Avviso ai politici: la ricreazione è finita

Il prossimo 12 giugno c’è l’election day, che tiene insieme i cinque referendum sulla giustizia, e il voto in 950 comuni.

Mauro Barberis

Non ci crederete, ma in Italia si torna a parlare di politica. Da oltre due anni parliamo di tutt’altro: di Covid e, dal 24 febbraio, dell’invasione russa dell’Ucraina. Televisione, internet e giornali, così, si occupano ininterrottamente di No Vax e di Putin, e quindi lo fanno anche i politici, neanche fossero virologi o esperti di geopolitica: come se il loro mestiere non fosse un altro, proporre soluzioni per i problemi della società.

Del resto, sin dalle politiche del 2018, stravinte da M5S, Lega e FdI, abbiamo avuto tre governi presieduti da non politici, con le maggioranze più diverse. I simboli di questo periodo di autentica vacanza dalla politica, non a caso, sono stati due tecnici: il costituzionalista Sergio Mattarella, rieletto dal parlamento populista proprio come lo era stato dal precedente, non populista, e il banchiere Mario Draghi, che ha rassicurato l’Europa e ottenuto il PNRR nonostante la sua maggioranza variopinta.

La notizia del giorno, però, è che la ricreazione è finita. Si torna a votare fra un mese, con il debito pubblico alle stelle, la questione del gas russo sul tavolo e, soprattutto, i partiti ormai così sfilacciati che, se non avessimo davanti le immagini di Mariupol, li diremmo balcanizzati. Il prossimo 12 giugno c’è l’election day, che tiene insieme i cinque referendum sulla giustizia, per fargli raggiungere il quorum anche a costo di incrementare l’astensione, e il voto in 950 comuni, di cui 26 capoluoghi di provincia e quattro capoluoghi di Regione: Genova, L’Aquila, Catanzaro e Palermo.

I riflettori, si fa per dire, sono concentrati sulle difficoltà del centrodestra. Intanto, perché dopo la sconfitta alle comunali di Roma e Milano, Matteo Salvini s’era speso una delle sue ultime parole famose: «Entro Natale avremo i candidati alle prossime amministrative». Poi, perché dei 26 comuni dove si vota, il centrodestra ne controlla 18, dunque ha più da perdere. Infine, perché trovarsi da in anni in testa ai sondaggi ha scatenato la rivalità fra Giorgia Meloni e Salvini, con quest’ultimo costretto ad appiattirsi su Berlusconi, e la prima disposta a sacrificare le comunali alla propria leadership.

Personalmente, m’incuriosiscono di più le convulsioni interne al “campo largo” del centrosinistra. Teoricamente, andrebbe da Calenda a Più Europa, da Renzi a Speranza, dal Pd ai Cinquestelle. Senonché, da quando il prof. Conte è stato plebiscitato presidente di M5S, non perde occasione per polemizzare con gli alleati su tutto. E passi l’ostilità all’aumento delle spese militari, ma cosa dire della sua non-scelta fra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, tanto assordante da costringere Enrico Letta a fare il pesce in barile, e la comunicazione M5S ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’evasività del proprio presidente?

La comunicazione, già: per il M5S pare che torni a occuparsene Beppe Grillo, e a naso non sembra una buona notizia né per i Cinquestelle né per il campo largo. Ma soprattutto, come convincere a tornare a votare, cittadini ai quali i media raccontano ogni giorno quanto poco può la politica dinanzi alle emergenze del millennio? Io proverei a dire due cose. Primo, le comunali affrontano i problemi più vicini a noi cittadini: se non si vota lì, dopo non ci si può lamentare. Secondo, le comunali sono a doppio turno, con ballottaggio il 26 giugno: un buon sistema elettorale, che adotterei pure per le politiche, perché permette di correggere al secondo turno gli inevitabili errori del primo.

 

(Credit Image: © Matteo Nardone/Pacific Press via ZUMA Press Wire)



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