La riforma della scuola è un silenzioso capovolgimento costituzionale

Inaugurata da Renzi, sostanziata e articolata da Draghi, la riforma della scuola viene oggi portata a regime da Meloni seguendo una roadmap pluriennale. “La Scuola deve adeguarsi ai tempi”: come dissentire senza apparire retrogradi, se non addirittura reazionari? Che la Scuola pubblica debba adeguarsi alla società è un principio che ha soltanto l’apparenza del buonsenso. La Scuola ha il compito di formare le nuove generazioni al meglio delle capacità umane mediante la trasmissione del patrimonio culturale. Resta vero quindi il contrario: è la società che deve adeguarsi alla Scuola, nel senso di venirne continuamente rieducata.

Marco Bonsanto

Una delle spie più sicure del disagio democratico è la presenza sempre più copiosa nella comunicazione istituzionale di dogmatismi che irrigidiscono il dibattito pubblico in percorsi prestabiliti. Recepite come “indiscutibili” determinate premesse, si dovrà acconsentire anche agli inevitabili esiti logici – pena l’apparire incoerenti o incompetenti. È il caso del discorso ministeriale che accompagna la transizione tecnologica della scuola italiana (Scuola 4.0), quella che potremmo chiamare la sua “Riforma europea” – la definitiva.
Inaugurata da Renzi col Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD), sostanziata e articolata da Draghi attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), viene oggi portata a regime da Meloni seguendo una roadmap pluriennale, che trasformerà completamente il settore dell’Istruzione in direzione dell’attivismo pedagogico statunitense riveduto e corretto dal tecnologismo digitale.
La gran parte dei 17 miliardi di investimenti a debito previsti per la riforma sono infatti destinati ad una massiccia iniezione di tecnologie di ultima generazione: tablet, schermi interattivi, Intelligenza Artificiale, Metaverso, Realtà aumentata, ecc. Questo profluvio di tecnologie avveniristiche modificherà in modo sostanziale sia le aule che la didattica tradizionali, rivoluzionando completamente non soltanto i mezzi ma giocoforza anche i fini dell’istruzione. Grazie ai nuovi arredi e alla virtualità dei dispositivi digitali le aule scolastiche verranno “aperte” alla società, alle opportunità formative offerte dai privati, alle situazioni concrete che incrociano le professioni (work based learning). La didattica evolverà in direzione di un approccio digitale, virtuale e multimediale, sia per le metodologie che per i contenuti (eduverso), e ad essa verranno formate obbligatoriamente le nuove generazioni di insegnanti. Si otterranno in tal modo percorsi di apprendimento ibridi, personalizzati secondo i bisogni degli studenti e funzionali all’acquisizione di competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.
Per i profondi effetti che avrà sul futuro del Paese una tale rivoluzione della Scuola meriterebbe un ampio e articolato dibattito nazionale, e non soltanto le chiose degli esperti a suffragio di decisioni già prese e insindacabili come quelle che si leggono sui giornali o che si ascoltano nei forum comandati. Resta infatti completamente intangibile il presupposto della narrazione che accompagna la riforma: la Scuola deve adeguarsi ai tempi. Come dissentire senza apparire retrogradi, se non addirittura reazionari? La propaganda dei governi fa leva sull’intelligenza dei semplici, che, come è noto, non si spinge mai oltre la cornice del discorso. Ed è proprio il difetto di pensiero critico dei cittadini che puntella il successo di classi politiche senza arte né parte, salvo un certo genio per la propria sopravvivenza. Niente di strano, dunque, se questi politici cercano di garantirsi l’avvenire sin dai banchi di scuola… altrui.

Che la Scuola pubblica debba adeguarsi alla società è un principio che ha soltanto l’apparenza del buonsenso. La Scuola ha il compito di formare le nuove generazioni al meglio delle capacità umane mediante la trasmissione del patrimonio culturale. E per quanto inevitabile sia una minima osmosi tra i due ambiti, deve farlo a prescindere dalla società del momento, altrimenti non farà che replicare quest’ultima e i suoi squilibri. Venticinque anni di autonomia scolastica hanno frammentato a tal punto il quadro dell’istruzione nazionale, da rendere di fatto inutile se non deleteria l’idea di standard comuni. Le scuole sono diventate ambienti-mondo nei quali si replica come in un parco giochi tutta una pluralità di attività offerte dal circondario, nella convinzione (vantaggiosa per i privati) che tutto sia “cultura” alla pari. I limiti delle situazioni di partenza vengono così moltiplicati e resi insuperabili: l’istruzione non è più una leva sociale. Resta vero allora piuttosto il contrario: è la società che deve adeguarsi alla Scuola, nel senso di venirne continuamente rieducata. La società, infatti, si rinnova culturalmente soltanto grazie all’autonomia di chi non vi rimane del tutto conformato: libertà che è l’esito della formazione dei futuri cittadini ai saperi “alti” della nostra civiltà e ai valori costituzionali che ne sono storicamente derivati.
A ben rifletterci è anzitutto la tutela di questo comune patrimonio di esperienze a garantire la coesione del Paese. È ciò che possiamo chiamare la funzione costituzionale della Scuola. Perciò è vitale preservare quest’ultima dalle ingerenze esterne! La qual cosa, ovviamente, non ha niente a che vedere con l’oscurantismo paventato da confusi e improvvisati libertari. La Scuola deve certamente poter parlare ai giovani di tutto ma con la responsabilità personale e deontologica che deriva dalla libertà d’insegnamento, e non con l’anonimato macchinale frutto dell’obbedienza impiegatizia al governo di turno. Aprirla alla società e alle battaglie d’interessi che la travagliano significa abdicare al principio di laicità dell’Istruzione, cioè alla sua neutralità rispetto alle dinamiche del mercato o alle ideologie dei gruppi di potere. Che è precisamente quanto avvenuto con la recente gestione pandemica: logorandone i tradizionali margini essa ha consentito l’ingresso nelle scuole al fanatismo gender, all’ecologismo padronale green, alla più smaccata e anticostituzionale propaganda bellicista. E ovviamente alla madre di tutte le ideologie: il tecnologismo.
L’introduzione delle tecnologie digitali non soltanto negli aspetti gestionali delle scuole ma come paradigma pedagogico universale obbedisce infatti ad una precisa visione della società niente affatto “naturale” e condivisa, ma pilotata da precise lobby che tutti conosciamo. In ogni epoca, infatti, i cosiddetti “tempi” ai quali veniamo caldamente invitati ad adeguarci non sono altro che l’autorappresentazione egemonica della società imposta a tutti dai pochi che detengono i mezzi di produzione culturale. L’inserimento strutturale e generalizzato dei mezzi digitali nel circuito dell’Istruzione ha dunque anzitutto la finalità di rendere ordinaria e inoppugnabile quella specifica visione della vita. Come è desiderio e convenienza di ogni forma di autoritarismo vecchio e nuovo.
Oggigiorno l’ideologia delle nuove classi dominanti è il transumanesimo, l’ideale di una ibridazione uomo-macchina grazie alla quale si pretende di superare tutti i limiti imposti dall’umana finitudine: ignoranza, incapacità, genere sessuale, infertilità, malattia, morte. Ogni problema ha già pronti i suoi brevetti tecnologici. Basta soltanto convincere la gente che funzionano, magari coinvolgendola nei processi di scoperta e produzione. Ecco il senso della riforma scolastica: alfabetizzare i cyber-lavoratori di domani e (fingere di) condividere i frutti della rivoluzione tecnologica in corso. Sono due tra le motivazioni principali esplicitamente rivendicate dal Ministero e oggetto degli osanna degli intellettuali organici.
Si afferma che in una società sempre più strutturata dall’informatica fin nelle sue dinamiche produttive l’Istruzione deve fornire ai giovani gli strumenti necessari ad inserirsi nel mondo del lavoro. Ma anche questa ovvietà è molto meno ovvia di quanto si voglia far credere a famiglie e studenti. Il compito della Scuola è anzitutto d’istruire i giovani, cioè fornirgli i migliori strumenti intellettuali per scegliere da sé i propri percorsi di vita, non di ammaestrarli ad attività prestabilite (le cosiddette “competenze”). Ed è un compito necessariamente lungo e dispendioso. A formarli per competenze lavorative specifiche ci pensi chi ne ricaverà vantaggio in società, a partire dalle aziende! L’introduzione della scuola-lavoro, dell’Orientamento professionale e ora anche di una vera e propria preselezione professionale (docente Tutor), ha surrettiziamente realizzato nella scuola un pezzo della riforma del lavoro, scaricando su di essa gli oneri che spettano agli attori economici. La riforma europea ora completa l’opera convertendo la Scuola in direzione dei settori di punta del mercato globalista: come un comune ufficio di collocamento.
Riguardo poi alla volontà di “democratizzare” il capitale digitale attraverso forme di apprendimento che passino direttamente e completamente attraverso i nuovi strumenti, non sono pochi i pedagogisti e i sociologi che ci spiegano sui giornali come ciò sia indispensabile a quel processo di condivisione delle opportunità produttive dal quale dipenderebbe l’avvenire delle nostre istituzioni democratiche. La produzione e condivisione del codice – inteso come stringa informatica generatrice di opzioni digitali – rappresenterebbe l’alba di una società più giusta, capace di spianare le differenze economiche e sociali che travagliano la presente. A nessuno sembra fare problema la riduzione della totalità del possibile ai percorsi obbligati degli algoritmi. Oppure la proprietà privata e monopolistica degli stessi, che semplicemente si tace. Il fatto poi che esistono conoscenze che non si possono semplicemente estrudere attraverso le maglie informatiche dei nuovi dispositivi non viene tenuto in nessun conto dai corifei della pedagogia digitale per tutti e ovunque. Basterebbe già solo questo approccio totalizzante, che non fa differenze di sorta tra le varie tipologie di scuole o di materie, tra le loro finalità, a testimoniare l’impianto ideologico e tutt’altro che imparziale della riforma.
Del resto, la convinzione che le tecnologie siano neutre e che sia solo il loro uso a stabilirne valore e utilità, è già frutto di una mentalità deformata dal pensiero computazionale, educata cioè a rapportarsi al sapere soltanto in termini di quesiti tecnici risolvibili in semplici passaggi. Ma i problemi che danno significato alla vita non sono di questo genere! Sostituire in modo generalizzato l’apprendimento tecnologico ad ogni altro significa né più né meno che promuovere un modello di umanità robotica, formattabile e programmabile a piacimento. L’esatto contrario di quel concetto di “persona” centrale nella nostra Costituzione e consapevolmente coltivato dalla Scuola. E la cui eversione altrettanto consapevolmente, forse, vanno perseguendo i sedicenti “riformisti”.
Marco Bonsanto, insegnante di Storia e Filosofia
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