«La Sicilia come laboratorio: borghesia, mafia e manganelli»

L'aggressione del corteo pacifico in manifestazione contro la mafia da parte della polizia a Palermo getta l'ennesima ombra sullo stato di salute della nostra democrazia.

Manfredo Gennaro

Le cariche della polizia contro cittadini, studenti, esponenti delle associazioni e della società civile che lo scorso 23 maggio a Palermo sfilavano in maniera del tutto pacifica per ricordare, non solo retoricamente, la strage di Capaci al grido di “Fuori la mafia dallo Stato!” segnano una nuova pagina di rottura dell’ethos democratico, in perfetta sinergia con il tentativo portato al governo neoexpost guidato da Giorgia Meloni di liquidare la Costituzione nata dalla Resistenza come fondamento della nostro ordinamento e della nostra vita civile, portando a perfetto compimento il ventennio berlusconiano.
A sfilare a Palermo erano due cortei, entrambi autorizzati dalla Questura da tempo: il primo della Fondazione Falcone, che ha organizzato la cerimonia ufficiale in via Notarbartolo cui sono intervenute le “autorità”, il secondo di sindacati, associazioni e cittadini: ad essere caricato sarà il secondo.
Non è possibile liquidare ciò che è accaduto come un semplice episodio di “cattiva gestione dell’ordine pubblico”. Lo confermano anche le dichiarazioni dell’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, oggi senatore, che ha constatato che “non era mai successo che la polizia caricasse dei ragazzi, degli studenti, che volevano arrivare fino all’albero di Falcone, per evitare che potessero essere disturbate autorità che parlavano sul palco come il Sindaca Lagalla che è stato eletto con i voti di Dell’Utri”[1].

Il 23 maggio è la ricorrenza civile in cui, laicamente, i cittadini italiani che hanno a cuore i principi democratici e quelli, assolutamente inscindibili dai primi, della lotta alla mafia, ricordano la strage di Capaci. Una memoria che, ovviamente, può essere coniugata anche secondo le diverse sensibilità politiche e culturali, ma che è il tentativo di dare ancora un senso collettivo, oggi, a quei tragici eventi.
In questo caso, oltre alla Costituzione, ciò che forse appariva intollerabile è la memoria che in quanto assunta coerentemente non riguarda solo il passato ma la nostra identità attuale. Figure come Chinnici, Falcone e Borsellino rappresentano infatti uno Stato credibile, in grado di mettere in pratica il principio della Legge uguale per tutti, senza riguardo per mafie, servizi più o meno deviati, esponenti della borghesia mafiosa e altri potenti.
Quest’anno era un anniversario particolare, in quanto la Sicilia è in piena restaurazione, con una classe politica, perfettamente incarnata dal presidente della Regione Renato Schifani e dal Sindaco di Palermo Renato Lagalla, che non intende prendere in modo netto le distanze dal ritorno, anche formale, sulla scena pubblica di personaggi condannati in passato per gravissimi reati come Salvatore Cuffaro, condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra o Marcello Dell’Utri, condannato con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Recentemente la Corte di Cassazione, con motivazioni che ancora non sono note, ha confermato l’assoluzione per tutti gli imputati non appartenenti a Cosa Nostra nel processo Stato-mafia. Lo scorso 21 maggio il generale Mario Mori, intervistato da Giuseppe Selvaggiulo per “La Stampa”, ha affermato: «Rifarei la trattativa con Ciancimino»[2].
Inoltre, Giorgia Meloni ha imposto alla Presidenza della Commissione Antimafia appena insediatasi Chiara Colosimo, esponente di Fratelli d’Italia di cui “Report” ha rivelato i rapporti con Luigi Ciavardini e il mondo dell’estrema destra.
Alla faccia delle litanie sulla “sconfitta della mafia”, il problema è che, nonostante il sacrificio di troppi eroi civili, la mafia non è affatto finita, ma resta una componente fondamentale dell’establishment e si è semplicemente trasformata in un più complesso e completo sistema criminale, in grado di esercitare un fortissimo potere economico e di coinvolgere nel suo sistema di potere ampi strati della società, dal mondo delle professioni a quello dell’imprenditoria, mentre negli ultimi anni si sta di fatto tentando di smantellare gran parte della legislazione antimafia, dall’ergastolo ostativo al 41 bis, alle norme su sequestri e confische previste in seguito alla Legge “Rognoni-La Torre”.

La centralità della borghesia nel fenomeno mafioso, d’altro canto, non è affatto una novità. È ampiamente noto che già l’inchiesta di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino su “La Sicilia nel 1876”, pubblicata più di un secolo e mezzo fa, sottolineasse la stretta sinergia tra violenza mafiosa e borghesia, i cui esponenti venivano definiti, non a caso, i facinorosi della classe media”: «[…] E quella medesima classe abbiente – scrivevano Franchetti e Sannino – che mostra una pazienza così mansueta di fronte ad un’accozzaglia di malfattori volgari, che riconosce in loro una forza da rispettarsi, e un interesse da tenersi in conto nelle relazioni sociali, si compone in parte della gente in Europa più gelosa  dei privilegi e della potenza che dà, in Sicilia, ancora più che altrove, il nome e la ricchezza; più appassionatamente ambiziosa di prepotere; più impaziente delle ingiurie; più aspra nelle gare di potere, d’influenza ed anche di guadagno; più implacabile negli odi, più feroce nelle vendette, così di fronte ai suoi pari come di fronte a quei facinorosi, che sembrano padroni assoluti di tutto e di tutti nella provincia»[3].

Proprio questo ha mostrato di non accettare gran parte della società civile in piazza lo scorso 23 maggio, che esprimeva in maniera civilissima il proprio dissenso. Uno dei metri di valutazione dello stato di salute di una democrazia, notoriamente, non è il consenso ma lo spazio che viene concesso al dissenso. Pertini parlava di “libero fischio in libera piazza”.
Ma ciò, evidentemente, deve essere suonato come provocazione intollerabile al nuovo potere siciliano.
Lo stesso paradosso che abbiamo potuto constare recentemente anche in altre occasioni: cittadini che esamplarmente, nonostante tutto, manifestano per i valori della democrazia e della Costituzione, contro la mafia, caricati, picchiati e messi alla berlina; impunità d’establishment e tentativo di occupare, anche militarmente, tutti gli spazi pubblici.
Docenti, studenti, madri spintonati e buttati a terra. È significativo che “un poliziotto vicino alla pensione” impegnato nella gestione dell’ordine pubblico, abbia confidato imbarazzato: «Non doveva andare così, loro non se lo meritano»[4].
L’auspicio è che l’intimidazione stavolta non abbia effetto e che l’ennesima mascalzonata di regime per tacitare la lucida indignazione mostrata da una parte della cittadinanza palermitana non sia che l’inizio di una riscossa civile per dare un senso anche a quel sangue e a quei tragici eventi, che oggi sappiamo non essere state innanzitutto stragi di mafia ma parte di un più complesso disegno eversivo che continua a condizionare anche il nostro presente.

[1] «Commemorazione Falcone, bloccato il corteo degli studenti. La questura: “Non deve disturbare la cerimonia”» di Alessia Candito, la Repubblica, 23/05/2023

[2] «Il generale Mori: “Rifarei la trattativa con Ciancimino”», intervista di G. Selvaggiulo, La Stampa, 21/05/2023

[3] «Caratteri della classe dominante» in L. Franchetti, La Sicilia nel 1876, Edizioni di Storia e Studi Sociali, 2013, p. 30

[4] «Palermo, i due volti dell’antimafia nel giorno di Falcone» di Alessia Candito e Francesco Patanè, la Repubblica, 24/05/2023

 



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