La sinistra latinoamericana di fronte al conflitto russo-ucraino

La necessità di dare un giudizio sulla guerra che ormai da quasi un anno e mezzo devasta l'Ucraina ha scombussolato in pieno anche la sinistra dell’America Latina, una sinistra che, al contrario di quella del nostro continente, non è isolata e costretta all’angolo, ma che nel Ventunesimo secolo ha anche riportato numerosi successi, con governi progressisti (o presunti tali) insediatisi al potere in numerosi e importanti Paesi.

Fabrizio Burattini

L’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte delle truppe russe ha investito come un ciclone la disastrata sinistra europea. Di come abbia risposto la sinistra del nostro continente di fronte all’iniziativa putininana MicroMega ha ampiamente reso conto.
Ma la necessità di dare un giudizio sulla guerra che ormai da quasi un anno e mezzo devasta l’Ucraina ha scombussolato in pieno anche la sinistra dell’America Latina, una sinistra che, al contrario di quella del nostro continente, non è isolata e costretta all’angolo, ma che nel Ventunesimo secolo ha anche riportato numerosi successi, con governi progressisti (o presunti tali) insediatisi al potere in numerosi e importanti Paesi: oltre a Cuba, naturalmente, in Venezuela, Brasile, Argentina, Nicaragua, Honduras, Messico, Colombia, Cile.

Hanno fatto molto clamore a questo proposito le dichiarazioni del presidente cileno Gabriel Boric all’assembla plenaria del terzo vertice CELAC-UE 2023, che ha riunito a metà luglio a Bruxelles i capi di stato e di governo dei Paesi dell’America Latina e dell’Unione europea.
Nel suo intervento, dopo aver stigmatizzato le “intollerabili situazioni che si verificano oggi in Nicaragua o in Venezuela (dunque sotto governi anch’essi ritenuti di sinistra), il giovane presidente cileno ha fatto riferimento alla guerra in Ucraina affermando che sarebbe importante che dall’America Latina si dica chiaramente che quanto sta accadendo in Ucraina è una guerra di aggressione imperiale, inaccettabile, in cui viene violato il diritto internazionale”. E ha aggiunto: “Oggi è l’Ucraina, ma domani potrebbe essere chiunque di noi. In questo, l’importante è il rispetto del diritto internazionale e qui il diritto internazionale è stato chiaramente violato, non dalle due parti, ma da parte dell’invasore, che è la Russia”.
La posizione assunta da Boric sul conflitto russo-ucraino non è una novità. Il presidente cileno, già al momento dell’inizio dell’invasione, il 24 febbraio 2022, aveva condannato l’aggressione all’Ucraina da parte della Federazione Russa, twittando: La Russia ha scelto la guerra come metodo per risolvere conflitti. Dal Cile condanniamo l’invasione dell’Ucraina, la violazione della sua sovranità e l’uso illegittimo della forza. La nostra solidarietà andrà alle vittime e i nostri umili sforzi saranno per la pace”.


Quel tweet di 17mesi fa era costato a Boric la condanna da parte di un settore della sinistra latinoamericana, caratterizzato da un antiamericanismo programmatico, per cui ogni forza che si oppone agli USA e alla loro strategia di penetrazione nel mondo e, in particolare, nel subcontinente, si trasforma di per sé in una lodevole forza antimperialista.
Questa parte, probabilmente maggioritaria, della sinistra latinoamericana ha sposato in pieno le tesi di Putin, giustificando la guerra come un’operazione per “ottenere la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina” (citiamo dalla “lettera aperta a Boric” dell’aprile 2022 firmata da alcune associazioni politiche cilene di sinistra).
Boric, non dimentichiamolo, è il presidente di un Paese che ha conosciuto sulla propria pelle (e sul sangue di migliaia di vittime) l’efferatezza dell’imperialismo nordamericano che proprio 50 anni fa, nel settembre 1973, non ha esitato a tramare e poi ad appoggiare la sanguinaria dittatura di Pinochet. Ma Boric non per questo nell’analizzare quanto accade in Ucraina si confonde nell’individuazione delle responsabilità.
Al contrario, in un altro tweet, sempre del febbraio 2022, l’ex presidente boliviano Evo Morales ha scritto a proposito della guerra russo-ucraina: “Chiediamo una mobilitazione internazionale per fermare l’espansionismo interventista della NATO e degli Stati Uniti. L’umanità chiede la pacificazione, la conflagrazione non è la soluzione. Le armi e l’egemonia imperialista mettono a rischio la pace mondiale”.

Quindi occorrerebbe, come facciamo con la sinistra europea, cominciare, anche per la sinistra latinoamericana, a distinguere le “varie sinistre”, ben sapendo che non si ha a che fare con un insieme omogeneo. Che c’è una sinistra latinoamericana autoritaria, abbarbicata a miti e a visioni fuori del tempo e una sinistra democratica.
E l’invasione delle truppe russe in Ucraina è servita a mettere ulteriormente in luce queste differenze di fondo, che toccano le concezioni del potere, ma anche i posizionamenti geopolitici.
Dunque, anche nel Sud America e nei Caraibi, il mondo progressista è diviso, anche se nelle votazioni all’Assemblea generale delle Nazioni unite nessun paese latinoamericano (salvo il Nicaragua) ha votato contro la condanna dell’aggressione russa e solo alcuni paesi, come Bolivia, Salvador e Cuba si sono astenuti (il Venezuela è escluso dal diritto di voto in Assemblea perché non in regola con i pagamenti alle Nazioni Unite).

 

Analogamente, un anno fa il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU aveva votato a grande maggioranza l’apertura di un’inchiesta sui crimini russi in Ucraina, con nessun voto latinoamericano contrario e le sole astensioni di Bolivia, Cuba e Venezuela.
D’altra parte, in America Latina la posizione “campista filo putiniana”, pur essendo diffusa in partiti e partitini di sinistra, risulta difficile da sostenere di fronte ad un’opinione pubblica riluttante ad accettare una lettura “complottista” che attribuisce all’Ucraina la responsabilità di una guerra di cui è essa stessa vittima. Quella lettura che ribalta la realtà può funzionare finché si è una setta relativamente piccola, abituata a parlare solo ai propri proseliti, ma si inceppa quando si dirigono partiti con un’influenza di massa o, addirittura, si gestisce il governo di un paese e si deve amministrare un largo consenso.

Questa contraddizione tra la propria lettura e la gestione di un consenso di massa è stata affrontata con imbarazzo e con improvvisi zig zag.
Il Gruppo di Puebla, lo spazio di concertazione e articolazione politica che riunisce quasi tutti i principali leader del progressismo latinoamericano, il 24 febbraio dello scorso anno aveva reagito con un comunicato “pavloviano” che si appellava “alle parti coinvolte, Russia, Stati Uniti e Unione Europea (evidentemente dimenticando l’Ucraina, considerata solamente un oggetto nelle mani di altri), affinché mantengano la pace e la sicurezza, abbandonando la strada dell’intervento militare e delle sanzioni economiche unilaterali contro la Russia come strumenti di pressione per forzare una soluzione asimmetrica del conflitto con un alto costo di vita per i cittadini coinvolti”.

Ma solo due giorni dopo, il 26 febbraio, lo stesso Gruppo ha dovuto correggere il tiro, “condannando l’uso unilaterale della forza e le gravi conseguenze umanitarie degli attacchi della Federazione Russa” e chiedendo “il rispetto del diritto internazionale e la ricerca di una soluzione pacifica attraverso il dialogo e la diplomazia”.
Che cosa sia accaduto nelle 48 ore di distanza tra il primo comunicato e il secondo nessuno può dirlo, ma è probabile che la prima lettura ad un riflesso condizionato anti-USA non sia riuscita a parlare alle opinioni pubbliche dei numerosi paesi che la sinistra latinoamericana governa e abbia richiesto la concertazione di un messaggio meno schierato.
Altrettanto si dica del Forum di São Paulo, che riunisce anch’esso vari partiti di sinistra e di estrema sinistra del subcontinente latino-americano e dei Caraibi (con la presenza, tanto per limitarsi ai leader fin qui citati, sia del boliviano Movimiento al Socialismo di Evo Morales sia di buona parte della sinistra cilena che ha unitariamente sostenuto la candidatura presidenziale di Gabriel Boric). Nella sua recente riunione di inizio luglio nella capitale brasiliana ha prodotto una “dichiarazione finale” in 29 punti che, molto abilmente, aggira i nodi più ardui che riguardano la questione ucraina, su cui ci si limita ad esprimere “il sostegno a tutte le iniziative in corso che cercano una soluzione politica e diplomatica al conflitto”.

Naturalmente, ad influenzare le diverse prese di posizione non ci sono solo le diverse visioni politiche, ma anche potenti interessi economici. Non sorprende, anche se non può valere come giustificazione, che paesi colpiti da dure sanzioni statunitensi, come Cuba, Nicaragua e Venezuela, con una sorta di “riflesso difensivo”, vogliano mantenere relazioni con la Russia, o, al massimo adeguarsi alla posizione ambigua e “cerchiobottista” della Cina.
Né sorprende che il Brasile, sia quello del governo di estrema destra di Bolsonaro, sia quello attuale di Lula, voglia preservare le relazioni economiche con la Federazione russa dalle cui esportazioni di fertilizzanti dipende la quasi totalità dell’agricoltura. E non sorprende che per ragioni analoghe (l’interscambio commerciale tra America del Sud e Russia ammonta a circa 10 miliardi di dollari) nessuno dei paesi latinoamericani (Cile e Bolivia compresi) abbia aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia.
Ma Gabriel Boric, nonostante tutte queste contraddizioni, e anche nonostante il terribile peso storico dell’ingerenza nordamericana sul suo paese, si è meritoriamente schierato con chiarezza nella vicenda russo-ucraina, dimostrando che si possono condannare le azioni di Putin senza essere di destra né filoamericani.

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CREDITI FOTO Facebook | Foro de São Paulo: San Paolo – Il presidente Lula parla durante un evento politico per commemorare il 15° anniversario del Forum di San Paolo, nel 2005. Foto Ricardo Stuckert/PR



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