La patria nel pallone. In ricordo di Curzio Maltese

In ricordo del giornalista appena scomparso, ripubblichiamo un suo articolo dal numero 6-2006 di MicroMega. Maltese condivide qui una riflessione sul mutato senso di patriottismo in Italia, nato con la nascita della Repubblica e associato al sentimento antifascista della Costituzione, ma poi regredito in un sentimento reazionario e campanilista.

Curzio Maltese

Ai margini della festa popolare per il mondiale di calcio vinto dagli azzurri è rispuntata puntuale e prevedibile la retorica patriottarda. Per lamentare ancora una volta la «morte della patria» fuori dalle imprese sportive, oppure per celebrarne la rinascita grazie a Buffon e compagni, abbattendo con una sola pallonata il senso della storia, della misura e dell’umorismo. Dopo un lungo e meritato oblio di quasi mezzo secolo dalla nascita della repubblica fino agli anni Novanta, il concetto di patria, l’orgoglio nazionale e la relativa retorica sono tornati a circolare negli ultimi dieci anni con volume crescente, fino a invadere ogni angolo del dibattito pubblico, un po’ come i tricolori appesi a ogni finestra in queste settimane. Il pensiero unico insegna che il ritorno alla patria è un fattore di progresso in un paese dove lo scarso senso di appartenenza alla nazione sarebbe invece un grave difetto, fardello di un passato vergognoso, sintomo di arretratezza rispetto alla Francia o alla Gran Bretagna, per non dire degli Stati Uniti. Ogni tipo di obiezione storica e razionale alla moda del patriottismo è bollata come spirito anti-italiano, retaggio di una ormai sconfitta egemonia culturale della vecchia sinistra. È del resto tipico del declino culturale il rovesciamento del concetto di modernità. Da un lato le più bolse idee reazionarie sdoganate come «nuovo che avanza», dall’altro le più recenti e migliori conquiste civili, per esempio il concetto di relativismo culturale, scaraventate nella spazzatura della storia. La sinistra si è inchinata anche a questa moda. In fondo che male fa baciare ogni tanto il tricolore, inventarsi qualche eroe e spendere due parole sulla bellezza del ritrovato orgoglio nazionale? Un libro nero del nazionalismo, che ha provocato più morti del comunismo nel Novecento europeo ed è un pericolo assai più attuale, come ha dimostrato l’ultima volta il laboratorio jugoslavo, non è stato scritto e neppure immaginato. Ma che cos’è il nuovo patriottismo? Quali simboli agita, quali strumenti usa, come agisce, ammesso che agisca, sulla società italiana? È davvero così salutare o al più innocuamente festoso? La trovata del marketing politico è di dipingere il ritorno alla patria come qualcosa di positivo a prescindere, direbbe Totò, un sentimento che unisce e arricchisce mentre la sua critica sarebbe soltanto negazione, divisione, impoverimento e mania esterofila. Al contrario, il nuovo patriottismo nasce dalla negazione, è anzi la risultante di una serie di negazioni e di rinunce culturali.

La prima e più importante è la rinuncia implicita a considerare ancora valida l’unica idea decente di patria elaborata dall’Italia unitaria, la patria antifascista. Un enorme progresso rispetto all’identificazione forzata, fondata sulla banale e involontaria circostanza di essere nati su un determinato territorio, verso un concetto di patria culturale, complesso di valori civili espressi nel patto della Costituzione. Fra i quali primeggia il rifiuto della retorica nazionalista che costituì la base ideologica del fascismo. Avendo rinunciato a questa patria e non potendo (non ancora?) recuperare in pieno il repertorio fascista, il nuovo nazionalismo risulta un goffo fenomeno imitativo. È o vorrebbe essere un patriottismo all’americana, il massimo davvero dell’esterofilia. Lo è perfino nei gesti simbolici, il bacio alla bandiera, la mano sul cuore mentre si ascolta l’inno, i colori nazionali dipinti sul volto. È la regressione di una cultura politica un tempo orgogliosamente europeista alla scimmiottatura coloniale del modello dominante. Con i nostri neocons e teocons in sedicesimo, la nostra guerra da truppe al seguito, l’ideologia dello «scontro di civiltà» semplificata dal berlusconismo allo slogan di un «islam indietro di settecento anni». S’intende che già il modello di riferimento è spaventoso. La rappresentazione di un Occidente superiore, in quanto unica civiltà in grado di evolversi, rispetto a tutte le altre sostanzialmente immutabili e quindi arretrate, è un’idea che può facilmente smontare qualsiasi bravo studente di antropologia culturale. Di più e di peggio il neonazionalismo nostrano italiano aggiunge lo spirito gregario e la finzione di una bonarietà pacifista.

L’eroe di questo strano patriottismo alla rovescia è alla fine il povero Quattrocchi, «morto da italiano» e premiato dalla medaglia al valore della Repubblica, senza farsi troppi scrupoli nel ricordare i motivi poco nobili che l’avevano spinto alla missione in Iraq, al servizio più o meno legale di un’impresa straniera. Meno unitaria, al confronto, risulta paradossalmente la figura di un vero eroe, l’agente Calipari, che si è sacrificato per salvare una vita ma ha avuto il torto di cadere sotto il fuoco amico degli americani. Oltre a essere un fenomeno imitativo, il nuovo patriottismo è nell’essenza un altro fenomeno mediatico. Ho chiesto a un gruppo di ventenni quando si ricordavano d’essere italiani e la risposta è stata unanime: ai mondiali di calcio e in occasione di una grande disgrazia, come la strage di Nasiriya. Festa sportiva e lutto pubblico hanno in comune la forte esposizione mediatica. Nella crisi delle democrazie, la televisione offre alcuni surrogati emotivamente forti della partecipazione. Uno ludico è appunto l’evento sportivo. Molti hanno notato la differenza di clima psicologico nelle feste per il mondiale vinto nell’82 e nel luglio scorso. L’imprevedibile spontaneità della prima, la quasi obbligatorietà della seconda, nell’ansia di doverci essere a tutti i costi. L’altro surrogato di partecipazione è all’opposto il lutto nazionale. In entrambe le circostanze sono i media a scegliere i toni e i modi, le parole e le immagini. La televisione è il centro d’irradiamento del nuovo nazionalismo. Lo è nella gioia e nel dolore, nella celebrazione degli eroi in calzoncini e nell’esaltazione dei «ragazzi al fronte», nell’esaltazione ormai quotidiana degli eserciti, delle (nostre) armi di distruzione di massa, della guerra, sia pure mascherata di scrupoli umanitari. Lo è nell’alimentare ed eccitare ogni giorno l’ostilità nei confronti dello straniero, dal migrante alla stampa estera, la quale naturalmente ci diffama, denigra noi italiani brava gente, incapaci di reagire alle prepotenze dell’altrui sciovinismo. Salvo notare che se il vicepresidente del Senato di Parigi avesse offeso con epiteti razziali la squadra italiana, la sciovinista Francia l’avrebbe probabilmente costretto a dimettersi nello scandalo. Mentre l’ilare Calderoli, dopo aver definito i «bleus» una banda di «comunisti, immigrati e islamici», si gode serenamente le vacanze e i fax d’approvazione.

Non si capisce davvero dove stia il progresso nell’idea di un ritorno al patriottismo, che sembra piuttosto mascherare al solito vantaggi e privilegi inconfessabili delle vecchie oligarchie e di un capitalismo opaco e autarchico. Quante volte abbiamo sentito anche politici della sinistra levarsi contro l’ipotesi che questo o quel grande gruppo, questa o quella grande banca, potessero finire «nelle mani dello straniero». In nome di quale superiore interesse? L’interesse dei cittadini italiani o dei grandi monopolisti, i «furbetti del quartierino», il padrone unico delle televisioni, il marchio unico automobilistico, il concessionario esclusivo di luce, gas, autostrade, telefoni? Si comincia ad aver nostalgia dell’Italia indifferente al valor di patria. Anzi, più che indifferente, diffidente. Per molte buone ragioni. Non soltanto quella ricordata da Ennio Flaiano per cui «l’italiano, appena si ricorda d’essere italiano, diventa subito fascista». Ma anche per ragioni più lontane. Il mancato patriottismo viene da lontano e poteva forse arrivare lontano, era e rimane uno dei tratti autentici di modernità, magari involontaria, della società italiana dal dopoguerra in poi, con radici che affondano nei secoli. Che cos’è il limitato concetto di «multiculturalismo» se torniamo indietro alla Roma imperiale, straordinario incrocio di popoli e culture? L’Italia ha avuto la fortuna, fra tante sventure storiche, di vivere da sempre immersa nel più formidabile laboratorio di globalizzazione ante litteram, il trafficatissimo Mediterraneo. I media lanciano ogni anno l’allarme clandestini. Ma gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane non sono un’emergenza, sono una consuetudine ormai millenaria. In quest’area, prima che in ogni altro angolo di mondo, i popoli hanno sperimentato che il concetto di cultura non coincide con l’appartenenza a un territorio, al focolare, al sacro suolo. È un felice ibrido, un’armonia da inventare fra diversi. Rispetto a questo passato moderno e aperto, il presente appare chiuso e vecchio, una scontata reazione alla paura del nuovo mondo inaugurato dalla caduta dei muri. Al recupero della vecchia patria identitaria, all’antico legame con il sacro suolo, è tempo di opporre nuove idee. Un patriottismo dei valori, che il clamoroso risultato del referendum costituzionale ha reso più attuale che mai. Un nuovo patriottismo europeo e mediterraneo e infine, perché no, un patriottismo planetario, visto che siamo tutti cittadini di una Terra sempre più piccola e minacciata.

 

Foto Wikipedia |Di Pietroforti.docx – Opera propria, CC BY-SA 4.0



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