La strana fissazione della cronaca per le gang e il caso di Messina

La cronaca italiana (con alcune eccezioni) ha sempre raccontato le gang e i comportamenti delle giovani generazioni marginalizzate seguendo gli schemi della stampa scandalistica. Una narrativa clickbait improntata a dare risposte agli istinti più retrivi dei lettori e delle lettrici italiane come il senso di insicurezza, lo sbigottimento e la rabbia davanti ai fenomeni che non si riesce a comprendere.

Giuseppe Ialacqua

La cronaca italiana (con alcune eccezioni) ha sempre raccontato le gang e i comportamenti delle giovani generazioni marginalizzate seguendo gli schemi della stampa scandalistica. Una narrativa clickbait improntata a dare risposte agli istinti più retrivi dei lettori e delle lettrici italiane come il senso di insicurezza, lo sbigottimento e la rabbia davanti ai fenomeni che non si riesce a comprendere.

È il caso delle “gang”, inesauribile fonte di luoghi comuni. L’ultimo esempio in ordine di tempo è un articolo comparso lo scorso venerdì 2 dicembre su “Messina Oggi” (testata online di cronaca locale della città di Messina già nota per i suoi titoli sensazionalistici), dal titolo eloquente “Allarme: c’è una banda che semina il terrore a Cairoli”. Nell’articolo si parla brevemente di una gang composta da persone straniere che starebbe seminando il panico in una piazza cittadina trasformandola in un arena a cielo aperto fatta di spaccio e aggressioni.

Nel corso degli anni e come si evince da una semplice ricerca su Google, l’utilizzo del termine è ricorso decine e decine di volte nella cronaca locale, certamente non solo messinese per quanto anche solo fermandoci alla cronaca di Messina l’impressione che se ne ricava è quella di uno strapotere di queste gang criminali. È perciò interessante e forse anche necessario analizzare brevemente in che modo attraverso la cronaca si producono alcuni luoghi comuni. Per questa ragione prenderemo a esempio l’articolo sopracitato.

Secondo l’autore, il gruppo sarebbe composto da persone “probabilmente” nord-africane che hanno aggredito dei passanti a Piazza Cairoli. Secondo The Eurogang Project una gang è “qualsiasi durevole gruppo giovanile, orientato alla strada, la cui identità include il coinvolgimento in attività illegali”.  Oltre a queste due caratteristiche, per la ricerca italiana di Transcrime (Centro interuniversitario di ricerca dell’Università Cattolica, dell’Università di Bologna e di Perugia) anche il numero (tre o più), la prevalenza di minorenni o giovani adulti con meno di 24 anni e una eventuale struttura organizzativa caratterizzata da simbologie o denominazioni che ne definiscono l’identità sarebbero elementi fondanti del fenomeno. Tutto ciò non è specificato nell’articolo in questione, così come non sono citate altre fonti ufficiali o di stampa su questa specifica organizzazione nel territorio di Messina.

Il secondo punto fa riferimento al fatto che il suddetto luogo starebbe diventando una “piazza di spaccio”. Molti spazi nelle nostre città possono facilmente diventare luogo di consumo di sostanze, ma vi sono differenze importanti rispetto al termine utilizzato. Secondo una recente sentenza della Cassazione (14961/22), la piazza di spaccio è un luogo in cui è possibile vendere sostanze “serialmente”, la cui frequentazione è orientata alla vendita e all’acquisto al dettaglio e la cui gestione è affidata principalmente a risorse organizzative degli ambienti criminali. La piazza in questione sorge invece vicino a un commissariato di polizia, è largamente frequentata da grandi settori della società messinese ed è per di più al centro della zona commerciale, tutti elementi che la definiscono come inospitale per tali attività. Non vi sono inoltre report ufficiali sulla presenza della malavita organizzata in quella piazza.

Terzo fatto: la gang starebbe seminando il panico nella piazza, L’unica fonte a supporto è la dichiarazione di un non meglio specificato commerciante. Si tratta di una sineddoche pericolosa che vorrebbe ridurre alle sole parole dei commercianti la totalità delle opinioni delle diverse categorie che oggi dovrebbero avere voce in capitolo sulla vivibilità e sulla gestione di questo luogo: sarebbe stato interessante per esempio pubblicare l’opinione delle associazioni di categoria o di chi frequenta abitualmente la piazza.

Proprio per via di queste incongruenze, l’articolo aveva suscitato un vivace dibattito accompagnato da una lettera pubblica con sei domande al direttore del giornale e una segnalazione all’Ordine dei Giornalisti (qui la lettera e le domande complete). Nella lettera si chiedevano semplicemente le fonti delle informazioni date, come il giornalista avesse compreso l’etnia delle persone accusate semplicemente da uno sguardo, se il gruppo in questione definito una gang si identificasse come tale e infine se ci fosse un documento delle forze dell’ordine che dichiarasse che Piazza Cairoli sarebbe una piazza di spaccio.

La risposta del direttore non si è fatta attendere: un articolo di risposta recita nel titolo infatti “Degrado di Piazza Cairoli, qualcuno ci vuole imbavagliare”. In questo caso, l’uso del vittimismo è funzionale al ribaltamento del punto di vista: quando si attaccano persone che non hanno i mezzi per difendersi è tutto giustificato, ma quando ci si permette di chiedere spiegazioni si utilizza la categoria dell’imbavagliamento. Un topic orwelliano a cui purtroppo la stampa, particolarmente quella che si presta a un racconto razzista della realtà, ci ha abituato.

Nell’articolo di risposta si dice genericamente che la fonte della notizia è l’autore stesso dell’articolo (presente durante il fatto), che le persone straniere erano state riconosciute come nordafricane da un non meglio identificato terzo cittadino presente sul posto che ha riconosciuto come arabo l’idioma che parlavano fra loro; e, infine, che la stampa locale aveva affrontato altri episodi di microcriminalità nella zona.

Oltre a non aver risposto alle domande fondamentali, emergono diverse altre incongruenze: ma il giornalista in questione sarebbe la fonte di quale tra le informazioni contestate? Parlare l’arabo è in contraddizione con il possesso della cittadinanza italiana (tra l’altro esclusa sulla base di un riconoscimento a pelle, degno delle puntate dei Griffin)?  Basta qualche singolo caso – peraltro ad opera di persone spesso dalla cittadinanza italiana – riportato nella stampa locale per denotare la presenza di una gang?

L’ignoranza della cronaca locale italiana non solo non fa onore alla categoria, ma contribuisce a generare pericolosi meccanismi sociali di xenofobia e razzismo. L’intervento dell’Ordine dei Giornalisti è centrale per frenare questi fenomeni mediatici, prima che possano essere causa di fatti ben più reali come le aggressioni a persone straniere che si moltiplicano in tutto il paese. Ovviamente non basta: anche solo per costruire un argine al moltiplicarsi di episodi come la tentata strage di Luca Traini è necessario introdurre risorse, competenze, personale e presidi territoriali per supportare la presa di parola e per tutelare i diritti delle persone che subiscono ogni giorno il razzismo nel nostro paese. Educazione e formazione hanno un posto centrale in questo progetto, ma solo se accompagnati da misure affermative e non puramente “volontaristiche”.

CREDITI FOTO: Ialacqua. Messina, Piazza Cairoli, dicembre 2022



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