La rivolta di verità delle donne italiane nei confronti delle istituzioni

Il racconto corale di cui sono state protagoniste migliaia di donne italiane sotto il profilo Instagram della Polizia di Stato, denunciando tutte le volte che si sono rivolte a loro e non sono state né ascoltate né protette è stata un'irruzione del Paese reale nel regno della propaganda. E nel Paese reale la verità è che l'autodeterminazione delle donne non è garantita dalle istituzioni, che di fatto proteggono i violenti. Ma una rivolta contro tutto questo, infine, sta erompendo.

Federica D'Alessio

Il profilo Instagram della Polizia di Stato è stato protagonista suo malgrado, nei giorni scorsi, di uno degli eventi più interessanti avvenuti sui social media da molti anni a questa parte. In un post era comparsa una card, come si chiama in gergo, che riprendeva le parole dell’ormai famosa poesia “Se domani non torno” di Cristina Torres Cáceres, in un’apparente slancio di solidarietà con Giulia Cecchettin e le donne vittime di violenza. Nell’arco di poche ore, una dopo l’altra, tante donne italiane si sono incaricate di fare gentilmente e fermamente presente che l’istituzione preposta alla sicurezza dei cittadini non può accontentarsi di un post di circostanza. E hanno cominciato a raccontare, in modo pacato, ma goccia dopo goccia, commento dopo commento, tutte le volte che le loro denunce sono state ignorate, derise, pregiudizialmente ritenute non credibili, respinte insomma alla mittente. Anche tanti uomini che avevano assistito a scene di violenza provando a denunciarle hanno raccontato la stessa indifferenza, o peggio ancora, la malizia. “Sono stata inseguita in macchina da uno sconosciuto che mi ha quasi speronato e mi ha urlato le peggio offese.Voi sì siete preoccupati di chiedermi perché alle 3 di notte tornassi a casa da sola in macchina da una festa e “non è che magari questo era alla festa e gli hai fatto credere chissà che?”, scrive una utente. “Non esiste l’abuso psicologico e per quello fisico non hai le prove”, riporta un’altra. “Quando chiamai mentre scappavo da un uomo che mi aveva prima importunata mentre aspettavo l’autobus, poi seguita durante quasi tutto il tragitto ed infine rincorsa, mi avete chiesto:
‘È ancora lì?’. Io che nel panico avevo corso come neanche una centometrista risposi che mi ero allontanata parecchio ma mi stava ancora dietro e voi: ‘Richiama se si avvicina’ attaccando senza dire altro”. “Dipende il contesto di uno schiaffo, anche io se mi trovo dai parenti di mia moglie e sono nervoso se scappa uno schiaffo a mia moglie, ci sta”.

È stata una piccola ma potente rivolta di verità da parte delle donne italiane, che è arrivata a oltre 5000 commenti, tanto che a un certo punto chi gestisce il profilo è andato evidentemente in difficoltà. Per qualche ora nella giornata del 23 novembre ha chiuso la possibilità di vedere e lasciare commenti, poi li ha riaperti; intanto, infatti, le denunce non si erano interrotte, si erano semplicemente spostate sotto il post successivo.

Per qualche ora insomma il cosiddetto “Paese reale” con i suoi abitanti e soprattutto le sue abitanti reali ha fatto irruzione in quello che è pensato per essere soprattutto uno spazio di propaganda istituzionale. E ci ha messo di fronte alla realtà, per l’appunto. Che è quella di un occultamento sistemico e sistematico della violenza contro le donne da parte, in primo luogo, delle istituzioni.
È questo che dà pienamente ragione a Elena Cecchettin quando parla di “femminicidio di Stato”. Giulia non doveva morire, poteva non morire, un uomo comune, un cittadino, aveva fatto la sua parte per proteggerla e salvarla, le istituzioni invece no. Non si sono neanche presentate lì dove un atto violento poteva sfociare in un assassinio come poi è stato. È la formazione che manca, o la volontà di agire? La violenza contro le donne è sempre violenza di Stato nella misura in cui lo Stato ne è strutturalmente complice, e gli uomini si sentono legittimati a esercitarla, se sanno che lo Stato in un modo o nell’altro è complice.
Non sono pene più aspre ciò che le donne chiedono, è giustizia. Giustizia vuol dire che un uomo violento deve essere messo in condizione di non nuocere a nessuno, ossia che le donne devono essere messe in condizione di non temerlo. E questo non succede. Arresti domiciliari con vittime a convivere nella stessa casa, sconti di pena generosissimi, attenuanti che invece dovrebbero essere aggravanti, scuse le più assurde per colpevolizzare le vittime delle violenze che subiscono, consentimento sistemico da parte dei Tribunali dei minori e di quelli civili far sì che i violenti ricattino le donne che li denunciano con la minaccia di portare via i figli e farli rinchiudere nelle case famiglia, come da anni sono impegnate a denunciare numerose reti di donne.

Quella che abbiamo visto nei giorni scorsi e in particolare nella giornata del 23 novembre nei confronti della polizia di Stato è stata una imponente, pacifica, ma durissima, rivoltà di verità delle donne contro un sistema istituzionale che non le protegge anzi protegge l’esercizio di un dominio ancora patriarcale nei loro confronti. Di fronte alla legge, i tutti non sono uguali alle tutte. Non è il forcaiolismo a interessarci ma la creazione di spazi di libertà per le donne che significano mettere molta, molta distanza fra le loro vite e quelle dei violenti, per consentire alle donne di esercitare la propria, piena, autodeterminazione. Ma senza alcun tema di essere scorrette, va detta un’altra cosa: se non è possibile una pari libertà per entrambi, perché gli uomini attentano a quella femminile e a quella infantile inseparabilmente, allora che siano loro a sacrificare la propria. Se non possiamo convivere pacificamente perché i loro attacchi non si fermano, che siano loro a finire nei recinti. È questo il problema che le donne si sono poste dalla notte dei tempi con gli uomini: come tenerne lontana la violenza, che è inseparabilmente come tenerli lontani dalle case, dai villaggi, dalle collettività affinché non le minaccino.

Non esiste una soluzione definitiva a questo problema, ma per trovarla, il modo migliore è certamente sapere che proprio perché la responsabilità degli atti di violenza compiuti è strettamente individuale – come tanti uomini insistono a sottolineare, spesso in modo capzioso, per spostare il discorso laddove si prova a parlare di responsabilità culturali e di complicità culturale –, allora diventa il minimo esigibile che questi individui responsabili di violenza si vedano fortemente limitati nella loro libertà, affinché non possano ripeterla. Migliaia di denunce non raccolte, anzi, fatte oggetto di scherno, derisione, noncuranza e rivittimizzazione dalle forze dell’ordine, un atteggiamento che è valso all’Italia persino un richiamo da parte del Consiglio d’Europa, significano una cosa ben precisa: migliaia, decine di migliaia – credibilmente e per tenerci bassi– di uomini violenti che hanno ricevuto un fattuale via libera dallo Stato. Che sono a piede libero, che in questo stesso momento stanno minacciando, o colpendo, le donne a loro vicine. Una donna è stata picchiata e accoltellata dal marito perché “ha risposto”, rimproverandolo di aver mancato di rispetto a Giulia Cecchettin, dopo un suo commento volgare e violento nei confronti della giovane. È stato il figlio a denunciarlo, e non era la prima volta. Noi donne siamo stanche di violenza e anche i nostri figli lo sono. Goccia a goccia, sta erompendo una rivolta di cui tutto il nostro Paese ha quanto mai bisogno, perché è una rivolta di democrazia.



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