La parola ai Neanderthal

Se i Neanderthal fossero in grado di comunicare con un linguaggio complesso e articolato come il cugino Homo sapiens è da anni oggetto di dibattito. Attraverso diverse fonti di evidenze, l’archeologia, la paleoantropologia e la paleogenetica hanno raccolto una serie di indizi, ma non meno controversie. Uno studio recente sembra suggerire una risposta affermativa e sulla base di un’analisi delle capacità uditive: se i Neanderthal sentivano come noi, allora disponevano di un sistema di comunicazione vocale tanto efficiente e complesso quanto il nostro. Ma se il dibattito non è destinato a risolversi così facilmente, è importante chiedersi se stiamo rincorrendo le domande giuste.

Andra Meneganzin

Le capacità linguistiche dei Neanderthal, nonché l’accessibilità scientifica della domanda stessa attraverso gli strumenti della paleoantropologia, sono fonte di acceso dibattito. Il linguaggio, si dice spesso, non lascia tracce fossili e i ricercatori possono unicamente disporre di evidenze indirette, provenienti dall’archeologia, dai genomi e dall’anatomia.

È di un paio di settimane fa la pubblicazione di uno studio sull’autorevole rivista Nature Ecology and Evolution che sostiene che i Neanderthal avevano capacità uditive simile alle nostre, indizio – sostengono gli autori – che avessero anche un sistema di comunicazione vocale comparabile al nostro[1]. Questo nuovo elemento si inserisce in un complesso quadro di evidenze e di contese interpretative e in una scienza che deve fare i conti coi limiti della storia, le “pistole fumanti” sono merce rara. Ma procediamo con ordine tracciando qualche antefatto.

L’archeologia degli ultimi decenni, sia attraverso nuove scoperte che attraverso nuove lenti teoriche, ha gettato nuova luce sulla complessità del comportamento e delle culture materiali dei nostri cugini Neanderthal. Il dibattito sui processi attraverso cui si è stabilita la “modernità comportamentale” – un insieme di tratti identificabili nel record archeologico che includono una socialità complessa, l’espressione simbolica e artistica, l’utilizzo strumenti compositi e di materiali come il corno, l’osso e l’avorio o il trasporto di risorse per lunghe distanze – ha da tempo abbandonato lo scenario semplicistico di una repentina “rivoluzione” europea avvenuta nel Paleolitico superiore a firma esclusiva di Homo sapiens.[2] Comportamento e cultura sembrano valicare i confini tassonomici tra specie ominine, seppur i vari tratti risultino espressi in maniera più o meno sistematica. Se i Neanderthal peccavano di preistorica vanità, utilizzando diversi oggetti a scopo ornamentale (ocra, artigli di rapace o conchiglie forate), sfruttavano risorse marine, utilizzavano tecnologie innovative e complesse prima del contatto con H. sapiens (come il catrame di betulla usato come mastice), cacciavano in gruppo grandi erbivori e forse – ma la datazione è ancora controversa – praticavano anche la pittura parietale già 65 mila anni fa[3], tra noi e loro in termini di abilità cognitive non rimarrebbe che una “frontiera invisibile”, come l’ha definita l’archeologo Francesco d’Errico in un influente articolo[4]. E per sostenere una cultura materiale e un repertorio comportamentale di questo tipo è ragionevole ipotizzare una forma di comunicazione complessa ed efficiente. Quanto questa sia simile a un linguaggio articolato è precisamente oggetto di contesa.

Anche il DNA può fornire importanti indizi sull’acquisizione delle capacità linguistiche. Originariamente scoperto perché implicato in una serie di gravi disturbi del linguaggio e della fonazione, il gene FOXP2 (Forkhead box protein P2) è stato il primo gene a finire nel mirino di studi sull’evoluzione del linguaggio. Nel 2002 si scoprì che il nostro FOXP2 presentava due mutazioni assenti in altri primati[5] e che le aree adiacenti a tali mutazioni mostravano traccia di uno “sweep selettivo” –  ciò che accade quando una nuova mutazione favorevole diventa frequente in una popolazione. Inizialmente si ipotizzò che questo fosse avvenuto negli ultimi 200.000 anni, contestualmente all’origine degli umani anatomicamente moderni. Tuttavia, uno studio successivo ha dimostrato che le stesse mutazioni sono condivise anche dai cugini Neanderthal [6]. Questo non solo indicava che la storia di FOXP2 non fosse unicamente una storia sapiens, ma che le mutazioni-chiave risalissero a un periodo precedente la separazione della linea evolutiva umana da quella neanderthaliana (700-500 mila anni fa). Ma FOXP2, lungi dall’essere “il gene del linguaggio”, è solo un pezzo di un puzzle molto più articolato.

Se ai paleoantropologi è precluso l’accesso al “software” del linguaggio, possono pur sempre analizzarne “l’hardware” e la sua evoluzione. Gli studi sull’anatomia e la geometria del tratto vocale si sono concentrati su possibili adattamenti che possono aver favorito la produzione orale (indiziaria ma non sinonima di un linguaggio articolato). Il nostro tratto vocale è caratterizzato da una laringe abbassata, da una porzione orizzontale (labbra e cavità orale) e una verticale (faringe) di pari lunghezza e disposte tra loro ad angolo retto e da una lingua posizionata in modo tale da garantire un controllo indipendente delle due sezioni. Nel Neanderthal il canale orizzontale risulta più lungo di quello verticale, ma una variazione sostanziale nelle proporzioni dei tratti vocali è presente anche negli umani anatomicamente moderni, sia tra individui che nel corso dello sviluppo individuale – aspetto che si sa non limitare le possibilità di produzione orale.

Nei fossili, le ossa che rivelano la forma del tratto vocale sono la base cranica e l’osso ioide, che serve da ancoraggio alla lingua ed altri muscoli necessari alla fonazione e che raramente si preserva. Analisi sulla microstruttura di uno ioide rinvenuto in un Neanderthal del sito israeliano di Kebara sembrano indicare che venisse utilizzato in maniera simile agli umani anatomicamente moderni[7] – risultati che tuttavia non incontrano consenso unanime. Alcuni sostengono che al tratto vocale dei Neanderthal fossero precluse alcune vocali del repertorio sapiens, sebbene ciò non escluda in toto una produzione orale sufficiente a supportare una forma di linguaggio.[8]

In questo dibattito tra condizioni sufficienti e necessarie per poter parlare di linguaggio umano – con sostanziali differenze a seconda che si adotti un’accezione stretta o lata del concetto stesso di ‘linguaggio’ – si inserisce il recente studio pubblicato su Nature Ecology and Evolution che affronta il problema dalla prospettiva dell’udito. Un gruppo di scienziati ha ricostruito l’orecchio esterno e medio dei Neanderthal, chiedendosi se le capacità uditive del nostro alter ego evolutivo fossero in grado o meno di supportare una comunicazione complessa e articolata. Tramite tomografia computerizzata (TC) ad alta risoluzione, i ricercatori hanno realizzato modelli virtuali in 3D degli apparati uditivi di cinque Neanderthal, 10 Homo sapiens e di nove ominini di Sima de los Huesos (Spagna), filogeneticamente prossimi ai Neanderthal. I dati così raccolti sono stati inseriti in un software sviluppato nel campo della bioingegneria per misurare la potenza sonora trasmessa all’orecchio interno e la larghezza di banda occupata dai Neanderthal (l’intervallo di massima sensibilità delle frequenze udibili) che correlerebbe direttamente con quella del canale orale. Questa, hanno concluso i ricercatori, non mostra differenze statisticamente significative rispetto a quella degli odierni H. sapiens, ma è molto più ampia rispetto agli individui di Sima de los Huesos – risultato che starebbe a significare che i Neanderthal avevano evoluto le capacità uditive necessarie a supportare un sistema di comunicazione vocale tanto efficiente quanto quello umano. La larghezza di banda occupata si estenderebbe anche a frequenze riguardanti principalmente la produzione di consonanti – tratto che li distinguerebbe dalla comunicazione, ad esempio, degli scimpanzé (e così di molti altri mammiferi), basata in larga parte su vocali.

Se alcuni ritengono il risultato per nulla sorprendente e che sia tempo di dichiarare caduto l’ultimo baluardo dell’unicità umana, altri invitano a maggiori cautele nell’interpretazione. “Se avessero linguaggi complessi come il nostro” afferma il paleoantropologo Chris Stringer (NHM, Londra) per CNN “non è qualcosa che possa essere determinato da questa ricerca, poiché il linguaggio è un prodotto del cervello, non degli apparati vocale e uditivo”[9].  Dall’hardware al software, insomma, vi sarebbe un salto inferenziale da giustificare.

Se i Neanderthal fossero conversatori abituali o si permettessero solo qualche chiacchiera occasionale – forse anche con gli stessi H. sapiens, prima degli ormai noti incontri ravvicinati di tipo preistorico che hanno lasciato traccia nel nostro genoma – non è un dibattito destinato a dissiparsi tanto presto. Tuttavia, è bene chiedersi se alla luce di nuove evidenze ci si sta ancora ponendo le domande giuste. Forse, per sostenere forme di comportamento complesso, il linguaggio articolato umano è solo una delle possibili strade. Quanto i Neanderthal avessero esplorato modalità alternative (ma non meno legittime) di essere umani, è un interrogativo che continuerà ad impegnare e ad affascinare generazioni di ricercatori.

[1] Conde-Valverde M, Martínez I, Quam RM, Rosa M, Velez AD, Lorenzo C, Jarabo P, de Castro JM, Carbonell E, Arsuaga JL. Neanderthals and Homo sapiens had similar auditory and speech capacities. Nature Ecology & Evolution. 2021 Mar 1:1-7.

[2] McBrearty S, Brooks AS. The revolution that wasn’t: a new interpretation of the origin of modern human behavior. Journal of human evolution. 2000 Nov 1;39(5):453-563.

[3] Hoffmann DL, Standish CD, García-Diez M, Pettitt PB, Milton JA, Zilhão J, Alcolea-González JJ, Cantalejo-Duarte P, Collado H, De Balbín R, Lorblanchet M. U-Th dating of carbonate crusts reveals Neandertal origin of Iberian cave art. Science. 2018 Feb 23;359(6378):912-5.

[4] d’Errico F. The invisible frontier. A multiple species model for the origin of behavioral modernity. Evolutionary Anthropology: Issues, News, and Reviews: Issues, News, and Reviews. 2003;12(4):188-202.

[6] Krause J, Lalueza-Fox C, Orlando L, Enard W, Green RE, Burbano HA, Hublin JJ, Hänni C, Fortea J, De La Rasilla M, Bertranpetit J. The derived FOXP2 variant of modern humans was shared with Neandertals. Current biology. 2007 Nov 6;17(21):1908-12.

[7] D’Anastasio R, Wrie S, Tuniz C, Mancini L, Cesana DT, et al. Micro-biomechanics of the Kebara 2

hyoid and its implications for speech in Neanderthals. PLOS ONE 2013. 8:e82261

[8] Johansson S. Language abilities in Neanderthals. Annu. Rev. Linguist. 2015 14;1(1):311-32.

[9] https://edition.cnn.com/2021/03/01/world/neanderthals-ears-hearing-language-scn/index.html

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