La “Super League” dell’arte ridotta a finanza tossica: Maurizio Cattelan

Come nel caso di “Breath Ghosts Blind” di Maurizio Cattelan, le recensioni e i testi delle mostre d’arte sono spesso celebrazioni acritiche di lavori di sconsolante banalità. Come mai?

Claudia Santeroni

L’articolo precedente, La “Super League” dell’arte ridotta a finanza tossica: Damien Hirst, si concludeva con una provocatoria citazione dell’artista inglese, tratta da uno scambio tra lui ed il giornalista Gordon Burn:

D. H.: Senti un po’, chi ha progettato il Guggenheim?
Gordon Burn: Frank Lloyd Wright
D.H.: Però non è un muratore, è un architetto del cazzo, non sa costruire un muro.

Hirst si riferisce al fatto che in molti si domandano come mai un’opera d’arte debba essere considerata tale se l’autore non l’ha materialmente prodotta con le sue mani, ma nessuno questiona l’autorialità di un architetto, benché è certo si limiti a progettare e certo non a costruire.
Quella che può dunque apparire una mera provocazione, è in realtà lo spunto per una serie di riflessioni rilevanti che dipanano dall’origine della parola arte.
Riassumiamo quanto ben spiega François Fédier nel suo testo “L’arte. Aristotele, Cézanne, Matisse. Il pensiero in pittura”:

Arte è una parola latina (ars, artis) la cui sorprendente caratteristica è che la sua fortuna deriva dal fatto di essere servita a tradurre un’altra parola greca.
La traduzione in latino del pensiero greco è l’evento fondatore della nostra storia.
Per quanto riguarda la parola ars, essa traduce un termine greco che in tutte le lingue moderne ha tradotto la voce tecnica.
L’arte, così come la parola compare nella nostra lingua venendo direttamente dal latino, non ha niente da spartire con ciò che noi intendiamo spontaneamente con questo vocabolo: in partenza, arte designa essenzialmente tutto ciò che riguarda un mestiere.
Arte, prima che questa parola prendesse il suo senso attuale, significa ciò che oggi chiamiamo tecnica.
Aristotele ama citare l’architettura quando parla di téchne. Ma l’architettura non è, in primo luogo, fabbricare case o monumenti, bensì conoscere che cosa è, nella sua totalità, una casa od un tempio, in modo che l’architetto possa dirigere gli artigiani. E questi, a loro volta, per esempio i carpentieri, non sono principalmente coloro che fabbricano carpenteria, ma coloro che sanno cosa è la carpenteria e, di conseguenza, possiedono una téchne. Il sapere più generale governa i saperi subordinati.

Ne deduciamo quindi che nella storia greca l’arte non è distinta da qualsiasi altra téchne (solo nel XVIII secolo arte e artigianato si distingueranno). Ma, sempre per Aristotele, quando la téchne eccelle, allora diviene maestria.

Aristotele definisce l’architettura “il sapere grazie al quale una casa viene ad essere”.
Ci poniamo quindi la domanda, che resta aperta: artisti quali Hirst, Cattelan o Koons possiedono una qualche maestria, o conoscono dei principi che consentono loro di dirigere gli artigiani che lavorano per loro? Sono maestri che conoscono tutto l’insieme delle cose che devono sapere senza averle mai imparate, cioè per istinto?

Interrogarsi su quali opere, non solo artistiche, ma anche architettoniche, filosofiche e politiche stia lasciando la nostra contemporaneità è doveroso, così come chiedersi chi siano coloro che assurgiamo al rango di artisti, eppure, il sistema dell’arte rifiuta ogni domanda simile liquidandola come anacronistica o non appropriata e preferendo svariate forme di apologia o esaltazione che si mescolano alla vacuità della miriade di commenti che vengono scritti, la maggior parte dei quali più o meno consapevolmente tesi a non sollevare e problematizzare nulla, non abbracciare mai alcuna tesi, non prendere posizione (essendo peraltro quello dell’arte un sistema altamente clientelare).
Le recensioni e i testi sono spesso celebrazioni acritiche infarcite di vocaboli enfatici, strumentali a sostanziare lavori di una banalità sconsolante. Come mai?

Tra le motivazioni possibili, rientra il fatto che l’informazione dell’arte è intrisa di interessi e, quindi, necessariamente asservita. Molte riviste, online e cartacee, si sostengono attraverso l’acquisto di pubblicità da parte di gallerie, fiere, kermesse varie, musei, fondazioni. Divenendo questi clienti, il loro operato diventa automaticamente non criticabile, ammesso che le nutrite schiere delle penne dell’arte abbiano una qualche struttura utile a farlo: l’onestà intellettuale è facilmente venduta per un banner.
Salvo eccezioni, che ovviamente esistono, quando gli artisti vengono intervistati vengono incalzati da domande insidiose come “quali sono i tuoi maestri?”, “chi sono i soggetti delle tue opere?”, “hai formati che prediligi?”, quesiti e risposte tra l’altro costellati dalla misteriosa quanto abbondante presenza di puntini di sospensione.
A questa tipologia si alterna quella delle domande incomprensibili: “Immagina di essere Brancusi. Ti piacerebbe che intorno alle tue sculture si svolgesse una performance?”.

Il risultato è quasi sempre quello di avere letto qualcosa di cui si poteva ampiamente fare a meno, che nulla o poco ha a che fare con la disamina del lavoro che l’artista propone.

Esempio fulgido da prendere in considerazione è Breath Ghosts Blind, l’attesissima mostra di Maurizio Cattelan appena inaugurata al Pirelli HangarBicocca di Milano.
Una necessaria premessa: l’Hangar è una delle istituzioni italiane più prestigiose ed è affascinante anche solo dal punto di vista strutturale. Ha ospitato al suo interno alcune mostre indimenticabili quali Mario Merz Igloos, Carsten Höller Doubt, Philippe Parreno Hypothesis, Juan Muñoz Double Bind & Around, Dieter Roth Islands, alcune delle quali memorabili anche semplicemente grazie alla loro imponenza.
HangarBicocca sceglie artisti ampiamente consolidati, a volte anche deceduti, cui dedicare operazioni muscolari. Quando opta per giovani o mid-career, gli esiti sono deludenti (Petrit Halilaj Space Shuttle in the Garden; Céline Condorelli bau bau; Giorgio Andreotta Calò CITTÀDIMILANO). Hangar sceglie grandi nomi perché ovviamente questi generano grandi affluenze, flussi che conferiscono ulteriore prestigio all’istituzione – che permette l’accesso gratuito, essendo Pirelli la proprietà della Fondazione (facile e legalissimo metodo utile all’azienda per pagare meno tasse ed avere un enorme ritorno d’immagine).
Questo lo sottolineiamo per dire che, essendoci gratuità e ampissimi fondi a disposizione, è un ulteriore dovere quello di offrire progetti di qualità, in quanto il ricavo della biglietteria non rappresenta un problema.
Breath Ghosts Blind è una mostra tripartita, “una drammaturgia in tre atti”, come spiega la piccola pubblicazione che, come di consuetudine, accompagna la mostra raccontandola con il solito piglio circostanziato:

“I tre lavori si configurano come momenti di una rappresentazione simbolica del ciclo della vita, dalla nascita alla morte, attraverso riferimenti emblematici per l’immaginario collettivo, mettendo in discussione il sistema di valori attuale e proponendo una profonda riflessione sugli aspetti più disorientanti del quotidiano”

e aggiungendo che

“il suo sviluppo come trilogia evoca l’immaginario religioso della Trinità e della Crocefissione”.

Il grosso dell’installazione consiste in una miriade di piccioni tassidermizzati disposti lungo tutto lo spazio delle navate, indubbiamente abilmente illuminati da Pasquale Mari, direttore della fotografia italiano.
I piccioni in Cattelan sono dei ritornanti, marchi di fabbrica già impiegati in due diverse Biennali di Venezia: qui, per chi scrive, rappresentano l’elemento più convincente dell’intera operazione, capace di rendere Hangar una sorta di prigione di massima sicurezza in cui questi animali sono detenuti.
Per il resto incontriamo le due opere concepite appositamente per la mostra, ovvero Breath, scultura in marmo di Carrara che raffigura un clochard (?) con il volto dalle sembianze dell’artista disteso davanti al suo cane, e Blind, mastodontico parallelepipedo nero attraversato da un aereo.
Rispettivamente così commentati:

“L’artista accosta per la prima volta nella stessa opera la figura umana a quella del cane. Nella costante tensione percepibile tra loro, il titolo stesso rimanda a fasi complementari e sinergiche che confluiscono in un’unità organica. […] Evocato anche dalla loro posizione, il momento generativo simboleggiato dal respiro può richiamare nell’osservatore il ciclo della vita”.

“Blind apparirebbe come una lapide dalle proporzioni mastodontiche, un memoriale ai caduti. Similmente a L.O.V.E. (2010) – scultura in marmo installata in Piazza Affari a Milano che raffigura una mano con il dito medio alzato – Blind mette in discussione la valenza e il significato del monumento: le due opere ne veicolano infatti l’idea per via delle loro dimensioni, ma al tempo stesso lo destabilizzano mettendo in scena una tensione tra forze e simboli contrastanti”.

Si sprecano inoltre gli accostamenti, da Constantin Brancusi (sempre gettonato) finanche a Michelangelo, Bernini e Canova, come se la comune scelta del materiale potesse divenire conduttore di principi condivisi.

Tornando a François Fédier e alle sue riflessioni su Pindaro, Platone, Aristotele e l’antica Grecia, apprendiamo come la caratteristica ultima del lavoro artistico è la totale mancanza di costrizione:
“niente costringe l’artista a fare quello che fa, e questo distingue il lavoro artistico da tutti gli altri: […] il lavoro artistico è la forma patente, nella condizione umana, della libertà”.

Cosa è rimasto di tutto questo, pura passione verso il fare, in un sistema completamente colluso a interessi economici?
Maurizio Cattelan è certo un uomo che si è divertito molto nel fare quello che ha sempre fatto: in questa sua ultima performance devitalizzata pare non essergli rimasto neanche questo gusto, e indubbiamente è venuto meno anche l’effetto spiazzante che ha sempre contraddistinto il suo operare.

Nota di colore: inviato dall’artista, ma non di concerto con Hangar, un sosia di Cattelan si aggira per la mostra mostrando vari biglietti che riportavano scritte quali “Maurizio artista” o “pisello”.
Molti avventori chiedono un selfie, una famigliola con bambino utilizzato come ariete addirittura un autografo.

(credit foto EPA/NINA PROMMER)



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