La politica, prosecuzione di Sanremo con altri media

Non le lezioni regionali di Lazio e Lombardia, nemmeno la polemica tra Roma e Parigi: ciò di cui parlano tutti è Sanremo, i suoi ascolti e le sue vicende. Intanto il sottosegretario alla Cultura annuncia che il Governo vuole mettere il suo zampino sui vertici Rai mentre la politica del Paese si fa sempre meno parlamentare e sempre più social.

Mauro Barberis

Vi ricordate, vero, che domenica 12 e lunedì 13 si vota per le elezioni regionali in Lazio e Lombardia? Sì? No? Sì ma non ve ne importa nulla, tanto il risultato lo immaginate già? Il punto è che le notizie del giorno, su giornali, telegiornali e social, sono ben altre. Non l’ennesima polemica fra la/il nostro presidente del Consiglio con Francia e Germania, insomma con la Ue, che contribuisce a isolarci ulteriormente. Piuttosto, le news sono altre due, e riguardano entrambe Sanremo. La prima è che Amedeo Sebastiani, in arte Amadeus, ha macinato l’ennesimo record: la quarta serata del Festival, quella del venerdì, ha infranto ogni record precedente, con il 66,5% di share, il 6% più dell’anno precedente e il più alto dal 1987, quando sono iniziate le rilevazioni Auditel e la partecipazione toccava il 67,5.

L’altra notizia è che Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura e già (co)direttore del Festival, anche con Amadeus, a precisa domanda ha risposto che sì, il nuovo governo dovrebbe cambiare i vertici Rai. Ma non per accaparrarsi altri posti di potere, ci mancherebbe, bensì per «cambiare la narrazione del Paese»: insomma per mostrare un paese “normale”, non “fluido”, una maggioranza silenziosa di famiglie padre-madre-figli. Senza seguire altri esponenti di Fratelli d’Italia, già cascati in tutte le possibili provocazioni, il sottosegretario s’è implicitamente candidato ai nuovi vertici prendendosela chirurgicamente solo con Fedez, reo di aver strappato in diretta la foto del viceministro Bignami mascherato da nazista e di aver chiesto a Giorgia, non la cantante, di legalizzare la “maria”, cioè la cannabis.

Pensando a tutto questo, la prima idea che mi è tornata in mente – tornata perché non è affatto nuova, anzi ormai è vecchia di mezzo secolo, da quando si parla di politica-spettacolo o pop – è che fra Sanremo e la politica, ormai, ci sono molte, troppe somiglianze. E non solo nel senso banale del sottosegretario, che anche Sanremo, a suo modo, “narra” com’è il paese. Per cui, contrariamente a quel che pensa lui, non c’è proprio più niente di trasgressivo, ammesso ci sia mai stato, nei Måneskin e in tutti i ragazzotti tatuati, sconosciuti a noi boomer ma familiari ai nostri figli/nipoti, che in poche sere si giocano la carriera all’Ariston, proprio come i nostri figli/nipoti ai colloqui per un lavoro precario, magari, loro, nascondendo i tatuaggi.

Semmai, la politica imita Sanremo perché si è fatta anch’essa social, è tracimata dalla tv sulle piattaforme. La grande novità del Festival di quest’anno, benché i fan del trio Morandi-Albano-Ranieri non se ne siano accorti, è che ogni serata, anche senza Zelensky, anzi magari perché lui non c’è, ha prodotto qualcosa come 35 milioni di interazioni social, a partire da 65 mila interventi originali (si fa per dire) su Instagram, Facebook, Tik Tok e simili. Scene come Blanco che scalcia i fiori, Morandi con la scopa, Paola Egonu sul razzismo, hanno occupato la rete. Anche a Sanremo, dopotutto, la vincitrice la sappiamo già: è Chiara Ferragni, che non contenta dei suoi oltre 28 milioni di follower, ha convinto Amadeus a digitalizzare il festival.

La politica imita Sanremo, più precisamente, perché s’è fatta ibrida: tranquilli, non si trasferirà mai definitivamente sui social, e meno che mai tornerà nelle aule parlamentari o nelle sedi di partito, ma rimbalzerà fra televisione e web, proprio come Sanremo. Sotto questo aspetto Giorgia (di nuovo lei, non la cantante) è già una politica del futuro, post-sanremese, per così dire. Pensate a questi primi mesi del suo governo, in cui lei e i suoi hanno sapientemente occupato l’informazione non con provvedimenti concreti, figurarsi, ma con diktat avanzati e ritirati, aggressioni a oppositori inesistenti, casi 41 bis… Lasciando sotto traccia, invece, i progetti veri: lo spacchettamento della Costituzione, commemorata forse per l’ultima volta nei primi minuti del festival, non tanto con il presidenzialismo o premierato quanto con l’autonomia differenziata, la regionalizzazione e privatizzazione di sanità, scuola e lavoro. Da domani, per favore, dimentichiamoci Sanremo e cominciamo a parlare della vita delle persone.

 

Foto Facebook | Festival di Sanremo 



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