La satira di Charlie Hebdo fa imbestialire i mullah

Il giornale satirico francese, nell’anniversario della strage che ne massacrò la redazione, pubblica un numero speciale a sostegno della rivoluzione contro la Repubblica islamica. E Teheran minaccia reazioni durissime.

Cinzia Sciuto

Otto anni dopo che la redazione di Charlie Hebdo è stata massacrata da terroristi islamici per aver osato pubblicare vignette su Maometto, il giornale satirico francese torna a far imbestialire i fondamentalisti islamici con un numero speciale dedicato alla rivoluzione in corso in Iran. Non si dica però che non hanno imparato la lezione. Stavolta, infatti, a essere ritratto non è il profeta ma la Guida Suprema della Repubblica islamica Ali Khamenei: «Il leader supremo, a differenza di Maometto, non è un profeta, quindi possiamo disegnarlo quanto vogliamo», ha spiegato il direttore di Charlie Hebdo, Riss. Eppure non è bastato: Teheran ha già minacciato reazioni durissime e convocato l’ambasciatore francese.

Da quel 7 gennaio 2015 nel quale furono uccise 12 persone, fra cui l’allora direttore del giornale Charb e diversi fra vignettisti e giornalisti, la redazione di Charlie Hebdo è stata trasferita in un luogo segreto e i redattori sono sotto protezione. Ho avuto il grande piacere di conoscere personalmente Gérard Biard, caporedattore della rivista che il giorno della strage era in ferie, ospite alla scorsa edizione delle Giornate della laicità: un uomo tanto mite quanto saldo nelle sue convinzioni, che per non rinunciare alla libertà di parola e di espressione, ha dovuto rinunciare alla libertà di movimento, dovendosi sempre spostare con la scorta. Le minacce continuano infatti a piovere sulla testa dei superstiti della strage perché le condanne dei fondamentalisti islamici non vanno in prescrizione. Lo sa bene Salman Rushdie, colpito da una fatwa nel 1989, che ha perso un occhio nell’attentato di cui è stato vittima solo pochi mesi fa, compiuto da un fanatico proprio per dare seguito a quella lontana, ma ai suoi occhi ancora validissima, condanna.

Nel suo intervento a Reggio Emilia (che abbiamo pubblicato in due parti su MicroMega+, qui la prima e qui la seconda) Biard spiegava con grande lucidità perché tutta questa violenza, al contrario del refrain che a ogni attacco islamista tocca sentire, ossia che “non ha a che fare con l’islam” (ancora di recente la ministra degli esteri tedesca Baerbock ha usato un’affermazione del genere a commento della feroce repressione del regime iraniano contro le proteste seguite alla morte di Masha Amini), ha invece molto a che fare con la religione: «Nessuna religione è per definizione “di pace” o “di guerra”. (…) Fondamentalismo, oscurantismo e fanatismo non sono disfunzioni, sono consustanziali al “fatto religioso”. Quando scende su un terreno politico, lo stato normale di una religione è il totalitarismo, e i suoi strumenti preferiti sono la brutalità, se non la barbarie. L’islam non fa eccezione alla regola: affermare che le atrocità commesse dall’Isis o un attacco islamista non hanno nulla a che fare con l’islam è sciocco e impreciso come affermare che l’Inquisizione o il massacro del giorno di San Bartolomeo non avevano nulla a che fare con il cattolicesimo».

Non è in questione cosa “davvero” dica l’islam o il cristianesimo (o il buddismo o… o… o…) né la fede individuale di ciascun credente, ma il fatto che ogni volta che la religione pretende di occupare lo spazio pubblico diventa per sua natura violenta. Di qui la necessità di una radicale laicità, ossia che la religione rimanga relegata alla sfera della fede personale: «Non possiamo far entrare Dio nel campo politico perché è un tiranno intoccabile», ammoniva ancora Biard. «Un dittatore prima o poi muore, una giunta prima o poi sarà deposta. È molto complicato invece destituire Dio».

Foto: collage dei disegni e della copertina del numero N° 1589 del 4 gennaio 2023 di Charlie Hebdo



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Cinzia Sciuto

Sono almeno tre le questioni sollevate dal caso dell’anarchico al 41 bis che meritano di essere tenute distinte.

Le reazioni di Giuseppe Cimarosa, parente del boss e figlio di un collaboratore di giustizia, all’arresto del latitante.

L’arresto del boss mafioso significa la liberazione di una terra da un giogo soffocante.

Altri articoli di Contrappunto

Sono almeno tre le questioni sollevate dal caso dell’anarchico al 41 bis che meritano di essere tenute distinte.

L’arresto del boss mafioso significa la liberazione di una terra da un giogo soffocante.

Mentre il Paese va a rotoli, il governo Meloni vara una manovra che aumenta le diseguaglianze fra ricchi e poveri.