La scienza e l’impegno

Scienza, politica, opinione pubblica: sono i fulcri attorno a cui ruota il dialogo, inedito in italiano, tra Harry Kreisler e Richard C. Lewontin, tra i più importanti biologi e genetisti degli ultimi decenni, scomparso lo scorso luglio.

Harry Kreisler / Richard C. Lewontin

In un ampio dialogo, inedito in italiano, contenuto nell’Almanacco di scienza di MicroMega di recente uscita, Richard C. Lewontin – tra i massimi biologi e genetisti degli ultimi decenni, scomparso lo scorso luglio – sottolinea tra le altre cose una delle contraddizioni che caratterizza una società democratica in un mondo avanzato tecnologicamente, vale a dire che per prendere decisioni politiche razionali è necessario avere conoscenze altamente complesse, accessibili solo a un numero molto ristretto di persone. Ne pubblichiamo un estratto.

[…]. Kreisler: Qual è la soluzione ad alcuni dei problemi che poni nei tuoi scritti? In particolare alla questione del rapporto tra scienza e pubblico?

Lewontin: È un problema molto serio e non ho una risposta. Ma sicuramente il modo in cui la scienza è raccontata sulla stampa, alla radio, alla televisione è parte di questo problema. Non perché
i giornalisti scientifici siano stupidi o ignoranti, ma per la natura del mezzo. Conosco molti giornalisti scientifici. Ho lavorato per tanti anni con il programma Knight Science Journalism del Massachusetts Institute of Technology, che offre la possibilità a giornalisti scientifici di passare un periodo al MIT interagendo con gli scienziati. Sono rimasto molto impressionato dal loro livello di
preparazione. Il problema è che, al momento di scrivere un articolo per il New York Times o di parlare cinque minuti alla radio o in televisione, si trovano in competizione con altre persone che vogliono la stessa visibilità e se non raccontano la notizia in maniera abbastanza drammatica non ottengono quei cinque minuti. Non puoi conquistare uno spazio piuttosto ampio se scrivi un articolo
che dice: «Beh, la questione è molto complicata. Non sappiamo esattamente cosa sta succedendo, stiamo cercando di capirlo eccetera». Nessun direttore di testata ti concederà quello spazio. Con il
risultato che molto di ciò che viene scritto per il pubblico è confuso perché è troppo drammatizzato. «Uno scienziato oggi ha scoperto un gene che forse un giorno ci darà informazioni che potrebbero condurci a una cura». È sempre “forse”, “un giorno”, “potrebbe”. Ma questo scivola sotto il tappeto. La cosa importante è l’annuncio in pompa magna. E certamente una parte di ciò che appare
sui mezzi di comunicazione circa i frutti della scienza viene dalle conferenze organizzate dagli uffici stampa delle università, università che stanno col fato sul collo dei docenti, foraggiati per fare
qualcosa che possa essere annunciato alla stampa. C’è quindi una forte pressione sociale sugli scienziati affinché facciano dichiarazioni eccessive e ci sono forti pressioni su coloro che riportano la scienza al pubblico affinché esagerino e semplifichino. Io sono sempre favorevole alle semplificazioni. Se una cosa può essere semplificata, semplifichiamola. Ma costoro la semplificano al punto da renderla falsa. Ed è questo il problema.

Kreisler: Oppure semplificano per andare incontro agli interessi di particolari gruppi o compagnie.

Lewontin: Non penso sia questo il problema principale. La questione più seria è andare sempre più lontano con metafore e semplificazioni non accurate solo per riuscire a portarle al grande pubblico. Non penso che la maggior parte dei giornalisti scientifici sia strumento di interessi commerciali, consapevole o inconsapevole. Ci saranno pure ma non è il problema più grande. Leggo la sezione scientifica del New York Times una volta a settimana, il Science Times, e non capisco cosa i giornalisti stanno cercando di dirmi. E sono uno scienziato. E non solo un biologo ma anche uno statistico. Ho studiato fisica. Non sono un esperto di fisica nucleare certamente, ma ho conoscenze scientifiche su uno spettro piuttosto ampio. Eppure cerco di capire cosa vogliono dire e non ci riesco mai.

Kreisler: E perché secondo te?

Lewontin: Perché non hanno lo sviluppo logico che io mi aspetto. A porta a B, B porta a C. No! «È stato scoperto A e questo significa D»! E io non riesco a capire il legame tra queste cose. […].

Kreisler: E qual è il tuo consiglio al pubblico? Perché mi posso immaginare le persone ascoltare ciò che dici e chiedersi: «Se non capisce lui quel che c’è scritto sul New York Times come posso farlo io?».  Il pubblico come può informarsi circa le questioni che riguardano la scienza e le politiche scientifiche?

Lewontin: Hai tirato fuori uno dei problemi sociali più complicati al mondo. E voglio piazzarlo in un contesto più ampio prima di tornare alla questione specifica che poni. Perché non conosco la risposta alla tua domanda specifica. I padri fondatori della nostra Repubblica essenzialmente dicevano che non si può avere una società democratica se non si ha un elettorato istruito. Come possono le persone prendere decisioni democratiche su cosa deve essere fatto se non hanno una qualche istruzione? Per questo abbiamo un sistema di istruzione pubblico. Ciò che i nostri padri fondatori non avrebbero mai potuto immaginare è il tipo di conoscenze che bisogna avere oggi per prendere decisioni informate. Pensiamo al progetto Star Wars[1]. Io non so abbastanza di fisica e ingegneria per capire se avrebbe funzionato o no. Devo fidarmi di ciò che mi dicono gli altri. Devo fidarmi di ciò che mi dice Steven Weinberg[2]. Questo è un problema molto serio. Sono uno scienziato e ciononostante devo fidarmi di ciò che mi dicono gli altri. Quindi il problema per l’opinione pubblica, in generale, è che per prendere decisioni democratiche deve avere un’opinione sulle conoscenze dell’élite, su conoscenze che sono possedute solo da poche persone. È molto difficile capire cosa fare a riguardo. È una delle contraddizioni che caratterizza una società democratica in un mondo molto avanzato tecnologicamente: per prendere decisioni politiche razionali devi avere conoscenze che sono accessibili solo a un numero molto ristretto di persone. La prima regola, credo, è che in caso di disaccordo tra persone che si presuppone siano ugualmente esperte la cosa migliore è proseguire con i piedi di piombo. Se sono tutti d’accordo, allora non c’è scelta, bisogna fare ciò che dicono. Non vedo cos’altro si potrebbe fare. Ma se c’è disaccordo allora bisogna ascoltare attentamente i termini del dibattito e cercare di capire chi dice cosa da dove viene e perché. È ciò che ha demolito il progetto Star Wars. Beh, non so cosa lo abbia demolito esattamente ma questo è ciò che ha fatto dubitare l’opinione pubblica. […].*

 

(testo tradotto dall’inglese e curato da Ingrid Colanicchia)

* Il testo qui presentato è la trascrizione del dialogo tra Harry Kreisler e Richard C. Lewontin svoltosi nell’ambito del programma “Conversations with History” il 19 novembre 2003.

[L’estratto qui pubblicato corrisponde al 15% del testo integrale pubblicato in MicroMega 6/2021, acquistabile su shop.micromega.net o nelle librerie]

[1] Si tratta dello Strategic Defense Initiative, un programma di difesa strategica degli Stati Uniti proposto da Reagan nel 1983, più conosciuto con il nome di «scudo spaziale» o con quello di «guerre stellari» («Star Wars»), dal titolo di un
film di successo prodotto in quegli anni.

[2] Fisico statunitense, premio Nobel nel 1979.



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