La strage di Yekatit 12, l’emblema del colonialismo italiano

Il 19 febbraio 1937 è il giorno della strage di Addis Abeba, rimossa dalla memoria collettiva insieme alla storia dell’esperienza coloniale italiana. Oggi diverse associazioni della società civile sono impegnate a riesumare la memoria dell'eccidio.

Michela Fantozzi

Il calendario etiope si compone di 12 mesi di 30 giorni ciascuno, e da un periodo supplementare di 5 giorni. L’anno in corso in Etiopia è il 2016, di sette anni indietro rispetto al nostro. Ieri era il 12 del mese di Yekatit che corrisponde al nostro 19 febbraio. Non è un giorno come un altro: è la Giornata della Memoria per la strage compiuta dagli italiani nel 1937 ad Addis Abeba. L’invasione italiana in Etiopia iniziò nel 1936. Era l’ennesimo tentativo di conquistare un Paese che aveva già due volte ricacciato l’aggressore italiano. I fascisti riuscirono ad occupare l’Etiopia per 5 anni, fino al 1941. In realtà la storia di quella strage iniziò dal desiderio di rivalsa dei colonizzati nei confronti dei colonizzatori.

Così lo storico David Forgacs ricostruisce l’accaduto: “Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, poco prima di mezzogiorno, nove bombe a mano furono lanciate durante una cerimonia nel cortile del Palazzo Gennete-Li’ul, costruito originariamente per Haile Selassie ma allora espropriato e utilizzato dagli italiani come sede amministrativa dopo la ‘conquista’ dell’Etiopia nel maggio 1936. Bersaglio principale dell’attentato era il maresciallo Rodolfo Graziani, viceré d’Etiopia, che officiava la cerimonia […]. Circa 3000 cittadini etiopi, per la maggior parte poveri e anziani, compresi molti disabili, erano stipati nel cortile e in un campo adiacente. Graziani venne ferito dalle schegge delle esplosioni ma non ucciso e fu immediatamente trasportato all’ospedale in automobile.

Il lato anteriore del palazzo era difeso da soldati italiani, carabinieri e ascari – i soldati indigeni reclutati nelle altre colonie italiane –, che reagirono subito […]. L’eccidio durò quasi tre ore. Secondo i rapporti inviati il giorno stesso dalle legazioni straniere con sede ad Addis Abeba e le testimonianze oculari dei cittadini sopravvissuti al massacro, quasi tutte le persone davanti al palazzo furono uccise. Il console generale francese Albert Bodard definì la scena come ‘una mischia indescrivibile’, dove ‘tutti gli etiopi erano considerati colpevoli e dovevano essere abbattuti’. La strage non finì lì. Era soltanto la prima ondata di un massacro che si sarebbe allargata a macchia d’olio dal palazzo alle zone residenziali di Addis Abeba […]. L’uccisione dei civili continuò per altre quaranta ore e portò alla morte di altre migliaia di persone” (1).

Le violenze furono operate soprattutto da camicie nere e civili italiani che massacrarono gli abitanti etiopi a fucilate, manganellate, bruciati vivi, attaccati a camion e trascinati lungo la strada. Il regime cercò di mantenere il silenzio su quell’eccidio tagliando i cavi dei telefoni ma osservatori delle ambasciate straniere ad Addis Abeba fecero trapelare le notizie al Times di Londra e il New York Times.

Sono state fatte diverse stime del numero di vittime nell’eccidio. Secondo Angelo Del Boca, uno dei maggiori esperti di colonialismo italiano, le vittime di quei giorni furono 4mila. Lo storico inglese Ian Campbell stima che siano state 20mila, mentre le autorità etiopi hanno sempre sostenuto l’uccisione di 30mila persone.

Il 19 febbraio è giorno di lutto in Etiopia che lo celebra con una cerimonia nella piazza della capitale che si chiama proprio Yekatit 12, dove è eretto un obelisco dedicato alle vittime. Per molto tempo il Paese cercò giustizia nella comunità internazionale. I crimini furono denunciati dall’imperatore in persona alla Società delle Nazioni proprio dopo il 19 febbraio, ma venne ignorato. Accadde lo stesso alla fine della guerra, quando la Gran Bretagna rifiutò di istituire un tribunale penale internazionale con l’Italia sui crimini di guerra in Etiopia.

Lo sforzo della società civile per riesumare la memoria della strage 

 L’Italia non pagò mai per i crimini commessi in Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia, impegnandosi invece a coltivare il mito degli “italiani brava gente” e alimentando una vaga memoria del proprio passato come “colonialismo buono”.

Ma sembra che le cose stiano cambiando. In diverse città italiane sono sorte associazioni che incoraggiano la memoria.

Il collettivo Decolonize Your Eyes di Padova ha realizzato negli anni diverse manifestazione per sensibilizzare la cittadinanza sulle tracce celebrative delle invasioni coloniali nella città. Il lavoro del collettivo ha portato alla realizzazione di un documentario che racchiude diverse voci di padovani con origini somale ed eritree sui ricordi di famiglia legati alle vicende del colonialismo italiano.

A Roma, invece, l’Assemblea capitolina ha adottato una mozione il 6 ottobre 2022 che impegna la capitale a ri-significare i luoghi, dal nome delle vie ai monumenti, dedicati alle “conquiste d’Africa”. La mozione è stata accolta con gioia dalla Rete Yekatit 12-19 Febbraio, che da anni si impegna a mantenere vivido il ricordo della strage di Addis Abeba. A riguardo, la Rete ha dichiarato: “Roma, con oltre 150 odonimi, è il luogo d’Italia maggiormente connotato dall’esperienza storica coloniale (…). Guardiamo quindi con grande favore alla Mozione 156, approvata il 6 ottobre 2022 dall’Assemblea Capitolina, che istituisce il 19 febbraio, giorno di inizio della Strage di Addis Abeba nel 1937, quale “Giornata in memoria  delle vittime del colonialismo italiano” e che intende avviare un processo di ri-significazione, attraverso  interventi di contestualizzazione e didascalie, degli odonimi della nostra città riferendoli agli episodi storici, in gran parte criminali, a cui la loro intitolazione fa riferimento”.

La Rete ha inoltre organizzato diverse iniziative nella città di Roma, dal 13 al 22 febbraio, per commemorare lo Yaketit 12 di quest’anno:

“Da anni ci battiamo contro la rimozione dalla memoria collettiva dei settant’anni di colonialismo italiano e dei suoi crimini. Non è una battaglia rivolta al passato ma che parla del presente perché ben sappiamo, come ricorda la Risoluzione del Parlamento Europeo del 26 marzo 2019, che ‘le persone di origine africana sono vittime di  razzismo, discriminazione e xenofobia in particolare, nonché di una disparità nell’esercizio dei diritti umani e  dei diritti fondamentali in generale’ e che è indispensabile ‘riconoscere ufficialmente e a celebrare le vicende  delle persone di origine africana in Europa, tra cui figurano anche le ingiustizie e i crimini contro l’umanità del passato e del presente, quali la schiavitù e la tratta transatlantica degli schiavi, o quelli commessi nell’ambito  del colonialismo europeo, nonché i grandi risultati e i contributi positivi delle persone di origine africana,  riconoscendo ufficialmente a livello europeo e nazionale la giornata internazionale in ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi e istituendo i cosiddetti mesi della storia dei neri’”.

 

1: David Forgacs, Messaggi di sangue. La violenza nella storia d’Italia, Bari, Laterza, 2020 pagine 160-161

 

 

 

Foto Wikipedia



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