La rivolta dei rom e sinti: l’unica vittoria degli internati di Birkenau

È passata alla storia come “la rivolta degli zingari”: esattamente ottant'anni fa, il 16 maggio del 1944, circa 6.500 rom e sinti prigionieri a Birkenau riuscirono a disinnescare il piano previsto per il massacro finale dell’intero settore del campo. Nonostante i rivoltosi siano poi stati smistati in altri campi o uccisi nei mesi a seguire, questa storia di ribellione rimane incisa nella storia.

Chiara Nencioni

Auschwitz-Birkenau, 16 maggio del 1944: nello Zigeunerlager, “il campo degli zingari” aperto il 26 febbraio 1943, scoppia la rivolta, l’unica vittoriosa a Birkenau. Le SS quel giorno avevano intenzione di sterminare circa 5.000 uomini, donne e bambini, tra rom, sinti e manouche, per loro semplicemente “zingari”, vergognosi e incorreggibili ariani degenerati. C’era da fare spazio nel lager: stavano per arrivare gli ebrei ungheresi (Hitler aveva invaso l’Ungheria il 18 marzo 1944). Infatti il 15 maggio era partito il primo dei 147 treni che, fino al 9 luglio 1944, portano alle camere a gas oltre 434.000 ebrei deportati dal ghetto di Budapest.
Le condizioni di vita nello Ziguenerlager, l’unico settore del campo di sterminio di Birkenau dove le famiglie non erano state divise, sono pessime: tifo, vaiolo e dissenteria avevano già causato la morte di molti “zingari”. Alla fine di marzo, le SS avevano ucciso nelle camere a gas circa 1.700 rom, giunti pochi giorni prima dalla regione di Bialystock (Polonia nord-orientale). In tutto 20.982 persone erano già state lì rinchiuse e il 16 maggio gli amministratori del campo avevano deciso di liquidare tutti i reclusi dello Zigeunerlager.
Le guardie delle SS circondano quel settore per impedire fughe. Ma quando viene ordinato di uscire ordinatamente dalle baracche, i rom e i sinti oppongono un inaudito rifiuto. L’ufficiale in comando, Schwarzhuber, chiama a rapporto il Blockälteste che risponde: “Sono presenti 370 prigionieri!”. “Dobbiamo trasferirvi”, dichiara Schwarzhuber. Ma di nuovo nessuno si muove.
Erano stati avvertiti, come testimonia il deportato politico polacco Tadeusz Joachimowski incaricato di segnare su due libri gli ingressi di sinti e rom in quel luogo, dall’SS-Unterscharführer Georg Bonigut, che lavorava come Rapportführer nel campo Rom:
“Il 15 maggio 1944, Bonigut venne da me e mi disse che la situazione dello Zigeunerlager era grave. Era stato deciso di liquidarlo. Aveva ricevuto l’ordine dal Dipartimento Politico, trasmessogli dal Dr. Mengele, sulla liquidazione dello Zigeunerlager uccidendo con il gas tutti gli zingari che erano ancora vivi. All’epoca nel campo ce n’erano circa 6.500. Bonigut mi disse di informare gli zingari di cui avevo piena fiducia. Chiese di impedire loro di ‘lasciarsi macellare come pecore’. Disse anche che Lagersperre sarebbe stato il segnale di inizio dell’azione e che gli zingari non avrebbero dovuto lasciare le loro baracche. Bonigut stesso assistette alcuni zingari. Anch’io svolsi il compito affidatomi in segreto. Il giorno successivo [cioè il 16 maggio], verso le 19, sentii il suono di un gong che annunciava Lagersperre. Davanti allo Zigeunerlager arrivarono delle auto e ne uscì una scorta di circa 50-60 SS armate di mitra. Le SS circondarono le baracche abitate dagli zingari. Alcune SS entrarono nella baracca abitabile gridando ‘Los, los!’. Nelle baracche calò un silenzio totale. Gli zingari radunati lì – armati di coltelli, pale, ferro, piedi di porco e pietre – sono stati strappati al loro destino. Non lasciarono le baracche. Dopo una breve consultazione, si recarono alla Blockführerstube, il comandante dell’azione. Dopo qualche tempo sentii un fischio. Le SS che circondavano le baracche lasciarono i loro posti, salirono in macchina e partirono. La Lagersperre fu annullata. Il giorno dopo (17 maggio 1944), il Lagerführer Bonigut venne da me e mi disse: ‘Per ora, gli zingari sono salvi’”.
Veramente – racconta lo storico Luca Bravi – sinti e rom prigionieri nel settore BIIe si erano armati di sassi, ferri da calza, pezzi di legno acuminati, spilloni, cucchiai affilati, tubi di ferro, vanghe e altri attrezzi usati normalmente per il lavoro, per fronteggiare le SS.
Così ricostruiscono l’accaduto Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano in La rivolta degli zingari, Auschwitz 1944, Milano, Mursia, 2009: “A quel punto l’ufficiale perse la pazienza e mise mano al frustino. Cominciò a colpire a casaccio, mentre uno dei soldati afferrava per i capelli una ragazza, cercando di trascinarla fuori. Lei urlò e quel grido fu come uno squillo di tromba: improvvisamente i prigionieri insorsero, venendo a una vera e propria colluttazione con i soldati, che furono costretti ad arretrare. Si sentirono due colpi di fucile, e per un attimo fu il fuggi fuggi, ma i colpi erano stati sparati in aria. Schwarzhuber gridò agli zingari che, se non avessero obbedito immediatamente, le baracche sarebbero state date alle fiamme. Si sentirono altri spari isolati, poi una raffica di mitra. Ma i prigionieri non cedevano e anzi l’onda della rivolta, partita dal Block IIe, cominciava a estendersi in tutto il lager, coinvolgendo i settori degli ebrei e dei polacchi. Ovunque le baracche si illuminavano, ovunque si sentiva rumoreggiare: quella mostruosa città della morte, che contava oltre centomila abitanti, sembrava essere resuscitata ed era sull’orlo della rivolta. Schwarzhuber tentò di stroncare la ribellione sul nascere, e ordinò ai suoi di aprire il fuoco, ma la reazione degli zingari fu talmente violenta che le SS furono costrette a un ulteriore ripiegamento. Vedere i gagé (i non rom) indietreggiare, moltiplicò l’esaltazione dei prigionieri, che ora sembravano capaci di tutto […] I Tedeschi si riallinearono intorno alle baracche, ma senza sparare, temendo che, se anche avessero falciato la prima fila di attaccanti, gli altri avrebbero potuto impadronirsi di qualche arma automatica. Cosa sarebbe successo se, invece di una spranga, uno di quegli uomini avesse avuto fra le mani un mitra? […] Sentendo che la situazione gli era sfuggita di mano, Schwarzhuber afferrò il megafono e annunciò che il trasferimento era sospeso: tutti potevano rientrare nelle baracche”.
Cosa accadde quel giorno lo descrive anche il Kalendarium di Auschwitz-Birkenau, il “menabò” quotidiano degli avvenimenti nel campo di concentramento: “Verso le 19 nel campo BIIe è ordinata la Lagersperre. Davanti al campo arrivano alcuni autocarri da cui scendono SS armati con fucili mitragliatori. Il Comandante ordina agli zingari di abbandonare gli alloggi. Dato che sono stati preavvisati, gli zingari armati di coltelli, vanghe, leve di ferro e pietre, non lasciano le baracche. Sorpresi le SS […] dopo una consultazione […] lasciano il campo BIIe.”
Il massacro è sospeso. Ma non il progetto di “soluzione finale della piaga zingara”. Nei due mesi e mezzo successivi, circa 2.000 rom vengono trasferiti in altri lager: 82 uomini a Flossenburg, 144 donne a Ravensbrück, 1.408 altri prigionieri a Buchenwald. I 2.897 (questo il numero dei nomi pervenuti ma le stime attuali parlano di circa 4.000) rimasti – bambini, donne e vecchi – vengono liquidati il 2 agosto, quando dal forno crematorio n°5, che brucia in continuazione per tutta la notte, si levano fiamme di 8-10 metri.
Al momento dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, il 27 gennaio 1945, dei circa 4.000 Häftlingen rom presenti nel campo, ne è rimasto vivo solo uno.
Ma a noi piace ricordare che quelli Untermenschen, quelle donne, uomini, bambini di un’etnia tanto denigrata e invisa a torto ancora oggi, deperiti per la fame e il freddo, consumati dalle malattie, maltrattati dagli aguzzini, riuscirono a reagire, ribellarsi, alzare la testa per non arrendersi alla brutalità e alla morte.

 



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