La manifestazione a Cutro, per la dignità delle vittime e della società tutta

Migliaia di persone hanno sfilato in silenzio, con striscioni e cartelli ma senza gridare slogan, durante la manifestazione a Cutro di sabato 11 marzo, che si è conclusa depositando fiori sulla spiaggia e affidando le corone al mare. La società civile in questo Paese dimostra di sapersi prendere le sue responsabilità, mentre i nostri governanti ricordano una Maria Antonietta senza Versailles.

Federica D'Alessio

Fiori sulla spiaggia. Per un ultimo saluto, per chiedere scusa, per mostrarsi umani. L’immagine che tanti stanno condividendo dalla manifestazione a Cutro di ieri pomeriggio è quella della sua conclusione, dei fiori piantati sulla sabbia, affidati al vento e al mare, il mare che incolpevole ha inghiottito le vite di 73 persone, che continua a restituire ogni giorno corpi di bambini, a ricordare le responsabilità degli uomini e delle donne. Responsabilità che tormentano i pescatori e gli abitanti del luogo da quella notte del naufragio fra il 25 e il 26 febbraio. Responsabilità che non pesano invece, evidentemente, ai ministri del Governo di questo Paese, che mentre il mare continuava a restituire corpicini e migliaia di persone sfilavano silenziose in segno di rabbia e lutto, se la spassavano cantando la Canzone di Marinella al karaoke. Grotteschi. È difficile dissimulare la propria disumanità, come abbiamo detto in occasione della Conferenza stampa del Governo a Cutro due giorni fa, e ancora una volta sono le scene più spontanee che li vedono protagonisti a rivelare la profonda indifferenza verso le vite con cui gli attuali governanti interpretano il loro ruolo. Giorgia “la madre” in tutti questi giorni non ha speso neanche una parola per i bambini non salvati. Giorgia “la donna” che non ha avuto parole di sorellanza verso le donne afghane uccise dal naufragio, che qui cercavano la fuga dal regime misogino dei talebani. Giorgia “la cristiana” la cui fede manca persino dei segni più evidenti: di fronte alle salme non si inchina, non si fa il segno della croce, non rende omaggio bensì se ne va all’estero.

Con un gesto da regnanti, più che da esponenti di un Governo democratico, Meloni Salvini e il loro team hanno offerto ai familiari delle vittime della tragedia di Cutro –  dopo non essere andati a rendere omaggio alle salme e non averli voluti incontrare in Calabria – di riceverli a Palazzo Chigi, quasi come fosse un’onorificenza regale. Hanno ricevuto in cambio un netto rifiuto, ed è una notizia. Una notizia significativa, che mette a contrasto la dignità delle vittime con l’indegnità di chi non si è assunto neanche una responsabilità per quelle morti. La società civile italiana, quella che ha sfilato ieri in Calabria  – e simultaneamente, in presidi solidali di tante diverse città – composta da sindacati, associazioni e gente comune, senza slogan, senza urla, raccogliendosi attorno ai canti di lutto dei profughi, al momento è stretta in questa morsa: fra l’indegnità di un Governo che è stato votato da una minoranza degli elettori ma che ha potuto avvantaggiarsi della frattura sempre più profonda fra cittadinanza e politica sintetizzata da un astensionismo di ampia maggioranza, e un’umanità radicale che palpita ancora nei cuori di tanti e abbisogna, con urgenza, di una traduzione politica altrettanto radicale; la quale almeno in questi giorni non si è vista nelle movenze di rappresentanti scelti di quelle istanze, come il Partito Democratico e la CGIL (quest’ultima presente in forze alla manifestazi0ne), che stanno offrendo alla Presidente del Consiglio tutte le aperture e sponde di autolegittimazione di cui ha bisogno. Dall’invito – sì rituale, ma non per questo più accettabile in una fase storica in cui la ferocia del potere i rituali della decenza li fa saltare tutti – al Congresso nazionale della CGIL della Presidente, fino alle aperture di cortesia di una Elly Schlein che dovrà stare molto attenta a non farsi intrappolare nel gioco delle “narrazioni”, orrenda parola di cui non ci libereremo mai troppo presto, della nemesi fra femmine. Mentre scriviamo queste righe si avvicina l’assemblea nazionale del PD, la prima del nuovo corso. Sarà l’occasione per capire se dal rinnovato Partito Democratico possono uscire nuove determinazioni ad affrontare infine il tema delle migrazioni secondo principi di giustizia e libertà umane, e non le sfumature più o meno edulcorate di razzismo securitario cui da troppi anni ci hanno abituato.

CREDITI FOTO: ANSA/FRANCESCO ARENA



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