La società disintegrata

Un saggio di Alessandro Carrera (“Anatomia degli Stati Uniti. Diario di un amore difficile”) ci aiuta a capire meglio come il trumpismo sia nato sulle macerie del neoliberismo e del suo “la società non esiste”.

Nicola Melloni

La società non esiste. Leggendo l’interessante libro di Alessando Carrera (“Anatomia degli Stati Uniti. Diario di un amore difficile”, Luca Sossella editore, 2021), la prima cosa che viene in mente è la lapidaria frase di Margaret Thatcher secondo cui esistono solo individui e non gruppi sociali. Il “diario americano” di Carrera è una raccolta di articoli scritti durante la presidenza Trump, molti dei quali durante il lungo anno di Covid che ha anticipato le elezioni di Novembre 2020. L’immagine che ne esce è per molti versi agghiacciante.

Carrera si concentra su quelle fasce di popolazione più devianti: cospirazionisti, negazionisti, razzisti. Individui in realtà provenienti da diverse categorie sociali che in comune hanno il totale disinteresse per gli obblighi impliciti dell’appartenenza, appunto, alla società. Ci sono solo diritti individuali, tra cui il diritto (!) di ammalarsi, di morire, e di contagiare il proprio prossimo, perché non si può porre alcun limite all’usufrutto della propria libertà.

Per chi conosce l’America, una tale posizione non può sorprendere: la decennale opposizione alla creazione di un servizio sanitario nazionale si basa su una ideologia in cui la libertà di scelta (di morire) sovrasta uno dei più elementari human rights – una sanità accessibile a tutti. È anzi l’emblema di una società disfunzionale in cui l’organismo collettivo per eccellenza, il governo, non ha alcun obbligo verso i propri cittadini, se non quello di garantirne la sicurezza – ed anche in quel caso solo entro certi limiti se pensiamo alla proliferazione di milizie private e volontarie e l’altro “diritto fondamentale” quello all’autodifesa, modellato in realtà sul Far West, la società anarchica per eccellenza, regno della giustizia privata. Non a caso ad inizio Covid, mentre il resto del mondo era in fila per la carta igienica, in USA i beni più ricercati erano pistole e munizioni.

È il trionfo dell’individualismo in cui la massimizzazione della propria utilità, il godimento, come lo chiama Carrera, non ha limiti, neanche quelli classici della libertà (di non morire) altrui. Come dicevo, un insieme di individui non legati da alcun legame sociale. Illuminante in tal senso è il legame tra una ideologia economica basata sul rifiuto della collettività e sull’adorazione di un Dio pagano, il denaro, e l’imporsi di una religione, quella della Seconda Chiesa Battista (con tanto di pastori-superstar con milioni di follower, e di dollari) che, nelle parole dell’autore, propaganda un “…Dio personale, Dio no problem, che la pensa come me, agisce come me, e soprattutto vota come me”.

È dunque in questa ottica che possiamo leggere gli articoli racchiusi nel libro che ci aiutano a capire meglio una America, che è in parte sempre esistita ma che ha raramente trovato spazio sulla carta stampata. La vittoria di Trump che ha lasciato sbigottita l’opinione pubblica internazionale non è un evento astorico, fortuito, quanto piuttosto il frutto di un disagio sociale di lungo periodo. Mentre fiumi e fiumi di inchiostro sono stati spesi per parlare delle fake news, dei social media e dei bot russi, Carrera ribalta parzialmente il discorso: il problema non è solo la manipolazione ma, ci dice l’autore, la volontà di essere ingannati. Più dei fatti è importante una narrativa che dia una giustificazione politica ai comportamenti individuali.

È interessante come l’autore sottolinei che le ragioni di questo malessere siano da cercare in atteggiamenti culturali, derivanti però dal disagio economico che attanaglia, in maniera diversa tanto la working class che la middle class. Nel primo caso si vive in una situazione di totale disperazione, di esistenze bruciate senza alcuna prospettiva di miglioramento, in cui le elezioni non influenzano una qualità di vita misera, ed in cui non esiste alcuna prospettiva di riscatto sociale, nemmeno individuale. Nel secondo, l’atteggiamento prevalente viene sintetizzato da Carrera dal fascisteggiante motto “me ne fotto”: della pandemia, del cambiamento climatico, dei poveri, dei diritti, di tutto ciò che non tocchi da vicino la mia ricchezza, il mio stile di vita – quel famoso American Way of Life per proteggere il quale in passato si sono giustificati guerre, massacri e più in generale qualsiasi azione del governo americano. Ora lo stato di “pirata” che gli USA hanno praticato nell’arena internazionale si trasla nella sfera privata di qualsiasi cittadino.

Carrera fornisce un agile affresco della sua esperienza diretta e delle sue impressioni di quel che gli accade intorno. Non è un trattato di sociologia o di politica economica, ma non manca di toccare temi tecnici: dal gerrymandering usato da entrambi i partiti per regolare e depotenziare la volontà popolare; alle nomine partisan e vitalizie alla Corte Suprema sempre a rischio di aumentare il distacco tra cittadini e governo. Il Partito Repubblicano è il “bersaglio” preferito dell’autore che ci ricorda come molti degli aspetti più deteriori del Trumpismo abbiano una lunga storia: dalla Southern Strategy di Nixon che strizzava l’occhio ai segregazionisti, alla campagna anti-Stato di Reagan fino alle menzogne di Bush. I democratici sono visti come timidi e tendenzialmente ipocriti, sempre pronti a scendere a patti col diavolo. Carrera vive in Texas e ci parla dunque di quel pezzo di paese – non si avventura quasi mai in disquisizioni generali e non ci sono pretese di tesi omnicomprensive. Lo sguardo è acuto e quasi rabbiosamente parziale, come si addice alle impressioni personali ma comunque ragionate.

Tanto che si può dire che le preoccupazioni di Carrera sono le preoccupazioni anche di Biden. Il piglio radicale del nuovo Presidente, più nelle parole che nei fatti per ora, è indirizzato proprio ad arginare il collasso sociale in atto. Dopo decenni si abbandona la mistica della società di mercato, per rimettere, almeno in parte, la collettività all’interno, se non al centro, del discorso politico. Si parla finalmente di responsabilità delle imprese, e del governo, verso la società. Si parla, addirittura, dell’importanza del sindacato e della ricostruzione post-Covid partendo dal basso e non con il solito mantra del trickle-down. Non si tratta di posizioni radicali ma semplicemente della presa di coscienza che il trumpismo nasce sulle macerie del neoliberismo e del suo “la società non esiste”.



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