Presunti stupri in attesa di giudizio: intanto possiamo condannare i padri?

Se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, le responsabilità genitoriali permangono per intero come indelebile carico dei primi. Ciò rende irricevibili le lacrime di coccodrillo delle loro dichiarazioni affrante e induce il realistico sospetto che le difese d’ufficio siano piuttosto la spudorata ricerca di un alibi.

Pierfranco Pellizzetti

Se c’è una cosa che mi irrita quasi quanto la difesa a prescindere dei presunti figli stupratori da parte dei loro padri, sono i distinguo rituali da acrobati con la rete di sotto, espressi in lunghe premesse pensose dal critico ispirato a valori civili e democratici, ma – al tempo stesso – non dimentico dell’opportuno cerchiobottismo; a cui preme esibire innanzi tutto la propria anima bella: la violenza verso le donne è brutta e cattiva, “ma però” siamo garantisti e pratichiamo oculatamente il principio del dubbio sulle accuse prima della sentenza in giudicato; la stuprata è la vittima, “ma però” il maschietto potrebbe risultare lui il diffamato. Impagabile l’apoteosi: il genitore dovrebbe astenersi dal difendere il rampollo e – dunque – insinuare dubbi sulla controparte soccombente, “ma però” comprendiamo lo sgomento di costui travolto dal dolore… Soprattutto quest’ultimo “ma però” risulta insopportabilmente peloso e ipocrita, visto che chi lo pronuncia è un opinionista – dunque un uomo di mondo – che tra sé e sé sa benissimo di che pasta siano fatti quei padri affranti; ne conosce la biografia. Specie in presenza di uomini pubblici di primo piano, come attualmente il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa e l’altro ieri Beppe Grillo. Ossia i costruttori dell’ambiente familiare in cui i loro figli sono vissuti, espressione dei valori e degli esempi che hanno trasmesso nelle loro vesti di educatori. Personaggi che definire maschilisti prevaricatori suona a tragico eufemismo, i quali hanno tirato su giovanottelli a loro immagine e somiglianza.

Insomma, ben più dei canonici tre indizi che costituiscono una prova. Ma non a carico di Leonardo Apache o di Ciro, ragazzotti che fanno i rapper di canzonacce inneggianti alla violenza di genere (“Sono tutto fatto, sono tutto matto, ma ti fotto pure senza storie”), o si scambiano sms – quali trofei machisticamente trionfalistici – con altri virgulti del branco (tipo l’esposizione dei propri membri virili appoggiati sul volto dormiente della presunta preda inerme); bensì contro i paparini affranti, rei di avere inculcato siffatta mentalità. Che poi è anche la loro. Quindi, se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, le responsabilità genitoriali permangono per intero come indelebile carico dei primi; che rende irricevibili le lacrime di coccodrillo delle loro dichiarazioni affrante e induce il realistico sospetto che le difese d’ufficio siano piuttosto la spudorata ricerca di un alibi. Non per il difeso ma per lo stesso difensore. La sua chilometrica coda di paglia. Sicché il suo eventuale sdegno ostentato per comportamenti comunque vessatori del femminile è soltanto una plateale espressione di insincerità al puro scopo di salvare la faccia.
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Ma ce lo ricordiamo chi è davvero papà La Russa? Il capo dei paninari nella San Babila degli anni Settanta, uno dei picchiatori militanti nella Destra missina di Giorgio Almirante. Un dichiarato fascista – tra l’altro – cresciuto nel culto del maschio dominante, che relega la donna o a riproduttrice domestica oppure a semplice “riposo del guerriero”. Dunque un oggetto di piacere, condannato – in alternativa – al ruolo servile. Una non-persona degna del massimo disprezzo per cui, nel caso che coinvolge Leonardo Apache, il padre – seconda carica dello Stato – può insinuare in un primo momento (poi qualcuno l’ha fatto ragionare, invitandolo a maggiore prudenza) che la ragazza in questione risultava indegna di considerazione in quanto si era fatta una striscia di cocaina. Verrebbe da dire “da che pulpito viene la predica”, se pensiamo a recenti vicende di cronaca che hanno riguardato esponenti del ceto politico italiano. Del resto era proprio Benito Mussolini – dei cui busti il presidente del Senato è un conclamato collezionista – a teorizzare il principio “amare le donne, amare la velocità, amare le donne in velocità!” (non si sa con quale soddisfazione dell’eventuale partner a fronte di questa apologia dell’eiaculazione precoce). D’altro canto anche l’augusto genitore di Ciro Grillo non sembra lontano da tale paccottiglia ideale. Fin dalla giovane età, quando ricordo costui e suo fratello (quello vicino al Fuan, l’organizzazione degli universitari missini) nel paesino di Savignone, abituale villeggiatura genovese oltre Appennino della buona borghesia, scartati come infrequentabili perché li si diceva soliti registrare sospiri intimi di fanciulle accalappiate, da riascoltare tra risatacce e colpi di gomito con la propria combriccola.
Insomma, benissimo non emettere giudizi preventivi su episodi controversi. Mentre a non risultare controversi sono certi ambienti e certe persone, che andrebbero marginalizzate. E stigmatizzati i disastri che hanno prodotto su menti influenzabili: i loro figli. Tipi da non collocare sulle supreme poltrone della Repubblica o lasciati liberi di impancarsi a “elevati”, prendendo in giro i boccaloni che ancora ci credono.

IMMAGINE DI COPERTINA: FACEBOOK/IGNAZIO LA RUSSA. Ignazio La Russa con il figlio Leonardo in una foto scattata al cimitero dei caduti repubblichini di Salò e tratta dal profilo Facebook del presidente del Senato.



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