La scuola in trappola tra voti e test a crocette

La scuola ha detto addio alla formazione sociale dello studente. Tutto l'insegnamento verte sulla preparazione per il mercato del lavoro. Coltivare l’intelligenza dello studente in tutte le sue forme non serve più.

Giovanni Carbone

Dagli scienziati del Ragnar Frisch Centre for Economic Research, in Norvegia, giunge voce – ormai da cinque o sei anni, in realtà – che lo slancio dell’Effetto Flynn, quello della crescita vertiginosa, sin dagli inizi del ‘900, del Q.I. mondiale, pronto ad incontrarsi con l’infinito, avrebbe raggiunto il suo picco già negli anni ’70, per poi iniziare un lento, inesorabile declino.
È vero che vi sono studi persino precedenti a quelli di Flynn, che ci raccontano dell’inadeguatezza del Q.I. poiché questo sarebbe in grado di misurare, e pure in modo assai poco efficace, (presuppone elementi culturali precisi di partenza, con approcci estremamente astratti, appannaggio esclusivo di certi ambiti sociali e non legati a castighi genetici) solo talune intelligenze. Per intenderci, rileverebbe al più quella linguistica e quella logico-matematica. Ed invece, la teoria delle intelligenze multiple ne evidenzia almeno altre cinque: l’intelligenza spaziale, l’intelligenza interpersonale o sociale, l’intelligenza introspettiva, l’intelligenza cinestetica o procedurale, l’intelligenza musicale. Per taluni il ventaglio delle intelligenze è addirittura assai più cospicuo. Dunque, la consapevolezza dell’esistenza di approcci più complessi, in qualche modo, dovrebbe ridimensionare la portata degli studi norvegesi, rendendoli meno drammatici. E questo a primo acchito. Ma non me ne sono fatto così persuaso, giacché, accanto ad altre evidenze, paiono dimostrarsi qualcosa di più che una semplice ipotesi, la banale lettura di statistiche opinabili. Nel confrontarmi con la natura dura e cruda, ancorché asettica, dei dati, mi sovviene la ricerca più di casa nostra, ma sublime nella sua accezione più pura, condotta dal mai abbastanza compianto Tullio De Mauro, circa il progressivo impoverimento del linguaggio nei giovani. Nel 1976, De Mauro condusse uno studio sui vocaboli normalmente in uso degli studenti dei ginnasi italiani: erano, allora, circa 1600. Vent’anni dopo, nel 1996, si produsse in una nuova rilevazione da cui emerse che erano crollati a 6 o 700. E oggi? Mi sovviene impietosa certezza che potrebbero essere ancora meno. Mettendo insieme le due cose, anche per perfetta sovrapposizione temporale, e senza scomodare Wittgenstein o Heidegger, mi pare evidente che la capacità di produrre un pensiero complesso dipenda in buona parte dal linguaggio che lo sostiene, dunque dalla sua natura articolata. Meno il linguaggio è ricco, meno efficace sarà la sua capacità di rappresentare la complessità.
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In definitiva, ammettendo l’esistenza di “molte” intelligenze, ognuna di queste è funzione del linguaggio con cui viene elaborata e può esprimersi. Il linguaggio complesso libera la creatività, produce ricerca di bellezza oltre i confini predefiniti del prêt-à-porter, di fatto sviluppa le intelligenze. Viceversa, il suo impoverimento produce la delega ad altri del pensare. Si configurerebbe così una condizione in cui l’intelligenza non scompare in assoluto, ma si distribuirebbe in modo ineguale, diventando appannaggio di elité che alimentano la decadenza del pensiero articolato, sostenendo l’impoverimento del linguaggio in funzione di una sorta di monopolio che le porrebbe ai vertici indiscussi della piramide evolutiva. Agli altri, appollaiati sui gradini più bassi del monumento, non rimarrebbe che qualche frase sbiascicata, elaborata più con le viscere che con la ragione. E questo sino ad una sorta di brontolio primordiale, a fonemi monosillabici e scomposti, con cui s’invoca il vertice divino perché soddisfi bisogni essenziali nemmeno del tutto consapevoli. Ammetto – seppure il mio è osservatorio ristretto, di realtà piccole e statisticamente irrilevanti – che, nel mio lavoro d’insegnante, della cosa mi pare d’essermi avveduto.

A partire dai libri di testo, ormai più ricchi di schemi semplificativi, mappe concettuali, immagini e patinature, piuttosto che di contenuti. E la scuola diviene valutatoio a crocette, prima ancora che luogo di formazione sociale, di esplorazione appassionata dei saperi per disvelare talenti, dunque, per liberare intelligenze. E chi insegna non è più tenuto ad insegnare bene, piuttosto obbligato a progettare, pianificare, relazionare ogni colpo di tosse, compilare tabelle in modo impeccabile, crocettare anche lui. Con l’obiettivo finale d’una pagellina, per ora limitata agli studenti, poi, per osmosi ideologica, trasferita ai docenti. Non ci ho mai creduto, ma mi rattrista che se prima ero in abbondante compagnia, in un rovescio d’AlliGalli, ora siamo in quattro, sparuti come i capelli che ho in testa.
Pure, per desiderio divergente, non so se avete notato – me lo evidenziava un amico che di musica se ne intende – come le lunghe suite in voga negli anni ’60 e ’70, complesse e musicalmente articolate, con liriche estese e poetiche, siano state sostituite da canzoni brevissime di due o tre minuti al massimo, con quattro frasi ripetute allo sfinimento. Pare passato un millennio pieno da quando sul retro delle copertine dei King Crimson si leggeva «Pete Sinfield, words and inspiration». Nei totalitarismi si bruciavano i libri, taluni si mettevano al bando, si impediva la scuola aperta e per tutti, si proclamava l’ordine rassicurante nemico d’orrende complessità, si invocava la sintesi, la logica del fare, dell’orario da rispettare, della disciplina, della buona condotta. Insomma, s’ingrossavano le fila dei trogloditi alla base della piramide, persino si rendevano felici con qualche vittima sacrificale, uno zingaro, un omosessuale, un nero o un ebreo, all’uopo un comunista. E così, con la vista oscurata dalla trave nell’occhio, non ci s’avvede che Zenone chiede la carità sotto un portico scrostato, nemmeno gli tocca il reddito di cittadinanza. Pure, nell’oggi, non è più necessario mettere su le arene per il sangue dei reziari, né v’è necessità di falò di libri, arti e bellezza; basta proclamarne l’inutilità – non apertamente che si rischia la critica sommessa – sotto traccia. indurre in camera caritatis qualche intellettuale supponente, mentre ai campi di sterminio s’avvia ogni ipotesi di congiuntivo.
E se invece avesse avuto ragione Lamarck? Se quella cosa secondo cui le specie tenderebbero a preservare se stesse per volontà innata? Come le giraffe che si sarebbero allungate il collo per i germogli più teneri e dolci delle fronde più alte, e le gru le zampe per non sciuparsi il bel piumaggio? Se in funzione della conservazione della specie avessimo partorito la volontà di un bel repulisti di autosterminio di massa, relegando il cervello ad organo vestigiale per la gestione delle funzioni vegetative, sostituendolo per quelle più elevate con un più adeguato social?

Poiché faccio il prof (l’essore che ne conseguiva un tempo è morto per ignavia) da parecchi lustri, mi verrebbe da dire la mia. Ma m’astengo, la farei lunga. Comunque, tra ragazzini che passano otto ore al giorno a sputtanarsi sui social, genitori che – raffinatissimi pedagogisti – ti spiegano strategie didattiche avanzatissime, una scuola che arretra a malattia esantematica, che “deve formare” al lavoro, burocrati che a fronte di quell’unico orizzonte noto del bollo ceralaccato a protocollo, ti scartabellano tre circolari al giorno per riempir mille mila moduli, ancora crocette e stipendi ch’arretrano, vuote celebrazioni, colleghi che s’impiccano ai voti, speranza l’è morta. Di questo si parla, in tanti, giornalisti, psicologi, economisti, venditori di bibite e commercialisti. Manca qualcuno all’appello? Gli insegnanti mi pare, chiamati in causa se s’assentano troppo o se si fanno bersaglio di piombini. Gli altri, la stragrande maggioranza, i più dei più, meglio non parlino, non si sa mai gli scappasse detta qualche verità sullo stato di salute del malato terminale. E non sarà certo panacea di tutti i mali se un tal giorno a far ministro d’istruzione sarà un maestro elementare di lungo corso (il Maestro Manzi non c’è più, ma non si sa mai), una prof di lettere che s’è ripresa l’essoressa espropriata (non proletariamente), ma almeno sarà discontinuità.

Poi, proprio per far un po’ di cagnara, vi riporto uno stralcetto d’una cosarella interessante:
“Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscolo-scheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica… Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche. (…) il cervello agisce come un muscolo, si sviluppa in base all’uso che se ne fa e l’uso di dispositivi digitali (social e videogiochi), così come la scrittura su tastiera elettronica invece della scrittura a mano, non sollecita il cervello. Il muscolo, dunque, si atrofizza.
Detto in termini tecnici, si riduce la neuroplasticità, ovvero lo sviluppo di aree cerebrali responsabili di singole funzioni. Analogo effetto si registra nei bambini cui è stata limitata la «fisicità». Nei primi anni di vita, infatti, la conoscenza di sé e del mondo passa attraverso tutti e cinque i sensi:
sollecitare prevalentemente la vista, sottoutilizzando gli altri quattro sensi, impedisce lo sviluppo armonico e completo della conoscenza. È quel che accade nei bambini che trascorrono troppo tempo davanti allo schermo di un iPad o simili. Per quest’insieme di ragioni, non è esagerato dire che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni, fenomeno destinato a connotare la classe dirigente di domani.”

Ora, se avete letto sino a qui, penserete che questo sia un estratto di un lungo delirio di una setta complottista di ispirazione neoluddista. Mi dispiace, ma si tratta del Documento approvato dalla settima Commissione Permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) del Senato della Repubblica nella seduta del 9 giugno 2021. C’è in giro in rete, per chi ne vuole leggere il testo completo, tre paginette dense. Insomma, le stesse Istituzioni che nelle linee guida del PNRR per la scuola, grande spazio hanno dato alla digitalizzazione degli insegnamenti (la contraddizione è in seno al popolo). Ma io sono solo un insegnante, mica ho diritto di tribuna su queste cose, nemmeno ha senso che ne parli, cosa posso saperne? Se rinasco dirigente d’una squadra di calcio, titolare d’una linea di fast food, però, magari m’esprimo con cognizione di causa sulle nuove frontiere educative.

Foto Canva/Getty Images | taseffski



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