamente liberista, costretta a tenere a bada l’Italia irresponsabile e scialacquatrice come da copione (e da luogo comune); la cancellazione di qualsivoglia traccia del passaggio del premier italiano Giuseppe Conte in una vicenda – quella del ri– orientamento al sociale della politica comunitaria – a cui pareva avesse partecipato con qualche benemerenza.

Il basso continuo della cantata di Panetta è quello dell’Italia osservata speciale in quanto “malato d’Europa”. Eppure è proprio il giornalista Mediaset a ricordarci che «negli anni di avvicinamento all’Euro era la Germania a essere il grande malato d’Europa», dopo l’immane salasso rappresentato dalla riunificazione tedesca (L.P. pag.92). Come mai questa singolare inversione di ruoli con il (l’ex) Bel Paese? Forse un minimo di approfondimento al riguardo non avrebbe guastato. Magari si sarebbe preso atto di quanto ci spiegano osservatori tedeschi del calibro di Claus Offe. Ossia che l’effetto della moneta unica, nel momento in cui andava a sostituire l’ultra “pesante” marco, «è consistito nel passaggio da una svalutazione esterna a una ‘interna’»[3], a tutto vantaggio delle esportazioni made in Germany. Mentre per l’Italia, Paese altrettanto esportatore, la stessa operazione ha significato un vincolo insuperabile: l’impossibilità di ricorrere a quelle sistematiche “svalutazioni competitive” con cui recuperare il vantaggio del prezzo a supporto delle proprie capacità esportative. Per quanto riguarda il caso italiano, una situazione che può farsi risalire persino agli anni Settanta. Diventata poi endemica già nel decennio successivo. Sempre si abbia un minimo di cognizioni socio– economiche, magari che ci trattengano dall’azzardare l’esistenza di una sorta di golden age per il nostro Mezzogiorno, tra il 1951 e il 1973, (L.P. pag.71); quando quel periodo fu totalmente sprecato dalle politiche meridionalistiche alla Pasquale Saraceno, nell’inseguimento di un’industrializzazione del Sud centrata sui settori di base (siderurgia in primo luogo), ovviamente rivelatasi non metabolizzabile dalla realtà socio– culturale di territorio.

Mentre il mito degli europeisti del tempo alla Ugo La Malfa – “ci salverà l’Europa” – ipotizzava l’esistenza di un soggetto continentale analogo a quello descritto dal nostro autore, quanto del tutto inesistente. Infatti, fino a quello che potrebbe essere lo “spartiacque– Covid 19”, l’Unione è stata per decenni ben altra cosa. Qualcuno parla di “Europa dei banchieri” oppure dei burocrati ossessionati dalla manie di regolamentare ogni anfratto della vita (che producono caricature di norme comunitarie come quelle per il formaggio francese senza batteri o la pizza napoletana in assenza di forno a legna), di certo il tempio di un fondamentalismo liberistico, arrivato al parossismo con la direttiva Bolkenstein del 2004, che pretendeva di inserire tratti di concorrenzialità in settori “altamente strategici” quali le vendite degli ambulanti e la balneazione in spiaggia. Forse la descrizione più veritiera al riguardo è quella di Manuel Castells: il cosiddetto “cartello di Bruxelles”. «La formazione dell’Unione Europea non è un processo di costruzione dello stato federale europeo del futuro, bensì la costruzione di un cartello politico in cui gli stati nazione europei potessero, collettivamente, recuperare un qualche grado di sovranità nel nuovo disordine globale, per poi distribuirne i benefici tra i propri membri sulla base di regole oggetto di negoziati senza fine»[4]. Uno scenario in cui non ci sono virtuose e severe maestrine dalla penna rossa che possano arrogarsi il diritto di bacchettare chicchessia.

Cancellare Giuseppi

In tutta la vicenda che ha portato a modificare radicalmente (temporaneamente?) la missione e il ruolo dell’Europa Unita – nella partita tra solidarietà e rigore (L.P. pag.131), in cui i top players hanno improvvisamente cambiato campo (forse folgorati sulla via di Damasco?) – secondo la ricostruzione degli accadimenti proposta da Panetta il presidente del consiglio italiano non c’era e se c’era dormiva.

Quel premier sostanzialmente attendista, l’opportunista con «la capacità di assumere la forma dell’acqua» (L.P. pag.54), apostrofato a Strasburgo dal leader dei liberali europei Guy Verhofstadt “il burattino di Salvini”, il viaggiatore a sbafo che pernotta in hotel da 300€ senza colazione quando il simpatico frugale Rutte si accontenta di ostelli da 100€ colazione inclusa (L.P. pag.118). Insomma, la macchietta che il lookologo Panetta irride per «la pochette d’ordinanza» (e qui il Nostro commette un errore, sulla scia dell’altro noto lookologo Max Panerari, parrocchia GEDI, denigratore h24 del premier: Conte nel taschino esibisce il candido e sobrio fazzoletto a tre punte, talvolta ripiegato a rettangolo secondo la moda lanciata da Humphrey Bogart, non la pochette; che è a disegni fantasia e va indossata con nonchalance, facendola spuntare dalla giacca rigorosamente a sbuffo vaporoso). Soprattutto un’insignificante nullità: «quando si è trattato di discutere del Piano Marshall per l’Europa, tutti hanno aspettato di sapere prima cosa ne pensassero Francia e Germania e non l’Italia, interessata a ricevere gli aiuti ma non in grado di spostare gli equilibri in una partita così delicata» (L.P. pag.111). Dunque, «il Recovery Fund è senza dubbio un successo per l’Italia. Ma con altrettanta certezza possiamo affermare che nulla sarebbe stato possibile, né nemmeno immaginabile, senza una pre– intesa tra i due Stati più influenti d’Europa: Germania e Francia» (L.P. pag. 107).

Davanti a cotanta certezza diventa inevitabile far entrare in partita Marco Travaglio, che racconta tutt’altra vicenda. La seconda versione.

Infatti, secondo il direttore de il Fatto Quotidiano ben diverso è stato il ruolo del premier che gli italiani continuano a gratificare del massimo apprezzamento.

«17 luglio. La partita è aperta. L’Italia, grazie all’attivismo di Conte che ha messo insieme i Nove sugli Eurobond e poi ha visto spostarsi dalla loro parte persino la Merkel, se la può giocare» (M.T. pag.84). Cos’è successo? È successo che l’insignificante, irresoluto Giuseppe Conte (“Giuseppi”, nei tweet amichevoli del presidente degli Stati Uniti) – come scrive Travaglio – «era stato promotore del Recovery Fund, prima riunendo altri otto governi nella lettera dei Nove, poi convincendo i riottosi con interviste e vertici bilaterali, infine battendosi per quattro giorni (e notti) nel Consiglio Ue più lungo della storia (17– 21 luglio 2020). Un successo che gli riconobbero oltre a Mattarella, persino i suoi oppositori»[5]. Dunque il completamento di una frenetica strategia contiana iniziata costituendo un tesoretto di credibilità convincendo i Cinquestelle ad abbandonare le sterili posizioni aventinane nel parlamento europeo votando a favore della nomina a presidente della commissione Ursula von der Leyen, dunque politicamente predisposta ad appoggiare le iniziative a seguire: la sottoscrizione da parte di Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Grecia Irlanda, Portogallo e Slovenia del documento promosso da Conte per contrastare il rischio depressione che grava sulla zona Euro per il dilagare del Coronavirus. Lo strumento messo a punto è il Coronabond. Così «Macron si fa portavoce della proposta partita da Conte e sposata da altri sette governi Ue. Che, a furia di pressing da Roma, Parigi e Madrid ha fatto breccia a Berlino. La Merkel accetta per la prima volta l’idea che per finanziare il Recovery Fund la Commissione possa indebitarsi sui mercati per conto della Ue, nel pieno rispetto del trattato Ue, del quadro di bilancio e dei diritti dei Parlamenti nazionali» (M.T. pag.69). Era la prima apertura tedesca agli Eurobond chiesti dal governo italiano. Non solo: i fondi verranno concessi a fondo perduto, non in prestito. Questi i fatti nella narrazione di Marco Travaglio.

Prendi i soldi e scappa

L’apoteosi di quell’omino con la pochette, che già aveva dato eccellente prova di sé fronteggiando per primo in Europa la terribile minaccia del Coronavirus, tanto da meritare l’apprezzamento di un personaggio non propriamente condiscendente quale il premio Nobel Paul Krugman. Tanto da fargli scrivere sul New York Times un articolo la cui tesi sta già tutta nel titolo “Perché l’America di Trump non può essere come l’Italia?”. In cui si legge: «dopo una terribile partenza, l’Italia si è mossa rapidamente per fare ciò che era necessario per affrontare il Coronavirus. Ha imposto restrizioni molto severe e vi si è attenuta. Gli aiuti del governo hanno contribuito a sostenere i lavoratori e le imprese. La rete di sicurezza aveva dei buchi, ma alti funzionari hanno cercato di farla funzionare. In un caso estremo di ‘non trumpismo’ il primo ministro si è perfino scusato per i ritardi negli aiuti. E soprattutto l’Italia ha schiacciato la curva». Giudizio ripreso il 26 luglio dal madrileno El Pais: «Conte l’ex ‘sconosciuto e sottovalutato’, il ‘figlio dell’emergenza’ diventato ‘protagonista dell’Europa’» (M.T, pag.109).

Allora perché questa insofferenza nei suoi confronti, ascesa ad assoluta insopportabilità da parte dell’establishment e canalizzata dalle testate del gruppo Gedi della famiglia Agnelli e dal Corriere della Sera di Urbano Cairo? La necessità fattasi sempre più impellente di togliere di mezzo l’homo novus di Voltura Appula con in tasca l’immaginetta di Padre Pio, il mediatore venuto dalla Puglia in cui sono riconoscibili i tratti di un suo conterraneo: Aldo Moro. Questo neo– moroteo che non è socio di nessun garden club e non dà segni di volercisi associare e che risultava la più concreta speranza di ricostruire quel “campo progressista” che ormai latita da tempo immemorabile.

La risposta di Travaglio è molto esplicita: «resta il movente più classico: il denaro. ‘Follow the money’ è il tormentone di Tutti gli uomini del presidente, il thriller politico sul Watergate. Seguiamo i soldi, gli schei, i dané» (M.T. pag.486). L’enorme malloppo del Recovery in arrivo dall’Ue, abbinato alla popolarità di un Presidente del Consiglio manifestamente non cooptabile nei cosiddetti “salotti buoni” padronali.

Una miscela altamente sovversiva (populista?) che impone la necessità di assicurarsi che i duecento miliardi di Bruxelles vengano affidati alla gestione di mani più sicure. Quelle di un algido banchiere, il cui repertorio di scheletri che conserva nel proprio armadio ne garantisce l’assoluta consapevolezza di dove il potere sta. E l’affidabilità, da santificare a mezzo stampa. Il cui inciso tutto sommato sibillino – whatever it takes – veniva elevato ai livelli di epicità delle grandi dichiarazioni iscritte nella storia. Dal “io vi prometto lacrime e sangue” di Winston Churchill al “qui si fa l’Italia o si muore” di Giuseppe Garibaldi.

Concludendo, i due testi in esame sono le immagini alternative di una vicenda recentissima che – come da italico copione – è stata oggetto di una doppia lettura assolutamente pirandelliana. In cui – comunque – il libro di Panetta costituisce il più palese esempio possibile dell’operazione mediatica che ha condotto a quanto Travaglio sintetizza nel titolo del suo giallo estivo: “Il Conticidio”.

E in questo clima da stadio, a cui si è ridotto il dibattito pubblico nostrano, ogni tifoseria si scelga l’esecrazione che più le garba.

NOTE

[1] Giorgio Ruffolo, “Il paradosso del calabrone”, la Repubblica 8 iugno 1994

[2] Tony Judt, L’età dell’oblio, Laterza, Roma/Bari 2012 pag.385

[3] Claus Offe, “German Politics in the Greek Debt Crisis” in Aa.Vv. Europe’s Crisis, Polity Press, Cambridge 2018 pag.270

[4] Manuel Castells, Il potere delle identità, Università Bocconi Editore, Milano 2003 pag.291

[5] Marco Travaglio, “SuperMario Zelig”, il Fatto Quotidiano 13 agosto 2021



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