La storia della scuola è storia di emancipazione sociale

“Storia della scuola italiana” è una garbata ricostruzione di alcuni aspetti cruciali del nostro sistema formativo che lascia emergere in più punti il principale esito delle politiche formative nella storia moderna e contemporanea, a prescindere dalle intenzioni dei governanti, e tale esito consiste nell’emancipazione sociale.

Carlo Scognamiglio

Esattamente cento anni fa nel Regno d’Italia una successione di provvedimenti normativi, sintetizzati con la denominazione Riforma Gentile (1923), riordinavano la politica scolastica nazionale, dando corpo a quella che Benito Mussolini (non proprio congruamente) definì come “la più fascista” delle riforme. In quell’orgogliosa rivendicazione si nascondeva una profonda consapevolezza dell’indissolubile legame tra la scolarizzazione delle masse, la dialettica politica e le trasformazioni sociali. Una complessità, questa, che è sempre bene esplorare e che possiamo ritrovare ogni volta che proviamo a ricostruire la storia delle istituzioni educative: un’abitudine fondamentale per capire l’oggi, al di là delle facili polemiche di circostanza, scatenate più dalle emozioni che dal pensiero critico.
Proprio quest’anno l’editore Scholé ha reso disponibile un bel manuale di Storia della scuola italiana, curato da Fulvio De Giorgi, Angelo Gaudio e Fabio Pruneri. La garbata ricostruzione di alcuni aspetti cruciali del nostro sistema formativo lascia emergere in più punti il principale esito delle politiche formative nella storia moderna e contemporanea, a prescindere dalle intenzioni dei governanti, e tale esito consiste nell’emancipazione sociale.
Particolarmente bello e approfondito è il saggio di Vincenzo Schirripa (L’istruzione normale e magistrale), che accuratamente ricostruisce alcuni passaggi cruciali della transizione delle scuole dell’antico regime alla piena modernità. Interessante la rievocazione della precedenza dell’insegnamento della lettura rispetto a quello della scrittura, anche in virtù della scomodità dello strumento di lavoro, in parte superata con l’invenzione del pennino metallico. Poi però, ricorda Schirripa, “la penna sfera arrivò a scuola a cose quasi fatte, nel secondo dopoguerra, non senza recriminazioni per la sua troppo ‘diseducativa’ facilità d’uso” (p. 206). Impossibile non aprire una piccola riflessione – ponderata – su quanto accade oggi con l’introduzione di talune innovazioni didattiche e strumentali. L’esempio più classico sono i dispositivi digitali e i software didattici. Per molto tempo gli studenti sono stati abituati soltanto a fruirne, adesso si tratta di capire se dobbiamo o possiamo insegnare loro a “scrivere” con tali strumenti, e non avrei dubbio sul fatto che il compimento di tale passaggio rappresenti una democratizzazione e non una banalizzazione del processo educativo. La critica di “facilitazione” che oggi investe la didattica per competenze, l’Universal Design for Learning o il ricorso alle nuove tecnologie digitali, pur avendo – come tutte le critiche – alcuni elementi interessanti di verità al proprio interno, ricorda per molti versi proprio l’ostilità nei confronti della penna a sfera.
La storia è sempre bene leggerla guardando all’oggi, insegnava Benedetto Croce, e in un’epoca nella quale si tende a rimarcare il carattere selettivo o iper-elitario di alcuni percorsi formativi (anche in età scolare, non solo accademica), è utile il riportare alla memoria non tanto lo spirito della Costituzione Repubblicana (“la scuola è aperta a tutti”), ma – più sottilmente – recuperare alcune trasformazioni risalenti al XVIII secolo, quanto gli intellettuali illuministi si adoperarono per superare i percorsi formativi che presumevano un requisito d’accesso (la conoscenza del latino, in particolare), per promuovere scuole popolari, aperte all’intera collettività, ricominciando dall’alfabeto.

Ed è questa la parola chiave: ricominciare, non c’è nulla di male. Meglio ricominciare includendo tutti, o trascinarsi una piccola élite verso l’alto, divaricando ulteriormente le differenze sociali? Gli illuministi non avevano di questi dubbi. E noi?
Ha dunque ragione Schirripa a voler ricordare come la nascita del modello didattico tradizionale, ancor oggi così diffuso, con una lavagna opposta a dei banchi disposti a platea e il docente oratore che articola la propria lezione frontale, sono il frutto meraviglioso di questa importante emancipazione sociale, con l’introduzione dell’obbligo scolastico, dando inizio a una scolarizzazione di massa, preludio di emancipazione sociale; ed è proprio grazie a questo allargamento della popolazione istruita che nel Novecento si è potuta finalmente immaginare e sperimentare, con l’attivismo pedagogico, anche una prima critica verso i limiti oggettivi di quell’approccio, viziato inevitabilmente da un eccesso di standardizzazione.
Degno di menzione anche il bel saggio dedicato alla storia dell’università in Italia, scritto da Andrea Mariuzzo, che nel ripercorrere lo spirito della relazione scientifica e culturale delle prime istituzioni universitarie (molti secoli prima che esistesse l’Italia come entità statale unitaria), basate su confronto e passione per la conoscenza condivisa e complicità teorica tra studenti e docenti, suggerisce implicitamente un modello per una rivalorizzazione attuale della dinamica didattica, non solo in ambito accademico, ma – perché no? – anche nel vissuto scolastico quotidiano.



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