La strage silenziosa del petrolchimico siracusano, intervista a Fabio Lo Verso

È recentemente uscito per Fazi "Il mare colore veleno", libro del giornalista Fabio Lo Verso che, come recita il sottotitolo, costituisce un’”Indagine su uno dei più grandi disastri ambientali del Paese”. Un disastro poco noto in relazione alla sua gravità, che Lo Verso ha definitivamente portato alla luce scrivendo “il libro che avrei voluto leggere”. In questa intervista l’autore ci parla non solo della sua inchiesta ma anche delle tante storie individuali che hanno visto la loro vita stravolta per sempre dall’impatto mortifero del petrolchimico accettandone il “ricatto occupazionale”. Una storia dolorosa che però non è necessariamente destinata a concludersi nel peggiore dei modi, nell’attesa della grande bonifica di quello che Tomasi di Lampedusa definiva “il più bel posto della Sicilia”.

Fabio Bartoli

Il polo petrolchimico siracusano, che si estende lungo il tratto di costa che va da Siracusa ad Augusta, ha avuto un impatto devastante sul territorio e sulla sua popolazione, tanto che quel tratto di terra è stato definito “quadrilatero della morte”. Eppure si tratta di una storia poco nota, tanto che Lei nei ringraziamenti racconta di averla rivelata a diverse persone ignare, la cui reazione è stata spesso di incredulità. Probabile che anche tanti nostri lettori non ne siano a conoscenza: come gliela riassumerebbe?

La riassumerei come l’ho fatto decine di volte con parenti, amici e colleghi giornalisti, raccontando cioè un unico fatto: nella sola rada di Augusta, a trenta chilometri circa a nord di Siracusa, gli sversamenti industriali – di mercurio, piombo, idrocarburi pesanti, esaclorobenzene, diossine e furani –, mescolandosi con i fondali marini hanno formato un impasto tossico monumentale. Per coglierne le proporzioni, ho chiesto allora ai miei interlocutori di estrarre mentalmente, con uno sforzo di immaginazione, la totalità dei fanghi industriali dalle profondità marine e poi di usare gli stessi, come fossero calcestruzzo, per costruirci dei palazzi: ebbene, se ne potrebbero erigere circa tremila, ognuno di sei piani, in cui troverebbero posto ottantamila inquilini, più del doppio della popolazione di Augusta.

A questo punto, chi mi ascoltava sgranava gli occhi, coglieva sì l’entità del disastro ma rimaneva turbato. Rimaneva avvolto in un manto di incredulità. Spiegavo dunque che questa montagna di fanghi tossici era stata censita dagli scienziati dell’Ispra, il più importante istituto di ricerca ambientale in Italia. Svaniva l’incredulità, ma permaneva un alone di sgomento nello sguardo. Attendevo una manciata di secondi, in cui in genere si restava in silenzio, e aggiungevo che la contaminazione ha pervaso tutte le matrici ambientali, non soltanto il mare ma anche l’aria, il suolo, il sottosuolo e le falde acquifere. Con i tragici risvolti correlati delle morti per cancro. Infine chiudevo con questa stupefacente verità: il territorio da Augusta a Siracusa, comprendendo la città di Priolo e Melilli (il cosiddetto “quadrilatero della morte”), è talmente intriso, zeppo di veleni industriali che ormai non c’è più una differenza fra l’interno e l’esterno delle industrie. Significa che se un individuo, ammettiamo, decide di stare a casa sua a grattarsi la pancia tutto il giorno e poi uscire la sera con gli amici, ha lo stesso rischio di sviluppare un tumore di un operaio che nelle fabbriche lavora quotidianamente a contatto con le sostanze tossiche. Anche questo allucinante paradosso è stato sancito dalla scienza.

 

Nell’introdurre questo libro Lei parte dalla sua infanzia, quando in seguito ad alcune espressioni di suo padre sembra quasi che per il Fabio Lo Verso bambino il petrolchimico fosse diventato quasi una sorta di “uomo nero”. Parla dei suoi genitori, della sua terra in cui non vive da anni, dal momento che risiede in Svizzera. Sembra che con questo libro Lei non abbia voluto fare semplicemente un’inchiesta giornalistica ma anche chiudere un cerchio, mettere un punto importante sulla sua vita. È davvero così? Sono queste le motivazioni che l’hanno spinta a scrivere il libro o c’è anche altro?

C’è anche altro, ma è vero che le parole paterne avevano fatto sorgere nella mia friabile mente di ragazzino timorato l’immagine di fornaci industriali che consumavano a fuoco lento uomini con la tuta blu e i musi neri. Da quel momento il polo petrolchimico siracusano è divenuto un chiodo fisso. Dopo la maturità e la leva militare, all’epoca obbligatoria in Italia, sono emigrato a Ginevra, in Svizzera, dove ho svolto tanti lavoretti umili e a volte sfiancanti allo scopo di finanziare i miei studi universitari in lettere e filosofia. In seguito ho cominciato la carriera di giornalista in un quotidiano di Ginevra, e già allora mi ero ripromesso di saperne di più su quel territorio disgraziato, da Augusta a Siracusa, che continuavo a immaginare stretto in una dimensione da girone dantesco.

Sono trascorsi vent’anni e un giorno mi sono deciso a capire una volte per tutte cosa stesse succedendo in quel posto. Ho riletto i tanti articoli di giornale che nel tempo avevo messo da parte con atti parlamentari e studi scientifici. Ma erano frammenti sparsi di un quadro incompiuto. Ho allora cercato un libro che rendesse integralmente conto del dramma vissuto dalla popolazione che da decenni conviveva, in un piccolo territorio, con tre raffinerie, due industrie chimiche, un cementificio, tre centrali elettriche, due fabbriche di gas industriale e decine di aziende dell’indotto. Non l’ho trovato. E allora mi sono sentito in dovere di scriverlo. La realtà è che ho scritto il libro che avrei voluto leggere.

 

Una scelta che colpisce molto è quella di raccontare i fatti al netto della mafia, che non compare quasi mai nel libro. A cosa è stata dovuta?

Le storie siciliane grondano di mafia e si approda fin troppo facilmente alla conclusione che è la causa di tutti i mali. Del disastro ambientale siracusano invece la radice malevola risiede altrove, palesandosi nel turbinio di condotte scellerate di sindaci, politici, amministratori, procuratori e altri personaggi che hanno agevolato l’industria permettendole di fare quello che le pareva. Condotte divenute incontrollabili proprio perché non sono mai state controllate. L’esempio più eclatante, e forse più rivoltante, è dato dallo scandalo del depuratore dei reflui e fanghi industriali che non ha mai funzionato. È stato inaugurato quarant’anni fa, si è sempre pensato che smaltisse tonnellate di idrocarburi e altre sostanze cancerogene, invece non ne ha eliminato nemmeno un chilogrammo. Lo hanno stabilito gli inquirenti nel settembre del 2022. Tutto quello che proveniva dai processi industriali del più grande polo petrolchimico del Paese è andato direttamente in aria e in mare. Nessuno si è accorto di nulla, fino all’inchiesta della Procura di Siracusa. Per intenderci, questo non è l’unico scandalo ambientale avvenuto nei decenni in cui l’industria è diventata padrona di questo scorcio di Sicilia, è soltanto il più recente. Per tutti la causa è nell’intreccio di interessi fra politica e industria. In cui la mafia ci ha sguazzato, ma non ne è stata la matrice.

 

Nel libro non sono presenti delle vere e proprie interviste ma sono riportati tanti scambi che Lei ha avuto con le persone che vivono nel quadrilatero della morte, che ne subiscono le conseguenze. Ne esce fuori quasi una sorta di libro corale, una voce che si leva dal territorio. Ci sono alcune storie che l’hanno particolarmente colpita durante la sua indagine?

La storia che colpisce di più è quella di un parroco augustano che si è mutato nel più ingegnoso e battagliero ambientalista della Sicilia, e forse di tutta Italia. Ogni ventotto del mese, durante l’omelia, recita i nomi dei defunti per cancro. Nella sua lista, composta con l’ausilio dei fedeli, ha raccolto oltre milleduecento vittime. Ma il prete è anche l’autore di altri geniali spunti di rivolta, tutti tesi a non far dimenticare lo strazio delle morti per cancro e le malformazioni congenite, una “strage silenziosa” per dirla con le sua parole. Anche i suoi più agguerriti avversari gli riconoscono questo merito: senza le sue omelie funebri in forma di protesta, e le sue tante iniziative, sui risvolti tossici dell’avventura industriale sarebbe forse calata una pietra tombale.

Lo sforzo, quasi prometeico, di fare breccia nel muro del silenzio è il tratto che lega le storie che mi hanno particolarmente colpito. Oltre al prete coraggioso e sagace, un don Camillo dei giorni nostri, c’è l’infaticabile attivista, madre, moglie e nonna, che negli interstizi di una quotidianità sovraffollata è pervenuta a farsi carico del gravoso impegno ambientalista fino ad ergersi a punto di forza per i militanti della provincia siracusana. C’è l’inconsolabile mamma di una ragazza piena di sogni deceduta a ventidue anni di tumore ai polmoni. C’è l’incazzatissima moglie di un operaio morto di cancro, che fino a pochi mesi prima aveva ricevuto analisi mediche taroccate che dipingevano il marito sano come un pesce. Ci sono anche due anziani pescatori che inveiscono contro i barchini di frodo sorpresi a pescare in un mare vietato perché inquinato, sapendo che nei mercati ittici locali sul pesce contaminato si chiude un occhio – e l’altro pure. Il coraggio di questi personaggi, che ho avuto la fortuna di incontrare e con i quali ho discusso a lungo più volte, è una leva per strattonare le coscienze e aprire una squarcio nell’arrendevolezza della popolazione.

 

Attraverso i racconti degli abitanti del luogo esce spesso fuori il tema, da Lei giustamente messo in rilievo, del “ricatto occupazionale”. Nel quadrilatero della morte sembra che il destino sia questo: o muori di fame perché non hai un’occupazione o muori di un tumore che a quella stessa occupazione è dovuto (ad Augusta ogni famiglia ne conta un caso al suo interno). Come è possibile che nel ventunesimo secolo dobbiamo ancora subire questo ricatto? E come è ugualmente possibile che tante persone abbiano imparato ad accettarlo, come se l’avessero ormai interiorizzato?

A nord di Siracusa, l’industria si è insediata nel dopoguerra strappando migliaia di famiglie dalla miseria. È stata molto amichevole con i lavoratori permettendo loro l’acquisto di appartamenti spaziosi per pochi milioni di lire, con mutui agevolati. È stata anche generosa, offrendo la mensa a basso costo, i buoni per la benzina, premi in denaro, il panettone aziendale e il famoso “sacchetto”, un regalino da portare a casa e offrire ai figli, contenente pesche sciroppate, marmellata, brioche o biscotti. Nel cuore della gente si è allora accresciuto un sentimento di venerazione. Poi, però, è subentrata la paura. Di perdere il lavoro e tornare a una vita di stenti. Questa angoscia ha azzerato nelle menti qualsiasi idea di contrasto al dilagare dell’inquinamento industriale e ai suoi effetti nefasti sulla salute.

 

Il ricatto occupazionale si contempla oggi nella funesta ideologia del “meglio morire di cancro che di fame”, a cui la popolazione si è convertita senza remissione. Quando la gente ti dice che senza le fabbriche non c’è lavoro e si muore di fame, vuol dire che l’industria è padrona del futuro dei lavoratori. Come si è arrivati ad accettare questo ricatto? A causa di un fenomeno invisibile, l’inquinamento culturale, che ha colpito la popolazione prima di quello ambientale. L’assunto di fondo era che la prosperità e lo sviluppo potevano esser determinati soltanto dall’industria.

 

Oltre alle persone, una delle grandi vittime del petrolchimico è stato appunto il territorio, di cui fa parte una delle vere grandi ricchezze della Sicilia, il mare. Anche il mare è stato sacrificato al petrolchimico. Si potrebbe forse ripartire dal legame naturale, storico e culturale che i siciliani hanno con il mare per cominciare a intravedere un altro futuro per il quadrilatero della morte, un futuro più salubre e pulito?

In quel tratto di costa, da Augusta a Siracusa, il mare è stato umiliato, violentato, saccheggiato, avvelenato, come fosse un mostro, una spaventosa creatura su cui scaricare tutta la distruzione di cui siamo capaci. Quel mare, prima dell’arrivo delle fabbriche, era una fonte di vita per migliaia di famiglie, era “il più bel posto della Sicilia”, come scriveva Tomasi di Lampedusa. I veleni industriali, come ho detto, hanno infierito in maniera davvero spropositata in particolare sulla rada di Augusta. Da questo specchio d’acqua, brunastro e ferruginoso, ho preso spunto per il titolo del libro Il mare colore veleno. E da questa stessa distesa d’acqua inquinatissima ripartirà, se tutto andrà bene, il riscatto di tutto un territorio. È proprio qui, infatti, che verrà realizzata la più monumentale bonifica marina mai avvenuta. Quando? Fra venti o trent’anni al massimo, “in tempi umani” promettono gli scienziati che sono riusciti nel 2021 nell’impresa di strappare l’ingente progetto al Ministero dell’Ambiente. La bonifica della rada di Augusta segna l’invisibile confine tra il passato e un futuro tutto da creare, in cui si intravede oggi soltanto la promessa ministeriale di avviare un ciclo virtuoso per estrarre quel territorio martoriato dall’impasto di antiche paralisi.

CREDITI FOTO: Sebastiano Pupillo|Flickr

 

 

 

 

 



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