La repubblica degli pseudopartiti

L’elezione del Presidente della Repubblica ha definitivamente messo a nudo la natura clanica della politica italiana. Il partito leggero è diventato evanescente. Quel che sopravvive sono rapporti di potere che si misurano in termini di legami di fedeltà al proprio capo e di capacità di radicamento sul territorio dei diversi clan politici.

Fabio Armao

In un precedente articolo pubblicato su queste stesse pagine oltre due anni fa, dal titolo Il senso dell’Italia per la democrazia, avevo ricostruito le linee di sviluppo del sistema politico italiano evidenziandone la “tara genetica” in un processo mai compiuto di statizzazione: all’indomani dell’unificazione, il tentativo di assemblare quella congerie alquanto variegata di entità politiche sparse sul territorio nazionale era in buona sostanza fallito, dando origine a una peculiare forma di governo rappresentativo a base vassallatica nel quale si integrano elementi di fedeltà personale e forme di obbligazione politica legate al controllo del territorio, e che si trova costretto a cooptare i gruppi di volta in volta necessari a garantirsi una maggioranza parlamentare.

Questa sorta di imprinting politico – sostenevo – ha finito col condizionare l’intera storia politica italiana lungo le sue fasi liberale, fascista e repubblicana; facendo emergere tre costanti, che si rafforzano a vicenda e che trovano puntuale conferma anche nelle cronache più recenti:

1. la negazione reciproca tra governo e opposizione: chi assume il controllo dello stato etichetta le maggiori forze di opposizione come un antistato, privo quindi di qualunque legittimità a governare; mentre le opposizioni, a loro volta, arrivano a rivendicare con orgoglio la propria natura antisistema, con il risultato di impedire così, di fatto, qualunque reale possibilità di alternanza (valeva ai tempi della Democrazia cristiana e della conventio ad excludendum nei confronti del Partito comunista, ma è stato anche il leitmotiv della discesa in campo di Berlusconi, come dell’“assalto” al parlamento del Movimento cinque stelle);

2. la diade trasformismo-clientelismo: un sistema bloccato dall’impossibilità dell’alternanza fa del trasformismo la soluzione prosaica prediletta di chi vuole mantenere il potere, ma il successo dell’operazione trasformistica dipende in realtà dalla forza della rete clientelare di cui può disporre il politico, ovvero dalla sua capacità di raccogliere voti tramite la (promessa di) distribuzione di benefici selettivi, per lo più materiali (e oggi più che mai, grazie al trionfo dei social media, la volatilità delle appartenenze e delle opinioni è ulteriormente favorita dalla necessità di assecondare gli umori delle proprie audience di riferimento misurata in like);

3. la legge ferrea dell’instabilità: un sistema intrinsecamente conflittuale, incapace di prevedere e accettare l’alternanza al governo e che finisce col fare affidamento su una rete di relazioni personalistiche che, per definizione, tende a essere soggetta agli umori e agli interessi del momento, non può che dimostrarsi vulnerabile alle crisi (la durata media dei governi in epoca liberale non arriva a un anno, mentre in epoca repubblicana lo supera appena – 0,95 contro 1,13). L’instabilità si rivela anzi, a ben vedere, funzionale alla sopravvivenza stessa del sistema vassallatico: in puro stile gattopardesco, tutto deve cambiare perché nulla cambi.

Proseguivo la mia analisi osservando come il sistema dei partiti nato dalle ceneri della Prima repubblica avesse proposto un modello di organizzazione della politica che, volendo contrapporsi all’esperienza novecentesca discreditata da Tangentopoli, aveva favorito un’evoluzione dei partiti in chiave di tribù del web, la cui sopravvivenza dipende dalla capacità dei propri apparati di propaganda di garantire una mobilitazione permanente su argomenti capaci di stimolare link affettivi (di adesione o repulsione irriflesse) da parte dei propri followers.

I tre esecutivi che si sono succeduti dalle elezioni del 4 marzo 2018 a oggi non solo hanno confermato il perdurare di queste costanti della nostra storia patria, ma sono riusciti nell’ulteriore impresa di riprodurre in particolare la storica inconciliabilità tra maggioranza e opposizione persino nelle relazioni tra alleati di governo. Da ultimo, le vicende che hanno accompagnato l’elezione del Presidente della Repubblica – dalla cronica incapacità di dialogare e produrre compromessi, che è l’essenza della democrazia, alle faide tra partiti e al loro stesso interno – hanno definitivamente messo a nudo la natura ormai in tutto e per tutto clanica della politica italiana.

Nel trentennio che sta per compiersi – il 17 febbraio 1992 viene arrestato a Milano Mario Chiesa – i politologi si sono sforzati non poco per trovare degli attributi che cogliessero appieno le mutazioni in corso nella forma partito (e non solo in Italia): l’esaurirsi delle ideologie che avevano permesso loro di mobilitare le masse ai tempi della Guerra fredda, lo smantellamento degli apparati burocratici e delle macchine propagandistiche che ne avevano garantito la sopravvivenza, l’esaurirsi dei tradizionali canali di finanziamento (dal tesseramento alle tangenti). Oggi quelle fattispecie si dimostrano tutte obsolete.

Il partito azienda ha perso il proprio consiglio di amministrazione. Il partito personale ha visto impallidire, per senescenza o pusillanimità, il carisma del leader. Il partito digitale (o nonpartito dotato di un nonstatuto) ha abdicato a qualunque ideale di ampliare la partecipazione dei cittadini per accontentarsi di un uso propagandistico (e manipolatorio) dei social media. In sintesi, il partito leggero è diventato evanescente.

Quel che sopravvive sono rapporti di potere che si misurano in termini di kinship (legami di fedeltà al proprio capo) e lordship (capacità di radicamento sul territorio) dei diversi clan politici, che sviluppano un rapporto molto più dinamico ed eclettico con la forma partito: possono ancora incarnarsi in partiti antagonisti, come pure incistarsi all’interno di ciascuno di essi – niente a che vedere, tuttavia, con le vecchie fazioni o correnti, che avevano una propria consistenza ideologica, che potevano vantare specifiche capacità organizzative e incidere sull’agenda del partito al punto da contribuire a determinarne l’identità e la reputazione. E possono persino dar vita ad aggregazioni transpartitiche, magari occulte e opportunistiche. Il parlamento italiano di quest’ultima legislatura ne è la rappresentazione più esemplare, con la proliferazione di nuove sigle, la periodica e ripetuta transumanza di parlamentari e l’ipertrofia del gruppo misto. E il modo in cui è stato svilito uno dei processi più rilevanti per qualunque democrazia, l’elezione del Presidente della Repubblica, ne è la logica conseguenza, tragica per l’effetto che ha avuto in termini di (ulteriore) delegittimazione delle nostre istituzioni.

Insipienza, autoreferenzialità, immodestia, incapacità patologica di confrontarsi con la realtà e, ove necessario (e oggi lo sarebbe più che mai), di fare autocritica, come si sarebbe detto un tempo, trasforma gli attuali leader politici in esponenti, tutt’al più, di pseudopartiti: partiti, letteralmente, falsi, ologrammi che sono sopravvissuti all’esaurirsi delle onde luminose che li hanno generati. Gli pseudopartiti rinunciano a essere l’interfaccia tra cittadini e istituzioni, depositari di idee e valori, capaci di elaborare visioni e progetti per il futuro, per trasformarsi in meri strumenti di aggregazione di consensi (nemmeno più di interessi) a fini elettorali. Lo dimostra, oltre ogni dubbio, l’enfasi con la quale è stato rilanciato il dibattito sulla legge elettorale, una forma di esternalizzazione dei propri problemi, se non una vera arma di distrazione di massa: legge importante, certo; ma, come dimostrano le precedenti riforme, del tutto ininfluente ai fini della stabilità di governo. Per non parlare poi della proposta di introdurre l’elezione diretta dello stesso Presidente della Repubblica, destinata ad accrescere oltre misura il carattere vanamente agonistico della competizione politica, oltre che a disarticolare la nostra Costituzione.

Il problema è che gli pseudopartiti sono sufficienti a sé stessi e, come tali, destinati a isterilirsi, se non a implodere. Ciò che servirebbe, oggi, è un collettivo autodafé: tutte, indifferentemente, le forze in campo dovrebbero avere il coraggio di ripartire da un congresso, proprio ciò da cui in questi giorni fanno a gara a rifuggire, timorose di perdere l’abbrivio in vista della prossima scadenza elettorale. Ma se non si volesse rischiare di dare un vantaggio ai propri avversari pensando, erroneamente, che ciò rappresenti una prova della propria vulnerabilità, basterebbe concordare una sorta di “tregua di dio”: un periodo di tempo che tutti gli pseudopartiti possano impiegare per riunirsi e ritrovare la propria autentica ragion d’essere.



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