La ragazza dei colori

Il nuovo romanzo di Cristina Caboni è una danza cromatica che dispiega altre danze, quelle della vita e della solidarietà.

Marilù Oliva

«Stella sapeva tutto sul colore.
Sapeva che nasceva dalla luce, ovviamente.
Sapeva che era generato dalla rifrazione della stessa su una superficie. Ma la spiegazione scientifica, secondo lei, non era in grado di contenere la vastità del concetto.
Perché il colore era anche, e soprattutto, percezione. Era come un desiderio, come un genio: appariva solo se veniva evocato.»

Cristina Caboni, sarda, vive con il marito e i tre figli in provincia di Cagliari, dove segue l’azienda apistica di famiglia. Dei suoi libri, usciti per Garzanti e tradotti all’estero, ricorderete alcuni titoli che hanno vinto premi o scalato classifiche:Il sentiero dei profumi”, “La custode del miele e delle api”, “Il giardino dei fiori segreti “, “La rilegatrice di storie perdute”.

“La ragazza dei colori” racconta la storia di Stella, che perde provvidenzialmente il treno e incontra un enigmatico dottore per cui prova una forte attrazione. Ma questa non è solo una storia d’amore, anche se un amore consolidato, qualche pagina prima, apre il romanzo con il commiato di due anime che sono state una accanto all’altra per tanti anni e sono grate alla vita per averle fatte incontrare: quella di Orlando, che sta spirando, e quello di Letizia, al suo capezzale.

Stella raggiunge zia Letizia, ormai vedova, a Bardolino, in una vecchia villa dalla progettazione artistica cui decide di dedicarsi e intanto trova, uno dopo l’altro, dei regali che le ha lasciato lo zio Orlando. Non sono ricordi qualsiasi, ma segnali, indicatori, chiavi che le stanno svelando qualcosa di preciso collegato al passato e, per scoprirlo, la nipote dovrà innanzitutto guardare dentro a se stessa. La cosa non le dispiace, perché la fa quasi tornare bambina, invitandola a giocare a una sorta di caccia al tesoro. Anche perché Stella arriva da una situazione difficile che forse molti di noi hanno attraversato: è stata screditata in campo professionale, vittima di una sorta di mobbing ingiustificato e allargato, e ha il morale a pezzi.

I colori aprono ogni capitolo con le loro caratteristiche, il loro simbolismo e i loro significati più profondi, quasi a spalancare anfratti che verranno varcati tra le righe. Sono vita pulsante, sono umore, sono varchi verso l’anima:

«Erano paesaggi, case, ruscelli, laghi e fiori. Erano ritratti, impronte di piccole mani.
Così intensi, così forti, che per un istante si sentì risucchiare al loro interno, immersa in un’emozione profonda.
I colori la investivano, l’accoglievano e lei, all’improvviso, li sentì scorrere dentro, come un tempo.
Erano come racconti.
Erano i colori del mondo.»

Una danza cromatica che dispiega altre danze, quelle della vita e della solidarietà. E qui si apre il discorso sui bambini che fuggivano dalla morte, di cui non voglio svelare nulla se non attraverso poche parole della Caboni: «C’erano bambini braccati come animali. C’era gente che aveva perso ogni cosa, compresa la speranza nel futuro. Il resto era futile, inesistente»

Vi anticipo che è disseminato molto amore in questo libro e non è solo amore per le parole, che l’autrice sa usare tanto bene, è il sentimento canonico che il lettore spera esploda tra Stella e Alexander, ma è ciò che ci lega a chi non c’è più, a chi è in difficoltà, è l’autostima verso noi stessi, è la mano tesa ad aiutare chi ha bisogno, è il coraggio di prendere posizioni e assumersi la responsabilità di decisioni che vanno anche controcorrente, in un mondo di indifferenti.

Con una bella prosa limpida che accompagna la lettura fino alla fine infondendo speranza, ma anche voglia di combattere e di reagire, Cristina ci insegna tante cose, prima di tutto ad avere fiducia in noi stessi e a non piegarci alle avversità.



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