La regione Piemonte diffidata dalle femministe per il mancato accesso all’aborto farmacologico

Monica Lanfranco

Non solo Polonia, verrebbe da scrivere, solo per restare nel vecchio continente, ragionando di diritti riproduttivi, cartina di tornasole della laicità di un paese, di un popolo e della sua politica.

Già nel 2017 il comitato per i diritti umani dell’Onu aveva lanciato l’allarme sull’Italia con questa dichiarazione: “Preoccupa la difficoltà di accesso agli aborti legali in Italia a causa del numero dei medici che si rifiutano di praticare l’interruzione di gravidanza per motivi di coscienza”. Identica preoccupazione era espressa circa la percentuale, quasi al 100%, dei medici obiettori in alcune regioni, e il numero significativo di aborti clandestini.

“Lo Stato, evidenziava allora l’Onu, dovrebbe adottare misure necessarie per garantire il libero e tempestivo accesso ai servizi di aborto legale, con un sistema di riferimento valido”.

A gennaio del 2021 Internazionale pubblicava un inquietante viaggio italiano tra i veti incrociati in molte regioni nelle quali alle donne erano precluse, nonostante la  legge, sia l’intervento in ospedale in sicurezza sia l’accesso ai farmaci che possono evitare l’ospedalizzazione, e quindi risparmiare disagi e costi.

In questi giorni, al volgere della fine dell’anno, 27 associazioni aderenti alla rete Più di 194 voci Torino e alla Laiga, (libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194) hanno diffidato la Regione Piemonte per la mancata applicazione delle linee guida ministeriali per l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico.

La grave denuncia mette sotto i riflettori la mancata applicazione da parte delle istituzioni locali a livello regionale non solo per quello che riguarda la Legge 194/1978 ma anche circa l’aggiornamento delle Linee di indirizzo sull’interruzione volontaria di gravidanza con la somministrazione di mifepristone e prostaglandine, terapie emanate dal Ministero della Salute, sulla base delle indicazioni del Consiglio Superiore di Sanità e dell’Agenzia Italiana del Farmaco, datate 12 agosto del 2020.

Secondo queste terapie si prevede il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico fino a 63 giorni, pari a 9 settimane compiute di età gestazionale in day hospital o presso strutture ambulatoriali e consultori pubblici adeguatamente attrezzati, collegati all’ospedale ed autorizzati dalla Regione, come in uso nella gran parte degli altri Paesi europei, riconoscendo l’autodeterminazione delle donne e favorendo un importante risparmio per il Sistema sanitario pubblico.

La Regione Piemonte, si legge nella diffida delle associazioni di donne, non solo non si è ancora adeguata alle nuove linee di indirizzo delle autorità sanitarie nazionali, ma ne ostacola, di fatto, l’applicazione e, in caso di interruzione di gravidanza con metodo farmacologico, continua a richiedere il ricovero sino a tre giorni.

Nella diffida le associazioni chiedono che, senza ulteriore ritardo, sia consentito a tutte le donne, dopo un’adeguata informazione, di scegliere il metodo (farmacologico o chirurgico) con il quale effettuare l’interruzione della gravidanza e il luogo ove effettuarla (ospedale o consultorio) e che vengano individuati i consultori,  in stretto collegamento con le strutture ospedaliere di riferimento, che possano garantire ed eseguire l’interruzione volontaria di gravidanza in forma farmacologica entro i primi 63 giorni di gravidanza.

Ma non basta: resta il problema della mancanza di formazione per le operatrici e gli operatori dei consultori, la quasi assenza di servizi di mediazione culturale per un’informazione corretta sul percorso di interruzione volontaria di gravidanza verso le donne migranti, nonché sui metodi contraccettivi, al fine di prevenire gravidanze indesiderate.

Insomma, una delle regioni del nord Italia che negli anni ‘90 ha visto il fiorire di servizi consultoriali di eccellenza per le donne, con particolare riferimento alla nascita dolce e all’applicazione della legge 194 si ritrova oggi, dopo vent’anni, in una situazione di arretratezza e inadempienza inquietanti.



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