La sinistra italiana e l’Ucraina

Nella sinistra italiana c’è una maggioranza che in nome di una superiore esigenza di pace sarebbe pronta a sacrificare il destino dell’Ucraina. Questa maggioranza ama rappresentarsi come un pugno di coraggiosi pacifisti in lotta contro l’interpretazione filo-occidentale, guerrafondaia, imperialista. La visione degli Stati attorno al confine occidentale della Russia come preda inerte delle mire occidentali è tuttavia una plateale falsificazione della realtà. Oggi negare le armi all’Ucraina significa lasciare che una gelida Pace Russa si distenda su quella terra infelice.

Francesco 'Pancho' Pardi

Secondo Panebianco, che scrive lunedì 4 marzo sul Corriere, nell’opinione pubblica italiana sulla questione ucraina c’è una maggioranza favorevole alla Russia, pronta schierarsi accanto a Putin, in caso di sua vittoria, incurante delle conseguenze che questa potrebbe avere sul futuro del continente. Penso si debba ammettere che anche nella sinistra italiana c’è una maggioranza che in nome di una superiore esigenza di pace sarebbe pronta a sacrificare il destino dell’Ucraina.  Questa maggioranza ama rappresentarsi come un pugno di coraggiosi pacifisti in lotta contro l’interpretazione filo-occidentale, guerrafondaia, imperialista. Per loro non c’è la guerra russa all’Ucraina, c’è invece “la guerra americana ed europea in Ucraina”, di cui l’invasione è una sgradevole conseguenza. Il più sfacciato stravolgimento delle parti: l’aggressore non farebbe che difendersi, l’aggredito in realtà fa parte dello schieramento aggressore.
Punto di partenza: la guerra provocata. Secondo la vulgata la Russia non si sarebbe nemmeno sognata di invadere l’Ucraina se l’occidente non l’avesse, prima ipocritamente poi con sempre maggiore evidenza, cinta d’assedio e, con l’avanzamento verso oriente della Nato, messa in pericolo nella sua stessa esistenza.
Ora, la visione degli Stati attorno al confine occidentale della Russia come preda inerte delle mire occidentali è plateale falsificazione della realtà. All’origine del falso sta il mancato riconoscimento del crollo dell’URSS e della sua specifica natura. Nemmeno il sostenitore più convinto dell’URSS può sostenere che il crollo è avvenuto per macchinazione diretta o indiretta del mondo occidentale. Al massimo si può rilevare l’efficacia di papa Woityla in Polonia. L’URSS è collassata sotto il peso dei suoi limiti demografici, economici, sociali e infine anche politici. Il suo sistema si è inceppato per cause endogene e queste hanno prodotto la sua rapida fine. Ma nella sinistra italiana si ha difficoltà ad ammettere questa evidenza. Il crollo è indubitabile vi sia stato ma la Russia continua ad essere vista con l’indulgenza riservata alla patria del socialismo. E con una certa indifferenza verso l’avvenuta sostituzione del socialismo con un capitalismo oligarchico e gangsteristico, sorretto dalla gerarchia del KGB (perfino il patriarca Kirill proviene dalle sue file). Così anche le conseguenze del crollo sono considerate dal punto di vista della Russia. Piero Bevilacqua lo dice apertamente: “mettiamoci nei panni della Russia”. E in armonia con questo criterio riconosce in Putin “il più grande statista vivente”.
Che dire? Venuto a mancare il potere coercitivo che teneva insieme le Repubbliche Socialiste è accaduto l’inevitabile. Nel momento stesso in cui la Russia cessava di essere sovietica e, con Eltsin (El’cin), si affacciava in modo caotico a nuovi rapporti con l‘occidente (e perfino a una illusoria mimesi democratica), che cosa avrebbero dovuto fare gli Stati che fino a quel momento avevano svolto il ruolo di cuscinetto protettivo della Russia? Avrebbero dovuto continuare nel ruolo precedente di soggezione ancillare? Aspettare che una benevola decisione del Kremlino disponesse del loro destino? Avrebbero dovuto attendere fiduciosi l’instaurazione di un nuovo potere russo in mezzo a un’economia spappolata, allo smarrimento di tutti i ceti amministrativi rimasti sbandati, all’arrembaggio oligarchico sulla privatizzazione dei beni dello stato? E pur vedendo tutto il pasticcio incombente restare vincolati a subire la ricostituzione di un altro futuro ruolo subalterno? Così sembrano pensare i difensori della Russia.
Ma era evidente che le repubbliche post-socialiste non vedevano l’ora di andarsene: E se ne sono andate. E non torneranno mai più. Che poi la Nato abbia preso le sue iniziative in merito nessuno lo nega ma ciò è più una conseguenza che una causa del processo di separazione delle repubbliche dalla Russia. Avviata la separazione ognuna delle repubbliche aveva l’interesse a instaurare rapporti con l’alleanza occidentale ma questi non sono che il sigillo finale dell’avventura. I pacifisti della sinistra si chiedano: l’Ucraina avrebbe dovuto preferire allo sguardo verso l’occidente la condizione subalterna di nuova Bielorussia? Acconciarsi a subire il governo fantoccio di un proprio Lukašėnka? Quali attrattive poteva trovare in un destino simile? Che vantaggio avrebbe ricavato a sottomettersi a un regime dittatoriale? (Dittatoriale: come chiamare altrimenti i 23 anni di imperio putiniano? 5 anni in più dell’interminabile gerontocrazia brezneviana)
Vista alla rovescia la situazione, si può ammettere che il crollo dell’URSS sia stato un autentico dramma per la Russia, ma un dramma di cui portava le principali responsabilità, maggiori senza dubbio al confronto con quelle degli Stati satelliti. Certo, passare di colpo da un quadro geopolitico in cui l’autorità della Russia era indiscutibile negli Stati limitrofi: Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Ungheria, Moldavia; poco meno che indiscutibile su Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria e DDR; intaccata solo nella Polonia trasformata da Solidarność; passare da tutto questo alla privazione quasi totale degli Stati satelliti (eccetto la sola Bielorussia) deve aver generato nella Russia l’angoscia del fianco scoperto. Ma l’angoscia russa non li fa tornare indietro. Se mai l’aveva avuta in precedenza, la legittimità del dominio russo è di colpo venuta meno. Gli Stati satelliti non ci sono e non ci saranno più. La Russia poteva farsene una ragione.
È proprio quello che la Russia non ha fatto. Dopo i primissimi anni di incerto rodaggio Putin ha imboccato la strada della guerra. Ha inventato il terrorismo ceceno per giustificare l’invasione della Cecenia e la messa a ferro e fuoco delle sue città. Ha fatto la guerra lampo in Georgia. Ha intimidito il Kazakistan, ha annesso la Crimea, ha fomentato l’irredentismo russofono del Donbass. Ha abituato la Russia a una nuova atmosfera di guerra. Ha cementato su questa base un consenso al restauro della sua natura imperiale. E se in Ucraina cresceva l’insofferenza verso il dominio russo allora la disobbedienza veniva spiegata con l’ingerenza della Nato. Se un presidente di osservanza putiniana, Janukovyč, agli ucraini appariva sempre meno sopportabile e se ne liberavano con i moti di piazza Maidan, per la Russia ciò appariva come un colpo di Stato. Abituata a un regime dove la permanenza al potere si misura in decenni, la sostituzione tramite elezioni del governo si presentava come un intollerabile arbitrio spiegabile solo con l’intervento insinuante della Nato.
Dunque l’invasione. Provocata. Provocata che vuol dire? Che la reale responsabilità delle distruzioni, delle stragi e dell’esodo in seguito all’invasione sono a carico non degli invasori ma dell’occidente e del paese invaso. Ora ci viene raccontato che la Russia era pronta a fare la pace: dopo Bucha, mentre scatenava la guerra e minacciava l’escalation nucleare! Certo, la pace alle sue condizioni. Questo si voleva, per la Pace, nella maggioranza della sinistra italiana: che l’Ucraina si arrendesse subito. E se l’occidente aiutava la resistenza ucraina era in quell’aiuto che si radicava la guerra. Ed ecco la parola d’ordine subito praticata: Niente armi a Kiev! Ma quando nessuno è in grado di togliere le armi a Mosca quella parola d’ordine ha un solo significato: la Russia faccia dell’Ucraina ciò che vuole.  Negare le armi all’Ucraina significa lasciare che una gelida Pace Russa si distenda su quella terra infelice.
La questione delle armi ha un altro risvolto. Si rimprovera all’occidente guerrafondaio di aver inondato di armi l’Ucraina per spingerla nella guerra per procura contro la Russia. In realtà non le ha dato che il minimo per difendersi. Ha dato poco, col contagocce e sempre in ritardo sulle necessità. Con quel poco gli ucraini hanno fatto miracoli ma la penuria di mezzi attuale (mancano perfino i proiettili) è la prova che smonta alla radice la teoria della guerra provocata e dell’occidente guerrafondaio. Altro si può rimproverare all’occidente: ha illuso l’Ucraina con l’avaro sostegno alla sua difesa, ma non ha mantenuto la promessa e ora la lascia in balia di un’offensiva e di un futuro più che temibili. L’occidente si è svelato ipocrita e vile. Ma se ipocrisia e viltà verranno sostituite dall’esplicito isolazionismo trumpiano, l’Europa dovrà affrontare il problema cui è sfuggita finora: come difendersi senza l’aiuto americano? Basterà un’amichevole intesa con la Pace Russa?



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