Quel 22 maggio 2059 e la pedagogia che ci servirebbe

Nel volume “Educare (con) gli alieni” Raffaele Mantegazza usa la fantascienza per ragionare sulla pedagogia di oggi e di domani.

Daniele Barbieri

Vi avviso: questa NON è fantascienza (*) anche se all’inizio può sembrare…

Il 22 maggio 2059 «in tutto il pianeta contemporaneamente gli alieni semplicemente comparvero» (non fate caso ai tempi: il futuro è sempre un po’ passato e presente o magari congiuntivo). E più non vi dirò su questo evento ma per la verità anche Raffaele Mantegazza pochino ci narra degli ET per dedicarsi subito a tutti gli altri strani esseri viventi del multiverso, compresi quei – spesso indecifrabili – bipedi terrestri che forse anche voi conoscete. Dirò solo che gli alieni nessuno uccisero se non (simbolicamente e materialmente) l’antropocentrismo; ed era ora che morisse quello stupido vecchiaccio incapace di confrontarsi con animali e natura.

Il titolo «Educare (con) gli alieni» è accompagnato dal sottotitolo «Manuale di pedagogia per l’anno 2219» che rimanda a un futuro ancora più lontano. Però non fatevi ingannare: questo libro di Raffaele Mantegazza – pubblicato nel 2018 da Castelvecchi (62 pagine per 11,50 euri) – quasi non è fantascienza. Anche se sceglie di usare – con molti titoli: 53 se ho contato bene – “la mejo” fantascienza per ragionare sulla pedagogia di oggi e/o del prossimo febbraio e/o del vicinissimo 2023, il primo anno speriamo dopo il Covid e dopo la guerra in Ucraina.

Dunque vedere altri orizzonti: vicini e lontani, trovando nell’immaginato oggi (del futuro) il grimaldello per scardinare il domani ma anche registrando il peso, i limiti, le viltà che rendono la pedagogia “reale” – storicamente data, se preferite – così statica e pigra proprio nel momento storico di mutamenti (nel bene e nel male) galoppanti. Passiamo da un’emergenza – fra virgolette? – all’altra eppure quasi sempre scuola e formazione sembrano statue… così sono andato a rileggermi questo libro e mi sento di ri-lodarlo: la scatenata immaginazione di Mantegazza – il mix è di serietà e intelligente provocazione – ci può servire.

Buon 2219 dunque. Potete leggerlo come un “normale” buon testo di pedagogia oppure decidere di giocare con Raffaele Mantegazza, immaginando cosa stia accadendo dalle parti dell’educare/educarsi 60 anni dopo gli alieni.

La struttura centrale del libro si intitola «La pedagogia e la crescita degli alieni e degli umani» e si articola in tre sezioni: nascita; infanzia e adolescenza; età adulta, vecchiaia, morte.

Subito ci ritroviamo nei guai (fecondi pasticci, se preferite). Perché se «l’educazione è una nuova origine»; se l’infanzia non è chiaro quando finisca; e se l’età adulta (maturità? O un “va là”?) è ben difficile da definire … come muoverci? «Abbiamo inventato almeno 5 categorie (preadolescenti, adolescenti, giovani adulti, tweens…) per una fascia d’età che occupa una decina di anni e poi ne abbiamo una sola (“adulto”) per il resto della vita fino alla vecchiaia». Eh già.

Quanto a “sesso, amore e x” da sempre siamo nei guai… o nei pasticci fecondi. «Già da tempo gli umani» scrive Mantegazza e mi permetto di suggerire «alcuni umani» perché non mi pare una consapevolezza diffusissima… «Da tempo gli umani si erano accorti che i generi sono molti più di due ma la difficoltà a uscire da uno schema binario rigido non ci aveva mai del tutto abbandonato», salvo poi correre il rischio opposto: «Crediamo che anche le teorie che aumentano vertiginosamente i “generi” cadano nello stesso errore della teoria binaria maschio/femmina che contestano». E oggi – tempo standard terrestre 2019, come contano i cristiani – sia Eros che Thanatos «sono esclusi dai nostri processi formativi ed educativi». Gran guaio.

Molti altri passaggi del libro risultano stimolanti. La riflessione sul non auspicabile “dirsi tutto” nelle relazioni amicali o amorose e… educative. E subito dopo la questione delle «intelligenze multiple» (sì, Howard Gardner) che sta per essere ri-soffocata dalle nuove manie della misurabilità; e se pensate alle «prove Invalsi» certo c’è anche la “pessima scuola” taylorista-confindustrial-normalizzatrice-classista.

Fondamentali mi sembrano le riflessioni sulla necessaria distinzione fra rischio e pericolo. Sulla perdita d’umanità che si cela nella colonizzazione (ma anche nel suo opposto). E sulle scelte da fare: «l’educatore non può permettersi il cinismo e il nichilismo, filosofie da ricchi, né la disperazione perché il suo stesso ruolo lo porta ad accennare a un futuro qualitativamente diverso dal presente, un futuro che ciascuno può scegliere se messo in condizione di farlo».

Verso la fine Mantegazza parafrasando una delle “regole” asimoviane sui robot, scrive: «ovviamente l’educatore non può far del male a un essere umano ma è possibile educare senza esporre al male?». Non so nel 2219 ma dalle parti del 1963 (quando io andavo a scuola) o del 2008 (parlo di mio figlio) ahimè molti educatori-educatrici hanno spesso fatto – inutilmente, a volte sadicamente, stupidamente – «del male» agli esseri umani loro affidati ma senza ragionare sul male del mondo.

Dunque speriamo che gli alieni arrivino presto e ci costringano a ripensare tutto o quasi, a partire dal «corpo rimosso» (come scriveva Mario Lodi «i ragazzi sono educati dal collo in su»). E da quel «terribile brivido» che troverete a pagina 53.

Nel frattempo come imparare a muoversi? Naturalmente sperimentando, muovendosi e cadendo. Uno dei grandi della fantascienza che Raffaele Mantegazza non cita, cioè Theodore Sturgeon, in uno dei suoi romanzi più inquietanti e pedagogici scrisse: «Hai mai visto l’immagine di un uomo che corre? O che cammina? È sbilanciato o lo sarebbe se rimanesse immobile come lo è quell’immagine. È in questo modo che tu vai da un luogo all’altro: cominciando a cadere» (dal romanzo «Venere più X»). È ovvio, però/perciò non scordiamocelo.

Viva i libri brevi se (come questo) capaci di sintesi. Però mannaggia ai libri brevi se subito ti assale la voglia di «ancora».

DUE NOTERELLE CHE POTRESTE ANCHE SALTARE

La prima: per correttezza devo dirvi che sono amico di Raffaele Mantegazza e con lui ho persino scritto un libro («Quando c’era il futuro»). Non mi sembra che ci sia un conflitto di interessi – se mai una convergenza di passioni – tale da sconsigliare che ne scriva bene.

La seconda: se siete appassionate/i di fantascienza guardate con calma questo elenco-salsa che Mantegazza usa per insaporire taaaaaaanto altro.

Frank Herbert con il ciclo di «Dune».
Richard Matheson: i racconti «Terzo dal sole», «L’esame» e «Nato di uomo e di donna».
Il racconto di Katherine MacLean «Le immagini non mentono»; se vi è sfuggito lo trovate anche nella famosa antologia «Le meraviglie del possibile».
Stanislaw Lem «Solaris». Ovviamente.
Dan Simmons «Hyperion».
Clifford Simak «Anni senza fine» (o «City», se preferite). Ma c’è pure il simakiano «Infinito».
Philip Kindred Dick (poteva mancare?) per esempio i racconti «Quelli che strisciano», «Progenie», «Mele avvizzite», «Rapporto di minoranza» oppure il romanzo «In senso inverso» (in italiano noto anche con i titoli «Redivivi SpA» e «Ritorno dall’aldilà»).
Isaac Asimov (neanche lui poteva mancare): a esempio i racconti «Esplorazione vegetale», «Chissà come si divertivano», «I fondatori», «Alle dieci del mattino», «Zucchero filato», «Che cosa importa a un’ape» e (inevitabilmente) «L’ultima domanda» oltreché, è ovvio, con “Le tre leggi della robotica”.
Ray Bradbury: i racconti «Il piccolo assassino» e «Tempo fermo».
James Ballard «Un gioco da bambini» e il racconto «Il signor F è il signor F».
John Wyndham «Il villaggio dei dannati» (o per meglio dire «I figli dell’invasione») nonché «I trasfigurati».
Henry Slesar. Il racconto «Giorno d’esame».
Robert Silverberg «L’uomo nel labirinto» e «Shadrach nella fornace» ma anche «L’arca delle stelle», «Nati con la morte» e «Oltre il limite».
Anne McCaffrey «Il popolo del vento». E restando da quelle parti “arieggiate” George R. R. Martin e Lisa Tuttle con il romanzo (un montaggio di tre racconti) «Il pianeta dei venti» e Alain Damasio «L’orda del vento».
Gardner Dozois: il racconto «Figlio del mattino».
Volendo anche il film «Interstellar» di Christopher Nolan.
Poi c’è Alfred Elton Van Vogt con il racconto «Il villaggio incantato».
Ovviamente (?) Douglas Adams «Guida galattica per autostoppisti».
Kevin Wayne Jeter – ma tutti lo conoscono per K. W. Jeter – con «Noir».
Ed ecco un fanta-italiano: Virginio Marafante con il racconto «Profumo di fragole».
Neanche a dirlo «Sentinella» e «La risposta» di Fredric Brown.
Kim Stanley Robinson «Trilogia di Marte».
Mildred Downey Broxon con il racconto «Sussidi didattici».
Poteva mancare «I reietti dell’altro pianeta» di Ursula Le Guin?
E ancora Philip José Farmer «Trilogia di Dayworld e Samuel Delany «Babel-17».
Ma volendo anche Francis Scott Fitzgerald «Lo strano caso di Benjamin Button», un quasi fantascientifico Gianni Rodari più un paio di storie scritte da un certo Jorge Luis Borges.



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