Misoginia e stigma, quanto costa alle donne denunciare

La reazione di La Russa alle accuse di stupro nei confronti del figlio mostra quanto ancora pesi sulle donne lo stigma per il loro comportamento sessuale.

Cinzia Sciuto

Forse non tutti, certamente non i più giovani, ricordano che nel 1999 tra le varie motivazioni con cui la Cassazione annullò una sentenza di condanna per violenza sessuale di un uomo nei confronti di una ragazza di diciotto anni c’era anche la circostanza che lei indossasse dei jeans: “È un dato di comune esperienza”, scrissero testualmente i giudici, “che è quasi impossibile sfilare anche in parte i jeans di una persona senza la sua fattiva collaborazione, poiché trattasi di una operazione che è già assai difficoltosa per chi li indossa”. Naturalmente la sentenza era molto più articolata e non fu questo certamente l’unico elemento che convinse i giudici dell’innocenza dell’uomo. Eppure anche il solo fatto che a dei giudici sia venuto in mente di scrivere una frase del genere è evidentemente segnale di una convinzione e di una cultura diffusa. Una cultura che scarica interamente sulle donne e sul loro comportamento la responsabilità di proteggersi da molestie e violenze e che, con qualche variazione sul tema, è ancora ampiamente presente nella nostra società.

Oggi la nuova versione del “sì, ma chissà com’era vestita” è “sì, ma chissà di cosa era fatta”.
Esemplari in questo senso sono le parole del presidente del Senato Ignazio La Russa a proposito dell’accuso di stupro nei confronti del figlio. Nella nota diffusa subito dopo che la notizia era diventata pubblica la seconda carica dello Stato ha pensato bene di tranquillizzare l’opinione pubblica dicendo di aver a lungo “interrogato” il figlio, di essere sicuro che sia del tutto innocente e sottolineando infine che la ragazza, per sua stessa ammissione, fosse sotto l’effetto di droghe e dunque il suo racconto poco attendibile.

I dettagli del caso specifico sono oggetto di una indagine della magistratura a cui spetta il compito di stabilire cosa davvero sia accaduto, e da questo punto di vista la pubblicazione della chat della ragazza coinvolta con le sue amiche (elementi fondamentali per l’indagine) non fa un servizio al giornalismo, ma solo al voyerismo. Quello che invece è interessante dal punto di vista del dibattito pubblico è la reazione di questi padri (ricordiamo anche la scomposta reazione di Beppe Grillo a una analoga accusa nei confronti del figlio, tutt’oggi a processo) quando il pupillo è accusato da una donna: riflesso di difesa incondizionata (tipico del branco) e strategia di delegittimazione dell’accusatrice.

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Ma c’è di più. Un ulteriore elemento di interesse della già citata sentenza del 1999 è il seguente: i giudici si convinsero che la ragazza si fosse inventata lo stupro per la vergogna di dover ammettere di aver avuto un rapporto sessuale con un uomo ben più grande di lei. Non sappiamo se nel caso specifico i giudici ci avessero visto giusto, e non è questo quello che qui rileva. Quello che invece è interessante è notare che anche questo fa parte della medesima cultura misogina e patriarcale, che fa passare la dignità e il valore di una donna per il suo comportamento sessuale e che è profondamente introiettata dalle donne stesse, al punto che una ragazza può essere tentata di inventarsi di essere stata stuprata per paura dello stigma familiare e sociale che il suo comportamento sessuale potrebbe provocarle.
Uno stigma con cui ogni singola donna che denuncia una violenza deve, ancora oggi, fare i conti. E che è uno dei principali motivi per i quali spesso, alla fine, decide di non farlo.

 

 

CREDITI FOTO ANSA/FABIO FRUSTACI



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