La sepoltura dei feti e la criminalizzazione delle donne che abortiscono

La vicenda dei feti abortiti sepolti sotto una croce col nome delle madri evidenzia l’impostazione ipocritamente ideologica e compromissoria della legge 194 che parla di vita umana “dal suo inizio”.

Anna Pompili

Ispirato dall’incontro con Orban, il papa buono alza la voce e torna a dire che l’aborto è un omicidio, che è come affittare un sicario. Si rifà all’embriologia e ai libri di medicina e con la violenza misogina di un linguaggio improprio, che usa la parola “bambino” al posto di “embrione” o “feto”, cerca di dare corpo a quel senso di colpa che – lui ne è certo – accompagnerà per sempre la vita delle donne assassine.

Lo fa all’indomani della prima udienza dell’azione popolare ispirata dalla denuncia di due donne, contro l’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata, la ASL Roma1 e l’AMA, l’azienda municipalizzata che gestisce per conto del comune di Roma i servizi cimiteriali. Secondo le promotrici dell’azione popolare, AO San Giovanni Addolorata, ASL Roma1 e AMA sarebbero responsabili di una grave violazione del diritto alla riservatezza, per aver consentito l’apposizione di croci recanti il nome delle donne interessate, nel luogo del seppellimento di feti abortiti volontariamente.

La sepoltura di feti ed embrioni è disciplinata nel nostro Paese dal Regolamento di Polizia Mortuaria, in vigore dal 1990. L’art. 7 del regolamento stabilisce che il seppellimento è sempre possibile, indipendentemente dall’epoca gestazionale, se quelli che vengono definiti “genitori” lo richiedono e se ne fanno carico. La richiesta deve essere presentata entro 24 ore dall’aborto, trascorse le quali i “genitori” perdono ogni diritto, e l’eventualità della sepoltura dipende dall’epoca gestazionale: dopo la ventottesima settimana si procede sempre alla sepoltura, mentre tra la ventesima e la ventottesima settimana il trasporto e la sepoltura sono subordinati al rilascio di permessi da parte dell’Azienda Sanitaria Locale. Prima della ventesima settimana, invece, i prodotti abortivi vengono trattati e smaltiti come rifiuti speciali ospedalieri, a meno che specifici regolamenti regionali non dispongano il seppellimento anche prima delle venti settimane.

Se nelle 24 ore successive all’aborto “i parenti o chi per essi” non hanno espresso la volontà di occuparsi del seppellimento, saranno i servizi cimiteriali del comune a farsene carico; a Roma, per disposizione di AMA, le sepolture sono contrassegnate da croci bianche, simboli religiosi imposti arbitrariamente, che la stessa AMA ha giustificato in quanto “simboli tradizionalmente in uso”.

Quando non viene presentata richiesta specifica di seppellimento, entrano in scena le associazioni, tutte di ispirazione confessionale, con le quali Ospedali, ASL, Comuni e servizi cimiteriali hanno stipulato specifiche convenzioni. Le associazioni si occupano a proprie spese della sepoltura, imponendo però il rito religioso, oltre all’apposizione di una croce per ogni sepoltura; molti comuni, sulla base di questi accordi, hanno messo a disposizione, all’interno dei cimiteri, delle aree dedicate alla sepoltura dei “bambini mai nati”. A Roma, nel cimitero Laurentino, c’è il “giardino degli angeli”; quando lo inaugurò nel 2012, la vicesindaca Sveva Belviso specificò che non era contro le donne che abortiscono volontariamente, ma voleva “dare una risposta alle richieste di coloro che nel seppellire il loro figlio mai nato intendono restituire valore a quel feto che altrimenti verrebbe violato, perché considerato rifiuto ospedaliero”. Ma le richieste cui faceva cenno Belviso nel 2012, nel caso delle promotrici dell’azione popolare e di moltissime altre donne che hanno abortito volontariamente e che hanno scoperto i loro nomi con la data dell’aborto sulle croci, non ci sono mai state.

L’“Armata Bianca di Maria” è stata tra le prime associazioni a occuparsi di sepoltura dei feti: nata nel 1973 per la “cura spirituale dei bambini”, dopo l’approvazione della legge sull’aborto ha aggiunto tra le sue finalità la “lotta per la difesa della Vita”, con il “seppellimento dei bimbi vittime dell’aborto”. Oggi, tra le associazioni più attive in questo campo spicca “Difendere la vita con Maria”; nata a Novara nel 1998 l’associazione ha stipulato, secondo quanto riferisce don Maurizio Gagliardini che ne è presidente, una sessantina di convenzioni con ospedali e ASL, grazie alle quali ha dato sepoltura “a più di 200.000 bambini non nati”, con il progetto, però, di essere “testimonial e locomotiva” per innumerevoli iniziative analoghe, “in particolare nel mezzogiorno”.

Le Associazioni, chiamate in causa, difendono la legittimità del loro operato: Luciano Eusebi, ordinario di diritto canonico all’Università cattolica di Milano, la sostiene citando addirittura l’articolo 1 della legge 194, che recita: “lo stato tutela la vita umana dal suo inizio”. Viene minimizzata, invece, la grave illegittimità dell’apposizione del nome delle donne sulle sepolture, che configura una inaccettabile violazione del diritto alla riservatezza, di cui si sta occupando anche il garante della privacy; ma il diritto alla privacy, in questi casi, si paga: se la donna esprime la volontà di occuparsi personalmente dello smaltimento, deve infatti anche sostenerne i costi elevati, comprensivi del trasporto con carro funebre.

I prodotti abortivi vengono trattati come persone defunte, bambini “non nati”, sottintendendo, nel caso dell’aborto volontario, che si tratta di bambini che le madri non hanno voluto far nascere. In quei “giardini degli angeli” che si moltiplicano in Italia, con le loro croci e i nomi delle donne assassine, riecheggia la voce suadente del papa, a ricordare la colpa, a intimare il pentimento.

È il nodo non sciolto della legge 194, della sua impostazione ipocritamente ideologica e compromissoria, che parla di vita umana “dal suo inizio”, aprendo la strada a chi afferma che l’aborto mette in contrapposizione due persone, e che di fatto costituisce un omicidio. L’aborto per la legge resta di fatto un reato, ed è permesso solo nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità costituiscano un pericolo per la vita o la salute della donna. Niente a che vedere con l’autodeterminazione, la libertà, la dignità, evocate sempre come un monotono mantra quando si parla di legge 194. Certamente di esse si parlerà nelle aule del tribunale che dovrà discutere dell’azione popolare, ma è tempo di ridare loro significato, nella società civile, tra le donne. Ed è tempo che esse trovino, finalmente, uno spazio reale nella nostra legge sull’aborto.



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